inquietudini e viaggi

Il melogrande è

Utente: melogrande
Nome: Francesco
Un'anima in viaggio, un po' autocentrata, ma non arida. Un temporale di marzo, a volte.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Il Melogrande ha offerto ombra

a *loading* viandanti

PageRank Checking Icon
domenica, 28 ottobre 2007
All' erta sto

Solda 0707 154

Una prova, una prova, datemi una prova.

Prova da superare, prova da fallire,

prova per dimostrare il dato ipotizzato.

Per vivere un tremore, per l' ansia dell' appiglio.

D’ appiglio in appiglio, basta un passo falso.

Basta un piede in fallo.

To fall,  cadere, the fall l’ autunno.

E’ tempo di cadere, è presagio d’ assoluto ?

Datemi una prova, pietra da inciampare.

Un’ erta da salire, erta da stare all’ erta.

Postato da: melogrande a 18:48 | link | commenti (13)
riflessi, pensiero, autopoesie

mercoledì, 24 ottobre 2007
Echi di Rebetiko

Il tassista di Atene non lo sa, ma è una specie di madeleine proustiana mentre mi porta dall’ aeroporto all’ albergo stanotte. Non sa e non può sapere quale sequenza di pensieri, quale catena di déjà vu sta provocando.
Niente di epico, per carità, non ha certo l’ aspetto di un Pericle e men che meno di Leonida come ormai ce lo immaginiamo dopo “300”. Ma proprio per niente.
Ha un aspetto da insegnante o impiegato di mezza età, è stempiato, gli occhiali dalla montatura dorata, molto serio. Guida e non parla, sull’ autostrada senza traffico, a quest’ ora.
Ascolta la musica però. Ed è proprio questa, la musica, che fa partire la sequenza dei pensieri. La musica.
Non è sirtaki, non è musica greca tradizionale, quella che obbligatoriamente accompagna qualsiasi documentario televisivo sulle bellezze della Grecia o reportage di vacanze. Può sembrare ma non è, ed io la differenza ormai la colgo. Quella che sta ascoltando è rebetiko, musica popolare nata nella strada, nei bassifondi, nelle carceri e nelle fumerie, è il blues greco e si sente, ha un fondo amaro, è piena di dolore e compassione, malinconia e profondità. Musica che ti entra dentro dapprima in modo sottile, la sottovaluti, la giudichi la solita roba greca, poi però si apre, ti entra in circolo, ti condiziona, ti trascina nel suo umore.
L’ effetto che a volte provoca il fado portoghese quando è bene interpretato.
Dulce Pontes, tanto per intendersi.
Mi ricordo bene tempi e luoghi del contagio.
Tilos, inizio estate del 2004.
Tilos è l’ ultima isola del Dodecaneso, l’ estrema propaggine della grecità. Dalla spiaggia si vedeva la costa turca così vicina da pensare di poterla raggiungere in barca a remi.
È così lontana da tutto, Tilos, che persino arrivarci è un’ avventura d’ altri tempi, il charter si ferma a Rodi e da li sono due ore di aliscafo se il mare lo consente, altrimenti tocca rassegnarsi a quattro o cinque ore di traghetto, insomma si parte prima dell’ alba e si arriva che è sera, una giornata intera di viaggio rimanendo in Europa, oggi non capita spesso. Ma fa parte di Tilos anche questo pregustarlo, assaporarlo con lentezza, è la lentezza la sua cifra stilistica e la sua chiave di lettura.
 
