Questo non è un blog di attualità. Non vuole esserlo. Non potrebbe esserlo se anche lo volesse, ma comunque assolutamente non lo vuole.
Però qualche suggestione della realtà finisce col far pensare, e allora ci si infila per forza.
Come il pensiero che si stia cercando di difendere una cosa che non esiste.
Non che non esistano le famiglie, ci mancherebbe altro.
È che mi sembra che oggi quando diciamo famiglia intendiamo una cosa ben diversa da quella che tradizionalmente si intende, quella che per l’ appunto si intende difendere, con le unghie, con i denti e con le scomuniche.
Anche nell’ accezione più “conservatrice” possibile, la famiglia oggi si si definisce come una coppia con o senza figli.
E’ così la generalità delle famiglie che conosco, e credo la maggioranza di quelle che esistono.
Ma il fatto di avere o non avere figli non incide più di tanto sulla percezione che si ha di una coppia come di una famiglia.
Nessuno direbbe che una coppia senza figli non è una famiglia.
La coppia “fa” già famiglia di suo.
E’ questo che poi apre le porte ad altro. A tutto il resto.
Perché non la coppia convivente, la coppia omosessuale, ecc. ecc..?
Ma non è questo il punto, almeno per questo post.
Il punto è che basta guardare indietro di un secolo, anche mezzo basta, e ci si accorge che questo non è affatto ciò che si intendeva allora per “famiglia”.
Il mio dizionario etimologico ; ) dice che “famiglia” significava in origine il complesso dei “famuli”, cioè tutti coloro che andavano soggetti alla potestà del padre di famiglia, inclusi i figli, e tutti i domestici.
Da allora, e fino al secondo dopoguerra la famiglia tradizionale non era “pensata” come composta da due persone ma da venti o trenta, una specie di tribù che spesso condivideva anche lo spazio fisico, fattoria, cascina o cortile che fosse.
Un’ unità comunitaria con la compresenza di tre o quattro generazioni, nonni, fratelli e sorelle, zii, nipotini, persone cooptate senza vincoli di sangue, per amicizia, vicinanza, solidarietà, convenienza reciproca. Famuli, tutti famuli. Altro che coppia.
Un’ unità sociale, anche, una comunità fatta di regole e ruoli riconosciuti, i ruoli femminili in particolare erano spesso collettivi, non una donna in cucina ma due o tre insieme a preparare da mangiare per tutti, i bambini come gli animali domestici accuditi collettivamente.
Allevati si, ma anche sottoposti a stimoli diversi in funzione del vasto campionario comportamentale che si trovavano ad osservare nella comunità.
Un ruolo di stimolo e varietà oggi ereditato principalmente dalla televisione, e più avanti dagli amici, gruppo o branco che sia.
Non sto mitizzando la famiglia di una volta, mi rendo conto degli abusi e degli orrori che a volte si celavano in quelle “tribù”.
Però è innegabile che questo modello di famiglia oggi non esiste proprio più, sostituito dal modello minimo possibile di aggregazione, la coppia.
Spesso composta da due individui entrambi con un lavoro e pochissimo tempo libero.
E non di meno, a quella coppia restano appese tutte le responsabilità e tutte le aspettative “tribali”, dalle attività necessarie alla sussistenza a quelle relative all’ educazione dei figli a quello di ammortizzatore, camera di compensazione di frustrazioni e tensioni.
Un compito gravoso, fin troppo gravoso per una struttura così piccola.
Non c’è da meravigliarsi se scricchiola, si piega, soffre, a volte cede, di schianto.
Forse per difendere davvero la famiglia sarebbe meglio cominciare col ridurre pretese ed aspettative, e dare più aiuti concreti.
Cominciare a chiedersi se sia possibile, e come, recuperare qualche forma di socialità simile a quella di una volta.
Guardiamoci intorno. Viviamo in condomini con pianerottoli, scale e porte blindate. Nessun luogo di sosta, nessun luogo dove sia possibile fermarsi, incontrarsi, parlare. Neppure la guardiola del portiere, sostituito dal videocitofono. Incontrarsi, non è previsto nel progetto.