Lungomare di Tilos, strada litoranea. Una macchina ogni quarto d’ ora. Ci sono più capre che abitanti umani, sull’ isola, e di auto se ne vedono pochissime. Dall’ altra parte della strada un filare di pini ed una siepe di tamerici delimitano la lunga spiaggia di ciottoli grigi, un’ ombrellone ogni mezzo chilometro, più o meno. La spiaggia degrada nel mare senza farsi accorgere, tanto l’ acqua è limpida e trasparente. In lontananza, il porto. Un traghetto ogni due giorni, in estate.
In fondo alla spiaggia c’è un piccolo bar, bianco e azzurro come quasi tutto il resto, pochi tavolini, uno dei quali perennemente occupato dall’ anziano proprietario e da un non meno anziano amico, impegnati dalla mattina alla sera in interminabili partite a backgammon occasionalmente sospese, ma non interrotte, quando occorre preparare il caffè a qualche cliente, come adesso. Non capita troppo spesso, comunque.
Il caffè però è buono, italiano come la macchina espresso, ed entrambi di marca. È un intenditore, il proprietario. Mi ricorda nonno Tano.
 
Nel locale c’è sempre la musica di sottofondo, non troppo alta, quello che basta ad accompagnare gradevolmente il caffè ed a seguirti fuori, per un tratto di lungomare.
Sempre e solo Rebetiko.
 
La sera in cui la Grecia entrò in finale agli Europei di calcio riuscirono a fare un incidente stradale, a Tilos.
 
 tilos

Postato da: melogrande a 19:13 | link | commenti (12)
ellenismi, storie, luoghi, viaggi reali

domenica, 21 ottobre 2007
Sul ciglio della strada

A volte ci si sente deboli.

A volte ci si sente fragili e vulnerabili.

A volte si vorrebbe soltanto sedersi per un po’ sul ciglio della strada, lasciar passare avanti gli altri, rimanere semplicemente lì, seduti a guardare fino al calare del sole dietro gli alberi.

Col viso tra le mani, i gomiti puntati sulle ginocchia.

Piangendo persino un po', magari, che ogni tanto fa anche bene.

Solo per un po’, non vi preoccupate, poi mi alzo e mi rimetto a camminare.

Solo per un po’.

 

Naturalmente non è possibile farlo davvero.

Proprio no.

Dove la mettiamo, la RESPONSABILITÀ ?

 

Postato da: melogrande a 11:54 | link | commenti (10)
pensiero, viaggi mentali, inquietudini

giovedì, 18 ottobre 2007
Il rispetto per la vita

 

Lo spirito dell'uomo non è morto. Continua a vivere in segreto (...) È giunto a credere che la compassione, sulla quale si devono basare tutte le filosofie morali, può raggiungere la massima estensione e profondità solo se riguarda tutti gli esseri viventi, e non solo gli esseri umani.

 

Albert Schweitzer,dal discorso tenuto alla consegna del Premio Nobel per la pace nel 1953
 
 
 
Ragionavo in un precedente post sul fatto che l’ etica laica non mi pare in nulla inferiore all’ etica religiosa, ed almeno in un campo decisamente superiore, addirittura: il rispetto per la vita.
Vorrei spiegare perché.
 
L’ etica religiosa si basa sul riconoscimento dell’ uomo come unico essere vivente dotato della scintilla divina, il soffio del Creatore che lo rende diverso da ogni altra creatura vivente.
Nella Genesi Dio concede ad Adamo il diritto di dare un nome a piante ed animali, “nominarli”. Non è una cosa da poco. Cosa faceva un esploratore del Cinquecento quando arrivava in un’ isola sconosciuta ? Gli dava un nome.
Il nominare è un atto magico potente, col fatto di assegnare un nome si sancisce un potere per chi nomina, un’ appartenenza per chi è nominato, un diritto che proviene direttamente da Dio.
Questo potere conferito da Dio all’ uomo, il potere sopra ogni altra creatura è un elemento comune a tutte le religioni del Libro.
 
 Il fatto è che questa concezione porta inevitabilmente a considerare la natura e tutta la vita non umana come “res nullius”, proprietà del primo che se la prende, e la predazione come un diritto originario, legittimo e moralmente lecito.
Le piante e gli animali, l’ ambiente che ci circonda sono a disposizione dell’ uomo, assoggettati al suo volere per esplicita delega divina.
Una barriera così forte fra ciò che è umano e quindi “a somiglianza di Dio” e ciò che non lo è, il riconoscimento della sacralità della vita limitato alla vita umana possono portare conseguenze importanti e nefaste.
Basta ad esempio che il nemico di turno venga in qualsiasi modo e sotto qualsiasi aspetto declassato a “meno che umano” basta dipingerlo come un animale, come un essere bestiale, ed automaticamente qualsiasi crudeltà nei suoi confronti diventa meno grave, quasi lecita.
Non ci faremo scrupoli per delle bestie, no ?
 
La Chiesa, o meglio le chiese in generale, non hanno molto da ridire, ed in genere non ridicono, quando si tratta di maltrattamenti agli animali. Mai sentita una predica veramente convinta contro la vivisezione, per esempio.
Non hanno appigli teorici, probabilmente, o forse non si pongono neppure il problema, tutti presi dalla salvezza dell’ anima.
 
Ed in fondo, che cos’era un eretico ?
Non era forse un essere umano che aveva perduto la sua “scintilla di divinità”?
E cosa resta di un uomo senza quella scintilla ? Una bestia.
Da macellare ? Da macellare.
Da arrostire ? Da arrostire.
Da torturare ed uccidere con più crudeltà di quella usata contro il Salvatore, che appunto gli uomini è venuto a salvare, non le bestie.
 
“Ogni gruppo culturale sufficientemente circoscritto tende a considerarsi una specie a sé e a non considerare veri e propri uomini i membri di altre unità analoghe….Questa conseguenza della pseudo-speciazione è molto pericolosa perché provoca una riduzione notevole dell’ inibizione ad uccidere.” - K. Lorenz
 
La morale laica deve partire da un assunto del tutto diverso. Un assunto che poggi nella realtà contingente. Qui ed ora. Su ciò che sappiamo, non su ciò che crediamo.
 
E ciò che sappiamo per certo, ormai, è che la vita sulla terra è una ed una sola.
La vita, tutta la vita, dall’ ameba all’ uomo, è basata sullo stesso codice, sull’ uniformità del DNA, su un’ evoluzione genetica riconoscibilissima per chiunque non voglia chiudere gli occhi e la mente, non vedere e non capire. Un’ evoluzione rintracciabile e graduale, che fa della vita su questo pianeta un “continuum” senza salti e senza buchi.
Questo da un punto di vista biologico, naturalmente, poi è del tutto evidente che l’ uomo ha sviluppato delle caratteristiche alquanto peculiari, che lo pongono ad anni luce di distanza da ogni altro essere vivente sul pianeta.
L’ intelligenza umana, il pensiero astratto, la complessità emotiva, le facoltà di linguaggio, sotto tutti questi aspetti l’ uomo appare essere “altro”, una qualità a parte, una natura a parte, una cosa diversa da ogni altra forma di vita.
Eppure, la biologia resta, e questa diversità e peculiarità umana poggia su un codice genetico che, piaccia o no, per quanto riguarda le sequenze codificanti è per il 98% identico a quello dei primati superiori come i gorilla e gli scimpanzé, e per la grande maggioranza identico a quello di tutti i mammiferi. Non è semplicemente che gli altri esseri viventi hanno anche loro un DNA. No. È che hanno proprio lo stesso DNA nostro. È un fatto, questo, non una credenza. È una cosa che sappiamo, che possiamo verificare. Qui ed ora.
 
E di questo non possiamo non tenere conto nel fondare una morale che rifiuti di essere trascendente, di appoggiarsi su un principio esterno, su un precetto.
Questa morale deve riconoscere sì che l’uomo è l’ unico essere fuoriuscito dalla gabbia dell’ istinto, e per ciò stesso l’ unico essere che si ponga il problema di darsi una morale. Ma deve tenere conto anche del fatto che l’ uomo appartiene alla vita, e che sul piano puramente biologico le sue peculiarità sono assolutamente marginali.
 