Usciamo. Il quartiere moderno. Strade diritte, semafori, niente piazze. Progettato per essere attraversato velocemente, non per fermarsi. Se piazza c'è, è fredda, funzionale, priva di alberi e panchine. Non è un' Agorà.
Oppure è un quartiere di villette a schiera, accuratamente progettate per isolare la privacy di ciascuno, com' è giusto che sia, ma senza un posto comune dove uscire volontariamente da questa privacy.
Ed allora si vive così, i genitori entrambi al lavoro, i figli a scuola o negli asili, i nonni nella pensione.
La cena frettolosa con la tele accesa, poi tutti a crollare sul divano.
E’ questo che difendiamo ?
Non credo che mai l' uomo abbia vissuto in un modo simile nella sua storia.
Ma questo è un' altro discorso, ed il post si fa lunghetto, magari è da riprendere dopo averci pensato su un altro po'.
Cibo per il pensiero. Food for Thought. Gli UB40.
Ogni tanto mi viene voglia di lasciare qualche parola di commento ai brani che inserisco nei vari post, poi mi trattengo perché penso che guasterebbero l’ atmosfera.
Però i commenti mi restano a metà strada, ed allora mi domando: in fondo che lo tengo a fare un blog se non ci posso scrivere quello che mi pare ?
Allora faccio così: questo è un post di commento ad alcuni dei brani musicali inseriti in altri post.
Gun’ s and Roses - Sympathy for the Devil
(inserito in Il the freddo di Isola Lunga)
Gli Stones erano più o meno già stati accusati di corrompere i giovani, ma non ancora esplicitamente di tendenze demoniache, per cui decisero di colmare la lacuna aggiungendoci questo carico da undici.
La canzone è chiaramente ispirata al romanzo di Bulgakov “Il Maestro e Margherita”, un bellissimo romanzo ancora oggi, in cui i protagonisti non sono né il Maestro né Margherita ma precisamente LUI, Woland, Lucifero, Satana, il diavolo insomma, un gentiluomo dalle buone maniere che addirittura si esibisce in teatro a Mosca.
Pane per i denti di Mick Jagger, giocare a fare il diavolo, naturalmente.
La cosa gli venne talmente bene che altri aspiranti Luciferi incisero la canzone.
Fra questi, Axl Rose mi sembra il più naturalmente dotato.
Certo che ad immaginare i Rolling Stones in cerchio, chini a grattarsi la testa su un romanzone russo degli anni Quaranta mi viene un po' da ridere.
Se poi mi ci immagino i Gun’s and Roses…
Police - Sinchronicity II
(inserito in Piccoli Darwinismi)
Sinchronicity II stava nell' ultimo album dei Police, una specie di apoteosi finale per chi li apprezza.
La leggenda narra che Sting la volle fare per bilanciare Sinchronicity I, pezzo d' apertura dello stesso disco, che gli pareva troppo dominata dal batterista (Stewart Copeland, uno con pochi rivali nel mondo rock).
A quei tempi il professor Sting si dilettava di letture colte e si era intrippato di C.G. Jung.
Jung era uno capace di abbinare illuminazioni grandiose ad idee assolutamente strampalate, lui teneva dentro tutto, utilizzava qualsiasi cosa.
Ad un certo punto Jung si era convinto dell' esistenza del fenomeno della sincronicità, che si manifestava secondo lui tutte le volte che due eventi significativamente legati fra loro si verificano contemporaneamente, ma senza un rapporto causale.
Come ad esempio svegliarsi pensando insistentemente ad un gatto, uscire di casa e trovare un gatto davanti al portone del palazzo. O un manifesto pubblicitario che raffigura un gatto. Cose così. Da qui alla parapsicologia il passo è breve.
Oltre a dedicargli l’ intero album, Sting colse il pretesto per scriverci questa canzone, in cui alterna e contrappone spietate crudelissime istantanee della vita quotidiana di un impiegato medio americano, pendolare, frustrato, perdente per definizione ad immagini misteriose ed assai evocative di una creatura primordiale, una specie di mostro di Loch Ness che emerge dalle acque e si avvicina minacciosamente ad un piccolo cottage sulla spiaggia.
La canzone funziona, la chitarra tagliente gli conferisce un che di ossessivo, misterioso e predestinato. A suonare sono in tre ma sembrano molti di più. Implacabile. Stewart Copeland alla batteria, forse per dispetto, picchia duro come mai prima.
Dulce Pontes - Canção do Mar
(inserito in Scrivere)
La “Canzone del Mare” era nella colonna Sonora del film “Schegge di Paura”. Era anche l’ unica cosa memorabile di quel film, francamente.
Dulce Pontes invece è semplicemente la più bella voce femminile in circolazione.
Opinione personale, ma ostinata.
Potete condividerla oppure darmi torto.
Prima di darmi torto però dovreste ascoltarvi almeno "La ballata di Sacco è Vanzetti" di Morricone, sforzandovi di non provare brividi.
Ascoltatela ma non confrontatela con la versione originale di Joan Baez. Per piacere non lo fate.
Dulce Pontes ha potenza, grazia, leggerezza e classe innata, forza ed eleganza.
Di più non c'è.
Per le voci maschili, morto Jim Morrison e finchè non va in pensione Bono temo non ci sia storia.
Al Stewart - Year of the Cat
(inserito in La regola delle leggi)
The Year of the Catè la canzone della leggerezza.
E' come una farfalla, gironzola portata in giro dal pianoforte e dalle chitarre, si lascia gradevolmente ammirare, non disturba, è piacevolmente inessenziale, leggera ma non vuota.
Strappa un sorriso anche quando è una giornata storta. Non è poco.
Racconta di una fantasia, di un sogno, di un "rapimento mistico e sensuale", direbbe Battiato, persino della Sindrome di Stendhal, probabilmente.
E' un naufragare dolce in un mare di bellezza, senza fretta di tornare indietro.
E che gli altri prendano pure il pulmann e vadano per i fatti loro.
Eleganza pura.
I gatti non c' entrano molto con la canzone ma c' entrano con la copertina del disco, un capolavoro di per sè, una specie di toletta da diva anni 30 piena di gioielli, cosmetici, sigarette ed oggetti alla rinfusa, tutto ironicamente e minuziosamente declinato al gattesco.
Un disco toccato dalla grazia, a suo modo irripetibile.
L' ho messa di proposito per bilanciare un post che mi pareva alquanto pesantuccio.
Coldplay – Everything is not lost
E siccome non stava bene per niente chiudere un post sui clip musicali senza inserirci un clip musicale, ecco la “bonus track”, un bellissimo quanto insospettabile gospel dei Coldplay.
Si, ho detto gospel, ed ho detto Coldplay. Non sto scherzando
E' l’ equivalente di “I still haven’t found what I’m looking for degli U2”.
Provate ad ascoltarlo ad occhi chiusi ed immaginatevelo interpretato da un coro di neri con le tuniche in una chiesa del Mississipi.
Una roba tipo Sister Act. Oppure James Brown che fa il pastore nei Blues Brothers.
Ci siete ?
Lo sentite il finale in crescendo, con le braccia levate al cielo e le mani che ondeggiano ? Un gospel.
Sapere l’ origine delle parole le illumina dal di dentro.
Ci si trova assai più di quanto appaia a prima vista, un po’ come quando si fa amicizia con una persona all’ apparenza triste ed un po’ banale e ci si accorge che ha un mondo dentro e magari suona il sassofono in una jazz band…
D' altra parte, da vicino nessuno è normale, si dice.
Con le parole è uguale, provare per credere e per il viandante che volesse mettersi in proprio c’è un comodo link ad un dizionario etimologico.
Il DISASTRO è abbastanza facile da capire, c’è un prefisso greco dis- che ha un significato negativo, di “male” come nella parola “dis-grazia”. Prefisso da non confondere con l’ analogo dis- di origine latina che invece significa separazione, allontanamento come in dis-attenzione o dis-boscamento. Il dis greco invece è proprio malefico, per cui un disastro è propriamente una cattiva stella.