Il principio della compassione su cui si fonda l’ etica non religiosa non può quindi arrestarsi ai confini della specie umana ma deve estendersi al rispetto totale per la vita, tutta la vita.
Non si può rispettare la “sacralità” della vita considerando il resto della vita come “corpore vili” nei cui confronti tutto è lecito. Fa parte della morale laica il rispetto e la considerazione per ogni essere vivente.
Una nuova rivoluzione copernicana, che vede l’ uomo come parte della natura, non come sovrano assoluto posto sopra la natura.
Vita Innocente
 
Albert Schweitzer c’ era arrivato.
Schweitzer era un personaggio veramente straordinario, filosofo e teologo per formazione scolastica, poi medico laureato per scelta consapevole, missionario per vocazione, fondatore dell’ ospedale di Lambarené in Congo. Premio Nobel per la pace nel 1953.
Il che non gli impedì di essere anche un grande organista, uno squisito ed apprezzatissimo interprete di Bach. Ed anche, come se non bastasse, un grande esperto e divulgatore di dottrine orientali, buddismo, confucianesimo.
Un uomo vulcanico se mai ce ne fu uno.
Un inquieto ed un viaggiatore di prima categoria, a cui un melogrande non può che rendere commosso ed umile, inadeguato omaggio, sentendosi piccolo piccolo.
 
A Schweitzer si deve il primo tentativo moderno, nobile e coraggioso, di fondare un’ etica sul rispetto per la vita. Intendendo con questo la vita tutta, non semplicemente o solamente la vita umana. Il rispetto per la vita tutta, da intendersi come bene assoluto, come lui stesso ebbe a dire nel discorso di accettazione del Nobel.
Forse troppo in anticipo sui tempi, quel discorso è di una attualità disarmante oggi, quando ci rende conto finalmente che l’ avere privilegiato la vita umana ed ignorato i diritti tutte le altre forme di vita ci sta conducendo alla catastrofe.
Un approccio che oggi ci appare per di più insostenibile alla luce delle scoperte della genetica.
 
Si può arrivare ancora un po’ più in là, volendo. E, già che ci sono, voglio. Perché no ?
 
Se l’ essenza dell’ uomo è la sua autocoscienza, la capacità di guardare sé stesso come da un punto di vista esterno a sè, e questo (e solo questo) è il principio che fonda le sue qualità superiori, e se l’ uomo è parte della vita di cui condivide i meccanismi di base, perché non vedere nell’ addirittura il uomo punto culminante in cui la vita alla fine della sua evoluzione sul pianeta arriva a conoscere se stessa ?
Questa visione lascia all’uomo il posto privilegiato che è nella realtà delle cose, ma lo mostra come punta di un iceberg fatto della stessa materia di cui è fatto il resto della vita sul pianeta.
 
L’ Uomo è il Logos, il verbo della Vita.
Della Vita è chiamato ad essere la voce e la coscienza, e non l’ assassino.
 
  

Postato da: melogrande a 15:49 | link | commenti (4)
riflessi, pensiero, viaggi mentali

domenica, 14 ottobre 2007
Autunno

Autunnale

 

 

Le foglie ingiallite
rifiutano al cielo
la fine imminente.
Il colore infuocato
è protesta suprema,
è più forte memoria.
Così sono io
che splendo più intenso,
e m’ incendio
di un ultimo fuoco di vita.
Sarò consapevole rogo.

 

 

 


Questa poesia è stata presentata al Concorso "Un battito d' ali" ed inopinatamente selezionata fra le dieci finaliste di Ottobre. Se vi piace potete trovarla a questo link :

http://www.odilialiuzzi.com/un_battitodali/

e persino votarla fino al 18 Ottobre...

http://www.odilialiuzzi.com/votazioni_unbattitodali/fillsurvey.php?sid=10

 

 

Postato da: melogrande a 09:19 | link | commenti (8)
parole, riflessi, inquietudini, autopoesie

giovedì, 11 ottobre 2007
Ciò che non si dice

Tempo di Parole. Cariche e inespresse.
Ce le ho lì, ma non sono ancora dette.
Tia Lori
 
La parola è potente.
La parola è profonda.
Arriva lontano, la parola.
Afferra le cose e ce le rende,
docili e fedeli.
E’ il nostro potere
sul mondo del Creato,
fino al margine del buio
dove la parola si ferma
e l' indicibile esiste.