L’ APOCALISSE è già più interessante, visto che di per se non sarebbe una cosa brutta, tutt’ altro.
Anche qui c’ è un prefisso greco apo- che sta per “togliere”, “mettere via” più la parola “calipso” che non richiama ritmi sudamericani ma semmai l’ Odissea. E’ infatti il nome della ninfa, giovanissima e misteriosa, innamorata di Ulisse, che trattiene con sé per sette anni. Misteriosa anche nel nome, che viene da kalipsein, cioè coprire, nascondere, celare.
Magari semplicemente portava sempre il velo ed Ulisse la prendeva in giro.
Riassumendo quindi un’ apocalisse è un “togliere il velo che cela alla vista”, è una rivelazione. Il fatto è che nella tradizione paleocristiana (non solo San Giovanni) l’ apocalisse è la rivelazione finale, quella che precede la fine del mondo ed il giudizio universale. Da qui il significato apocalisse = finimondo.
La CATASTROFE è la più bella di tutte. Anche qui c’è il solito prefisso greco. Katà indica la direzione verso il basso, all’ ingiù, basta pensare alle catacombe. La parola strofe invece fa pensare alle poesie, e la cosa non è fuori luogo. Strofe significa girarsi indietro, fare dietro front. Il fatto è che nel teatro greco il coro recitava attraversando il palcoscenico e quando arrivava in fondo faceva una “strofe”, cioè un dietro front e tornava indietro. Inutile dire che il giro del coro corrispondeva ad un brano prefissato del testo, ad una “strofa” per l’ appunto. Ma se la strofa è un girarsi all’ indietro, una catastrofe è un girarsi sottosopra, una capovolgersi a testa in giù
Il mondo a gambe all’ aria.
Helter Skelter. I Beatles. Che altro ?
Quando ci vuole ci vuole.
In principio era concreto,
del tutto letterale,
il mondo conteneva le cose elementari.
Sassi, acqua, luce, tenebre, atmosfera,
semplice, stabilito,
affidabile persino,
e niente da controllare.
La prima alga - già così complessa,
lei si riproduceva,
nientemeno.
E poi di più, di più,
una spirale è la vita,
una vertigine d' evoluzione,
e striscia in fondo al mare,
fra predatori e prede,
e simbiosi e parassiti,
istinti in equilibrio,
a far ciò che si deve.
Ma che bisogno c’ era
poi di guardarsi dentro,
che bisogno c’ era
che qualcuno dicesse:
“Mi sbaglio, dunque sono” ?
Il cosmo era annoiato ?
Forse cercava guai,
forse voleva solo guardarsi bene in faccia.
Riconoscersi, magari ?
Se fosse una persona sarebbe certamente un tipo simpatico e poco raccomandabile, uno di quei tipi visibilmente inaffidabili da cui di sicuro non ti azzarderesti a comprare un’ auto usata, e nemmeno un motorino. A meno che non stia cercando giusto un motorino truccato, nel qual caso invece potrebbe essere proprio il tipo adatto.
Una specie di allegro imbroglione alla Danny De Vito, con la parlantina sciolta, espansivo, uno che ride, scherza, confonde le idee, pianta su un gran casino e alla fine sparisce e ti accorgi di essere stato bidonato.
È falso già nel nome.
Long Island Iced Tea.
Wikipedia dice che è nato in America durante il Proibizionismo, ma io non ci credo proprio.
È un falso indizio, figurarsi se uno così non mente pure sulle sue origini.
Per me è andata in un altro modo.
Long Island è la spiaggia dei benestanti di New York, ed io mi immagino questo beverone nato dalla complicità di qualche barman, magari italoamericano, con i suoi ricchi clienti, attempati ed incorreggibili.
“ Jack, stai bevendo di nuovo ? Lo sai che dopo stai male. Il dottore…”
“ È solo un tè freddo, Mary…”
Un tè freddo, come no.
A guardarlo lo sembra davvero, nel bicchiere di vetro spesso e pesante, da far fatica a tenerlo in mano, pieno fino all’ orlo di ghiaccio a cubetti. Dentro c’è un liquido biondo, appena un po’ scuro, dai riflessi ambrati, due cannucce ed una fetta di limone.