Postato da: melogrande a 12:09 | link | commenti (3)
parole, riflessi, pensiero

martedì, 09 ottobre 2007
Che ho fatto di male ?

“Che ho fatto di male ?”
La guardo, sta infossata in un letto d’ ospedale brutto come tutti i letti d’ ospedale di questo mondo. Non è neppure vecchio e scrostato, questo letto, anzi è nuovo e relativamente ben tenuto, tecnologico. Solo che qui servirebbe di più la compassione.
È una domenica pomeriggio di fine estate, calda e pigra. Non ci sono rumori, solo il soffio dell’ aria condizionata. Il viso è pallido, un po’ giallastro, gli occhi spalancati un po’ acquosi, i capelli radi sono tirati indietro verso la nuca.
È messa piuttosto male, e forse lo capisce.
Tubicini di plastica trasparente girano attorno al collo, si aggrappano alle orecchie come occhiali capovolti, convergono nelle narici. L’ ossigeno. Seguo indietro il percorso, i due tubicini si riuniscono per poi arrampicarsi sulla parete e terminare in un cubo di plastica da mezzo litro pieno d’ acqua. Nell’ acqua gorgoglia l’ ossigeno, condotto fino a lì da un’ altro tubicino un po’ più grosso che fuoriesce da un rubinetto sulla parete vicino al letto.
Di fianco, una specie di appendiabiti di metallo sorregge la sacca della flebo, vedo scendere la soluzione, paziente ed imperturbabile, una goccia ogni cinque secondi. Il tubicino della flebo corre lungo il braccio destro, fissato con due giri di cerotti, per entrare poi in una specie di “T” di plastica bianca all’ altezza del polso, mentre dal lato opposto della T entra un’ altro tubicino trasparente.
Quest’ ultimo proviene da una specie di leggio sul quale è poggiata una gigantesca siringa. La siringa è collegata ad un pistone, che la aziona tramite un meccanismo micrometrico allo scopo di iniettare una medicina, non goccia a goccia questa volta, ma meno, molto meno, chissà quanto ci metterà ad iniettare una goccia. Il leggio è pieno di lucine verdi che si accendono e si spengono e display digitali coi numeri rossi destinati a rassicurare, suppongo, sul fatto che l’ apparecchio funziona e la medicina viene dosata come richiesto. Ad occhio nudo sarebbe impossibile accorgersi.
Dal lato lungo della T di plastica fuoriesce un terzo tubicino che termina in un lungo, grosso ago metallico conficcato nella vena dell’ avambraccio, fissato con un cerotto sporco di sangue, sangue che ha sporcato anche la manica della camicia da notte.
Un ennesimo tubicino sbuca fuori dal lenzuolo e si dirige verso la sacca appesa alla sponda del letto, piena a metà di liquido giallo intenso.
 
“Che ho fatto di male ? ” ripete.
Che si può rispondere ad una domanda così ?
Torno a guardarla.
Le braccia sono martoriate, ematomi grandi come uova. Il diabete.
La pelle non è più pelle, ha la consistenza della plastica raggrinzita, è dura, screpolata.
Incartapecorita, si dice, come se poi ci fosse rimasto qualcuno che davvero ha visto la cartapecora e sa com’è fatta. E’ giusto un altro luogo comune, una parola usata a casaccio, per fare prima, come tante altre.
Io non lo so com’ è la cartapecora, ma questa pelle la vedo, non è nemmeno più giallastra, è marrone scuro, ha il colore della terra, sembra un paesaggio visto dall’ alto, una terra su cui non piove da anni.
Gli occhi mi fissano.
 
Che hai fatto di male ?
Niente, hai fatto.
Hai rotto le scatole al prossimo né più né meno di qualsiasi altro essere umano, semmai un po’ meno della media, se vogliamo essere giusti.
Hai vissuto con energia positiva, sempre. Ti sei data da fare.
Hai un sacco di persone che ti vogliono bene, più di quante io mi potrei mai sognare.
No, non hai fatto proprio niente di male, da meritare una punizione.
 
Che idea terribile, questa.
L’ idea che ciò che ci capita abbia relazione diretta con il nostro comportamento, con la nostra morale.
Se siamo bravi la Provvidenza ci darà la felicità, se non lo siamo verremo castigati.
È dai tempi di Giobbe che sappiamo che non va così, proprio per niente, e che non si vive bene se si pensa che la sofferenza è sempre meritata, ma l’ equivoco continua, non ne usciamo mai.
Perché mi viene inflitta questa sofferenza se non ho peccato, questo sta chiedendo.
 
Perché hai ottantasette anni, il diabete, le complicazioni polmonari ed il cuore malandato. Perché le decine di pillole che trangugi ogni giorno aggiustano una cosa e ne sfasciano un’ altra. Ecco perché.
Siamo macchine biologiche progettate a tempo, nate per svolgere un compito, crescere e moltiplicarsi, assicurare che le generazioni più giovani arrivino alla maturità ed all’ autosufficienza.
Poi non serviamo più.
La macchina continua ad andare finchè può, ma la sua capacità di autoripararsi cessa. Non serve più. Tutti gli esseri viventi sono fatti così. Nascere, crescere, moltiplicarsi. Poi, fare posto. Sgomberare.
L’ anima è accidente storico-evolutivo, conseguenza di un cervello cresciuto troppo.
Però l’ anima non invecchia, ed è un grosso guaio.
Ci lascia arrivare consapevoli alla fine. Guardare nel buio che ci attende fuori. È il regalo di Adamo, questo. L’ albero della conoscenza.
 
“Sono proprio stufa”
Lo vedo. Non ha più tanta voglia di combattere.
E nemmeno si aspetta una risposta da me. Non più.
Stringo la sua mano nella mia. La pelle è ruvida e dura. Le carezzo la fronte.
 
 In memoria di una bella persona
M.  11/6/1920-8/10/2007

Postato da: melogrande a 09:47 | link | commenti (9)
parole, riflessi

sabato, 06 ottobre 2007
L’ isola del tesoro

Ricolmo,
un vaso che trabocca,
isolato nella peculiarità.
Le offerte votive che ho raccolto,
i tesori che pure ho accumulato
ho distillato, 
ho raffinato,
e poi sedimentato.
Un’ opera al bianco, sono.
 
Ho separato scorie,
e riempito forzieri.
Perché l’ oro ci sia
senza vedersi
ho nascosto e sepolto
la ricchezza.
Sono l’ isola del tesoro.
Inaccessibile
scoraggio i naviganti.
Parete a strapiombo,
falesia,
luna d’ argento
e lontananza.
Sono Long John Silver.
Sono la mia stessa mappa.

Postato da: melogrande a 10:04 | link | commenti (6)
pensiero, autopoesie

mercoledì, 03 ottobre 2007
Chi ti dice cosa fare ?

Una volta che l’umanità intera abbia rinnegato Dio (…) cadrà la vecchia morale, e tutto si rinnoverà. Gli uomini si uniranno per prendere alla vita tutto ciò che essa può dare, ma unicamente per la gioia e la felicità di questo mondo. L’uomo si esalterà in un orgoglio divino, titanico, e apparirà l’uomo-dio. (…) Ma siccome, data l’inveterata stoltezza umana, a tale assetto non si verrà nemmeno in un migliaio d’anni, cosí a chiunque già oggi abbia coscienza della verità è lecito regolarsi come piú gli fa comodo, in base ai nuovi princípi.
In questo senso “tutto gli è permesso”.
 