Uguale preciso al tè freddo quando te lo servono, con tutte le belle goccioline di condensa che scendono sulla parete esterna del bicchierone.
E persino il primo sorso un po’ inganna, col sapore dolce, liscio, ben freddo.
Va giù che è un piacere, il Long Island Iced Tea.
Quando è andato giù, allora lo senti.
Come una Ducati che si mette in moto.
Il nitrito del cavallino rampante.
La botta dei quattrocento cavalli.
Il Re Leone che solleva un sopracciglio.
Un long (… long !) drink che sembra un tè ma che ad occhio e croce supera i trenta gradi alcolici.
Non appena arriva nello stomaco si guarda attorno con aria da padrone, poi si mette all’ opera, si dirama in tutte le direzioni, attiva i chakra, srotola il kundalini, riequilibra lo yin e lo yang, bilancia il jing col qi, insomma ti scaraventa in uno stato di godimento in cui provi un moto di simpatia generalizzata per il genere umano, una razza un po’ bastarda a volte, è vero, ma che non può essere cattiva senza speranza se è in grado di inventare una cosa simile, quantunque resti il sospetto che il diavolo stesso abbia dato un bell’ aiuto al momento della formulazione…
Insomma, il barman che l’ ha inventato doveva avere la manina pesante, oppure doveva aver pensato che se truffa ha da essere, tanto vale farla bene e lasciare il cliente contento ed inebetito.
Quattro superalcolici ci ha messo, tanto per andare sul sicuro. Quattro.
Quelli che lo preparano, quelli bravi, di solito ne approfittano per fare un po’ di teatro.
Afferrano con la mano destra, palmo in alto, due bottiglie di quelle già predisposte col beccuccio, il collo dell’ una fra indice e medio, il collo dell’ altra fra medio ed anulare, altre due allo stesso modo con la mano sinistra e alè, con un movimento unico ed elegante le capovolgono sul bicchierone pieno di ghiaccio, vedi che serve un bicchiere bello grande.
Spettacolo.
Poi aggiungono il resto, sul quale c’è da discutere non poco, come vedremo, ed infine il tocco di genio del diavolone ingannatore: la spruzzata di coca cola che addolcisce e colora, non tanta, quel che basta a dare il colore giusto, non troppo chiaro, non troppo scuro, tè deve sembrare, puramente e semplicemente tè.
Fetta di limone e cannuccia.
Innocente.
“Si, vabbè, abbiamo capito che ti piace, ma la ricetta ?”
E qui la faccenda si complica, d’ altra parte l’ ho detto che questo long drink è come De Vito quando fa l’ imbroglione nei film, non ci si aspetterà una risposta chiara e precisa su questo punto.
Sul fatto che ci vogliano vodka, gin e rum bianco in parti uguali c’è quel che si dice un consenso generale, informato.
La maggior parte delle ricette ci mette pure una parte di tequila (e secondo me ci vuole). Ma non tutte.
Quasi tutti ci mettono il Triple Sec. Non tutti.
Qualcuno ci mette pure il Cointreau. Una minoranza.
Oppure un misterioso “Sweet and Sour Mix” (sarà lo stesso del Margarita?).
Qualcuno ci aggiunge uno spruzzo di soda, subito vaffanculato da altri con furore integralista.
Qualcuno ci mette lo sciroppo di zucchero.
Qualcuno usa davvero il tè al posto della coca cola, ma così non verrà troppo chiaro ?
Shakerato ?
No, si mescola.
No, ci vuole proprio lo shaker, ma un colpo solo…
Insomma, un vero casino, che non ho nessuna pretesa di dipanare qui.
Troppa fatica.
E poi, tutto questo scrivere mette una sete…
Dobbiamo scrivere
senza mai stancarci,
scrivere di queste vite
insoddisfatte,
di questo tutto
che non riempie niente,
di questo sole
freddo e senza luce.