F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov
 
È un’ affermazione fortissima questa, persino sconvolgente, direi.
Ma è proprio così ? Se Dio non c’è, tutto è lecito ? Io non ne sono così sicuro.
 
Kant dice che la morale può solo essere autonoma, altrimenti non è affatto una morale.
Infatti chi si comporta bene per sfuggire ad una punizione terrena o divina, o per guadagnarsi il paradiso non si comporta in modo morale ma semplicemente in modo egoistico, per tutelare quello che ritiene il proprio interesse migliore.
È sempre dura, ribattere a Kant.
Se è così, allora la morale può solo fondarsi a prescindere da premi e punizioni esterne all’ uomo, dunque solo in modo autonomo.
 
Ma non è tutto. A nostra volta, noi possiamo solo autodefinirci a partire dal senso dell’ altro.
Sono letteralmente gli altri che ci definiscono, non potremmo in nessun modo darci un senso da soli a prescindere da questo.
 
Non siete convinti ?
Immaginiamoci un neonato fatto crescere in isolamento assoluto senza contatti con nessun altro essere umano. Lo so che è disumano, ma non lo facciamo davvero, immaginiamo soltanto, proprio per far vedere quanto è disumana la condizione di cui parliamo. Immaginiamo che questo bambino rimanga in questa condizione di isolamento assoluto fino a 20-25 anni. Poi tiriamolo fuori. Come ce lo immaginiamo ?
Sarebbe una specie di uomo lupo, uno di quei bambini selvatici di cui si favoleggiava nell’ Ottocento, sfuggiti al villaggio e sopravvissuti chissà come nella foresta ?
Forse si, ma io penso che il nostro giovane sarebbe messo ancora peggio.
Non avrebbe il linguaggio, tanto per cominciare, neppure quello animale. E non avrebbe neppure più la capacità di impararlo, un linguaggio. Sembra infatti che ci sia una “finestra” durante la nostra infanzia che ci mette in condizione di imparare il linguaggio. Passata l’ età, chiusa la finestra, si perde anche la potenzialità di imparare.
Non avrebbe nessuna cultura, naturalmente, il nostro giovane, nessuna istruzione, nessuna tradizione, nulla di ciò che gli uomini si trasmettono con le parole.
Neppure avrebbe cura di sé, immagino, cura che viene in risposta ad un maggiore o minore apprezzamento degli altri per come ci presentiamo ad essi.
L’ uso degli strumenti ? Sarebbe limitato a ciò che quel singolo individuo è in grado di inventare da solo, qualcosa di estremamente primitivo, immagino, pietre, bastoni, cose del genere. Niente fuoco, niente metalli, ecc.
Mangerebbe solo ciò che gli sperimentatori gli farebbero trovare, e poco altro di facilmente accessibile. Ammesso poi che riesca a non avvelenarsi assaggiando frutti a casaccio.
 
Come sarebbe la sua mente ? Potrebbe contenere pensieri, immagini, sogni ? Difficile dirlo.
Proviamo a togliere dai nostri pensieri, dai nostri sogni, dalla nostra immaginazione tutto ciò che è connesso con la cultura, tutto ciò che ci è stato trasmesso con le parole, tutto ciò che ci è stato insegnato o che abbiamo letto. Togliamo ancora da ciò che resta tutte le immagini e le voci dei nostri parenti, amici, figli, conoscenti, di tutte le persone in generale.
Cosa resta, ammesso che qualcosa resti ? Se qualcosa resta, è ben poca cosa. Qualche immagine, penso.
Resta un essere la cui umanità è ridotta ad un barlume, ammesso che sopravviva, perché il suo stesso essere uomo potrebbe essere messo in discussione. Gli mancherebbe la gran parte, la quasi totalità di ciò che chiamiamo umano.
 