Scrivere
di spiagge fredde e notti insonni,
e lune
e gatti
e vite non vissute
sotto l’ anestesia del dover fare.
Finché un ruggito ci desti,
all’ improvviso.
... ma chi vuole essere nessuno ?
(attribuita a Snoopy)
Erano grandi, i Greci quando si trattava di indagare le cose che stanno proprio al fondo del nostro essere uomini, quelle cose che al di là del passare dei millenni sempre continuano ad essere le domande con le quali ci confrontiamo, discutiamo, litighiamo.
Con gli altri, se capita, ma pure con noi stessi.
Perché a volte capita, di farsi certe domande, e capita pure di non trovare le risposte, ed allora conoscere i Greci aiuta, aiuta davvero.
Non perché lì trovi queste benedette risposte, il più delle volte non ce le trovi.
Però trovi le domande.
E semplicemente ti rendi conto che in un tempo così lontano laggiù in mezzo a pecore e montagne c’ erano persone che si ponevano le stesse domande che ti stai ponendo ti alcuni millenni dopo, e pure loro si dannavano perché non riuscivano a trovare risposta.
E lì, paradossalmente, invece di concludere che stai perdendo tempo ti viene chiara la consapevolezza che invece no, al contrario, non è tempo perso, perché è evidente che chiunque provi ad estrarre qualche grammo di senso da questa vita arriva a farsi proprio quelle domande. Non si scappa.
In qualche modo ti fa sentire meno solo, questa cosa.
Una di queste domande, apparentemente facili fino a quando uno non ci sbatte contro è: bisogna rispettare le leggi ?
Si, certo che si.
Ci mancherebbe.
Aspetta un momento.
Sempre bisogna rispettarle ?
Pure quando sono palesemente, macroscopicamente ingiuste ?
Pure quando tocca soffrire a causa di una legge ingiusta ?
Pure quando si avrebbe la possibilità di non rispettarla, quella legge ingiusta, e così facendo sottrarsi a questa sofferenza ?
In Grecia a queste cose ci pensavano. E gli davano molta importanza.
Avendo inventato da poco la democrazia, continuavano ad interrogarsi sul funzionamento di questa cosa che avevano inventato, e continuavano a stupirsi ed incuriosirsi, evidentemente.
Nel caso specifico, la risposta classica, chiara e limpida, è quella di Socrate (almeno a quanto riferisce Platone, che forse qualche volta gli faceva dire quello che voleva lui).
Una risposta semplice.
Le leggi si rispettano. Punto e basta.
E non stiamo parlando di evasione fiscale. Socrate era stato condannato a morte, ingiustamente, e gli amici avevano trovato il modo di farlo evadere.
Lui dice di no.
E racconta di un sogno che ha fatto.
Un sogno in cui gli sono apparse le Leggi di Atene, in persona, per fargli un discorso severo, che suona più o meno così.
Ti ha fatto comodo, caro Socrate crescere e vivere in una città in cui ci siamo noi, le Leggi. Una città in cui un cittadino è protetto e difeso, ha dei diritti, non è alla mercé della prepotenza del più forte e può persino partecipare in prima persona alla costruzione delle leggi della sua città.
Ti ha fatto comodo vivere al riparo, e non avresti cambiato di sicuro la tua sorte con quella di un qualsiasi suddito di una fra le tante città che ci circondano dominate da tiranni, in cui chi comanda può fare quello che vuole e chi è suddito non ha nessun diritto.
Adesso quelle stesse Leggi ti condannano, e d’ improvviso scopri che la cosa non ti piace più.
Cominci a dire che è una legge ingiusta, che non va bene che ti abbiano condannato. Ma quando mai un condannato ha applaudito la propria condanna ? e non è assolutamente chiaro ed evidente che se riconosciamo ai cittadini il diritto di decidere se una legge è giusta e va rispettata oppure se è ingiusta e quindi va aggirata, allora in breve tempo ci troveremo del tutto privi di leggi ed in preda al caos ?
Infatti ognuno pretenderà di rispettare solo le leggi che gli fanno comodo, e di ignorare le altre.
Quindi la tua pretesa è assurda.
Se una legge è ingiusta, il cittadino si darà da fare per cambiarla, convincendo gli altri delle sue ragioni.
Ma finché la legge c’è, che la rispetti.
Un punto di vista molto kantiano, verrebbe da dire.
Nel momento in cui mi arrogo il diritto di non rispettare una legge che ritengo ingiusta, devo pormi il problema di cosa succederebbe se questo mio comportamento venisse generalizzato. Ed in questo caso la conseguenza sarebbe la perdita del diritto, perché non si potrebbe più avere la certezza che una qualsiasi legge venga rispettata da tutto, qualcuno si troverà sempre ad invocare l’ eccezione.
Allora il principio vale.
Come principio, perlomeno.
Nella pratica poi le cose diventano più difficili, sempre.
Lasciamo stare per il momento la granitica coerenza di un Socrate di fronte alla propria morte, cerchiamo di vedere come vanno le cose normali per la gente normale.
L’ Antigone di Sofocle.
La storia di due fratelli, Eteocle e Polinice, figli di Edipo (nientemeno) viene narrata nella tragedia “Sette contro Tebe”.
I due fratelli si erano accordati per regnare su Tebe a turno, una volta per uno. Eteocle però, una volta impossessatosi del trono, rifiuta di cederlo al fratello, il quale s’ incazza, raduna un esercito e pone l’ assedio alla città. Ne segue una violenta battaglia nel corso della quale i due fratelli si uccidono a vicenda.
A reggere la città rimane Creonte, lo zio dei due fratelli.
Creonte pensa bene di emanare un editto in cui in cui:
- riconosce una specie di funerale di stato, con tutti gli onori militari, ad Eteocle, in quanto valorosamente caduto nell’ eroico sforzo di difendere la città dal nemico
- proibisce la sepoltura di Polinice, in quanto traditore che ha osato levarsi in armi contro la sua stessa città. Che la sua carogna marcisca e venga divorata dai cani. Oltraggio gravissimo, secondo i costumi della Grecia antica.
Antigone, protagonista della tragedia, sorella di Eteocle e Polinice non è d’ accordo. Ritiene che l’ editto sia ingiusto ed in conflitto con una legge divina e coi suoi doveri di sorella. In violazione del decreto, tenta di dare sepoltura a Polinice, viene scoperta e messa in carcere.
Ora, è chiara l’ affinità con l’ esempio di prima, anche stavolta siamo di fronte ad una legge ingiusta, ma è chiaro anche che stavolta il problema è ancora più complicato.
Infatti Antigone decide di trasgredire non allo scopo di ricavarne un vantaggio per sé, ma per rimanere fedele ad un codice morale, che lei ritiene superiore alla legge degli uomini.
Per la verità, che la legge sia ingiusta ad un certo punto lo capisce pure Creonte che l’ ha emanata, lo capisce di fronte alle molte proteste delle persone a lui più vicine, ma lo capisce soprattutto quando ad incappare nelle maglie dell’ editto è proprio la sua stessa nipote.
Ma questo fatto, che gli apre definitivamente gli occhi, è proprio quello che gli impedisce al tempo stesso di porvi rimedio.
Non che chi ha il potere non abbia il diritto di cambiare idea, ma come si fa a cancellare un editto quando questa cancellazione servirebbe direttamente a scarcerare una persona vicina a chi comanda ? La gente penserebbe che chi comanda fa le leggi solo per gli altri, e se ne pone al riparo quando queste leggi rischiano di danneggiarlo.
Non fa una piega. Socratico e kantiano, Creonte tiene duro.
Le conseguenza sono terribili, del resto è una tragedia greca, no ?
Antigone si uccide in carcere, Emone (fidanzato di Antigone nonché figlio dello stesso Creonte) si uccide, Euridice, moglie di Creonte e madre di Emone tanto per non sbagliare si uccide anche lei.
Creonte rimane solo, annientato dalle conseguenze delle sue stesse decisioni.
Qui sembra quasi che Sofocle voglia far passare un messaggio opposto a quello di Socrate. Altroché, se bisogna opporsi alle leggi ingiuste, è la legge degli dei che bisogna rispettare, in questo caso quella che impone di dare una conveniente sepoltura ai propri cari.