Verrebbe anche da chiedersi se ad una persona in uno stato simile si possano applicare le categorie del bene e del male. Può scegliere questo individuo se essere buono o cattivo? Può compiere delitti, peccati, ingiustizie, “cattive azioni” un uomo deprivato fin dalla nascita di ogni contatto coi suoi simili ? Cattive nei confronti di chi, poi ? O non dovremmo piuttosto dire, come facciamo per gli animali, che le categorie di giusto o sbagliato non si applicano perché chi segue l’ istinto in ciò che fa non può fare né il bene né il male, semplicemente fa, e basta ?
 
Allora pensate di fare lo stesso esperimento con un animale, un gatto, un uccellino privandolo di ogni contatto con esseri della sua specie. Verrebbe fuori un animale adulto con seri problemi di identità e di comportamento, probabilmente, ma avrebbe pur sempre tutto il suo corredo di istinti. Non metteremmo in dubbio la sua natura gattesca o uccellesca.
Non ci verrebbe neppure in mente di considerarlo un sub-animale. Giusto ?
 
E allora ?
Allora bisogna ammettere che la nostra umanità la fanno gli altri. Puramente e semplicemente. Letteralmente.
Ci costruiscono, ci educano, ci danno nozioni e strumenti, ci rendono capaci di pensare.
Nessuno sta solo sul cuor della terra, verrebbe da rispondere a Quasimodo.
Al di là della solitudine dell’ uomo contemporaneo, al di là dell’ aridità di rapporti nella società di oggi, al di là dalla bruciante sensazione di incomunicabilità, una cosa è chiara.
Il quaderno su cui scrivo, la mia penna, la sedia, l’ aeroporto in cui mi trovo, il PC su cui domani trascriverò queste note, i miei abiti, il cibo che mangerò in viaggio, tutto ciò di cui mi servo è fatto dagli altri. Anche la musica che ascolto. Anche il libro che leggo.
Anche i pensieri che penso ?
Si, non lo posso negare, in quello che penso c’ è pochissimo di originale e moltissimo di derivato, i miei pensieri sono il prodotto di una lunghissima tradizione di cultura, tradizione e pensiero, per cui ragiono in un questo modo piuttosto che in un altro, sono occidentale piuttosto che orientale, mediterraneo piuttosto che germanico, ecc.
Se questo è vero, è chiaro che il problema morale è fondamentalmente un problema di rapporto con l’ altro. Con gli altri, coloro che definiscono chi sono io. A loro devo render conto di quello che faccio.
 
Se io devo render conto a loro, loro a me. E allora uno non può che comportarsi come vorrebbe veder comportare gli altri, presi ancora una volta a specchio.
Non basta non fare agli altri ciò che non si vorrebbe veder fare a sé, occorre proprio fare agli altri ciò che si vorrebbe loro facessero a noi, trattarli con lo stesso rispetto che si dedica a sé stessi, mai come strumenti per ottenere qualcosa.
Un’ etica laica è possibile ed è necessaria, un’ etica che non può che ripartire da Kant e dai suoi precetti, dalla sua norma di non considerare mai un essere umano come un mezzo, dal suo precetto di agire sempre come se il nostro agire dovesse essere eletto a norma universale.
Ma senza assoluti.
Un’ etica costruita in modo tale da non volere e non potere prevaricare. Un’ etica che strutturalmente non possa originare codici di leggi partigiane.
Almeno così mi pare, e peggio per Dostoevskij.
 
Un’ etica che, sbaglierò, ma non mi pare in nulla inferiore all’ etica religiosa, ed in un campo almeno decisamente superiore: il rispetto per la vita.
Ma il discorso si fa lungo, e questo lo vediamo un’ altra volta.
Sempre che vi faccia piacere.
 

Postato da: melogrande a 18:52 | link | commenti (7)
riflessi, pensiero, viaggi mentali



 
 
Add to Technorati Favorites