In realtà a me viene il dubbio che i due messaggi siano piuttosto complementari.
Che cosa avrebbe fatto Socrate al posto di Antigone ? Che cosa avrebbe fatto Socrate se la legge gli avesse imposto, non di morire lui ma, mettiamo, di far arrestare un amico accusato ingiustamente ? lo avrebbe denunciato ? non ci credo
E che avrebbe fatto Antigone al posto di Socrate ? si sarebbe data alla fuga facendo il gesto dell’ ombrello ? non lo so, ma dubito.
E quindi due cose sembra di poter concludere.
Una è che la legge va rispettata sì, ma non al punto da tradire i valori profondi e convinti. Non al punto da fare del male in nome di quella Legge. Subire il male va bene, rendersene partecipe e corresponsabile no. Facciamo la prova kantiana ? che succederebbe se tutti facessero così ? non ci sarebbero i boia, i torturatori, i sicari, gli squadroni della morte. Dittatori e tiranni dovrebbero fare tutto da soli, con le loro stesse mani, arrestare, torturare, uccidere. Nessuno disposto a farlo per loro. Hitler senza le SS. E quanto andrebbero avanti ? Non sembra di vedere il mondo di Ghandi, il mondo della disobbedienza civile, della non violenza, il mondo dei diritti non calpestati ?
L’ altra cosa è che questa disobbedienza non deve portare vantaggio al disobbediente. Rimetterci di persona, pagare le conseguenze della deliberata trasgressione va bene, guadagnarci no. E qui nemmeno serve, fare la prova kantiana, il pensiero corre e si finirebbe nella polemica bassa. Non mi va. Punto concesso.
Grandi o no ‘sti Greci ? O è solo una mia fissa ?
a Tia Lori
Quello che volevo dire.
Devi usare il tuo dono, grande o piccolo che sia.
Senza paura e senza risparmio, oppure con paura, ma senza risparmio.
Se sai cantare canta.
Se sai correre corri.
Se sai studiare studia
Se sai cucinare cucina.
Se sai amare ama.
Devi fare tutto come se fosse la cosa più importante del mondo, e come se volessi arrivare al numero più grande di tutti. Lo so che non c’è, ma cerca di arrivarci lo stesso.
Il talento, quale che sia è un dono che è dato perché tu lo metta a frutto, non per dormirci sopra o lasciarlo arrugginire. E’ una responsabilità il talento.
Spremi tutto quello che puoi, a fondo perduto.
Spingiti oltre.
Schiaccia ‘st’ acceleratore, cazzo.
Fino a non farcela più.
Poi prova a farcela ancora un po’. Vedrai che ce n’ era.
Forse così arriverai da qualche parte. Forse no. Ma non avrai rimpianti.
Perchè altro modo non c’ è per sapere dove PUOI arrivare.
Tutto qui.
La città appartiene al sassofono.
E ai poeti imagisti.
Nella poesia In a station of the metro, Ezra Pound propone “l’ apparizione di queste facce nella folla” come “petali su un nero ramo umido”.
Un’ immaginazione erotica pervade le grandi città.
Le amiamo perché ci mantengono nei loro corpi, ci eccitano, ci sfibrano, non ci fanno andar via.
Oppure le lasciamo come un amante, perché non ne possiamo più.
L’ eros che emana uno sconosciuto, in un bar, nella sala d’ attesa di un ufficio. Possibilità di seduzione su un pulman che attraversa la città: non i contorni e le costituzioni di corpi agresti, ma corpi cittadini pieni di fascino.
Innamorarsi sulla Senna. Sulla nave. Ponti, banchine, sottili canali in inverno, anche le pietre della pavimentazione sono innamorate.
E dove c’è l’ amore, c’è la rivoluzione: le città sono il cuore della polis animato da fervida passione politica.
James Hillman – L’ anima dei luoghi
Questo non è un post.
Cosa posso aggiungere, a parte togliermi il cappello?
Grande, Hillman.