inquietudini e viaggi

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Utente: melogrande
Nome: Francesco
Un'anima in viaggio, un po' autocentrata, ma non arida. Un temporale di marzo, a volte.

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Il Melogrande ha offerto ombra

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giovedì, 29 novembre 2007
Non facciamo confusione

...Quello al centro è Keanu Reeves.

: ))))))

Postato da: melogrande a 09:51 | link | commenti (5)
blogstar

mercoledì, 28 novembre 2007
Tettonica a zolle

 Ogni lavoro ha i suoi punti, i suoi indizi di rottura.
Delle crepe sul muro della coscienza da cui capisci – dovresti capire – che bisognerebbe smettere, cambiare, fare altro.
Se fosse possibile. Naturalmente quasi mai lo è.
E comunque quasi mai si ha il coraggio anche solo di pensarci.
 G. Carofiglio – Ragionevoli dubbi
 
 
…a volte però si. A volte chiami e la vita risponde.
 
Sei in un punto in cui ti senti fermo, ingessato, bloccato.
Immerso fino al petto nelle sabbie mobili, ogni giorno sprofondi di un altro centimetro.
Invischiato, un Gulliver catturato dai Lillipuziani, legato con migliaia di piccole funi, fragili e deboli una per una, ma se sono migliaia ti trovi immobilizzato, legato stretto come un rotolo d’ arrosto sul banco della macelleria. Pronto per la cottura.
Allora cominci a pensare che la tua vita avrebbe bisogno di uno sconvolgimento, come spalancare le finestre e fare entrare una folata di vento che porterà via un po’ di polvere e non importa se voleranno via anche le carte che stavano sulla scrivania. Ci sarà tempo per raccoglierle e per riordinarle, e sarà una occasione per buttare via quello che non serve più, la zavorra accumulata, e magari per ritrovare qualche foglio sepolto che nemmeno si ricordava più di avere, che era rimasto dimenticato sotto una catasta di altre carte.
C’è sempre tanto da fare, si sa, e le cose particolarmente piccole, non importa se preziose, tendono a restare schiacciate e soffocate da quelle più grandi, quelle che hanno peso e che riescono a fare la voce grossa.
Persino qualche foglio bianco affiora, o addirittura un intero quaderno comprato una volta pensando di scriverci chissà che e mai ce n’ è stata l’ occasione il tempo e la voglia, e questa invece è la volta buona.
 
La pagina bianca è sfida, è enigma, è opportunità.
C’è agitazione, anche, quel saputo senso di vuoto allo stomaco che è normale ed atteso quasi, si esita sempre di fronte ad un cambiamento, ma se si vuole che un campo rimanga fertile occorre che il campo venga arato in profondità, rompendo le croste dure, rivoltando le zolle, portando alla superficie ciò che stava sotto, preparandolo bene ad una nuova semina.
Una nuova stagione, una nuova storia da raccontare.
Un movimento tellurico, uno spostamento, una faglia che si muove, una crepa che si apre nel terreno duro. La terra trema.
 
Occorrerà scavare, per cavarne qualche senso.
Scavare un’ altra volta.
 

Postato da: melogrande a 18:06 | link | commenti (9)
riflessi, storie, inquietudini, diramazioni

sabato, 24 novembre 2007
Gente di cantiere

Tre palme si levano orgogliose,

prepotenti, dritte contro l’ aria

che danza rovente come fiamma chiara.

Arroganti in questa fornace,

mute sentinelle dell’ inferno

osservano dannati d’ altre terre,

tute blu ed elmetti rossi

scendere dai bus in lunghe file,

disciplinati alla sopportazione.

Montano, saldano, serrano,

collegano, colano cemento

finché l’opera altrui sarà compiuta

da quelle mani indiane o pachistane,

o filippine o che cos’ altro ancora.

Mani nelle mani di mai sazi

voraci alieni. In fretta,

a turni, senz’ aspettare il sole,

così che si finisca un poco prima

per consegnare e trasferire altrove

quella babele di anime dolenti

presso altre palme, altri deserti oscuri.

Postato da: melogrande a 14:10 | link | commenti (12)
viaggi reali, autopoesie

mercoledì, 21 novembre 2007
Parlami, o Diva

Premessa
 
La rovina dell’ Iliade è Vincenzo Monti.
Non discuto che la sua traduzione sia un capolavoro della letteratura italiana ma per un lettore moderno è pressoché illeggibile.
Se pure uno se la infligge, finisce che il poema non se lo gusta.
Dei due poemi omerici esistono bellissime traduzioni in prosa di Maria Grazia Ciani per Einaudi.
Io ho apprezzato soprattutto l’ Odissea, si legge come se fosse “Sulla strada” di Kerouac.
Anzi, leggendola si capisce che Kerouac non ha inventato niente, che il grande viaggio in cui la vera meta è il viaggio stesso che lo portiamo dentro identico da duemilacinquecento anni e più. 
Ma per l’Iliade ci vogliono i versi, e secondo me la traduzione in prosa non ce la fa a rendere quella atmosfera lenta, poderosa, da film di Sergio Leone.
Per bilanciare l’ impertinenza di questo gioco ho dunque saccheggiato la traduzione "alta" di Guido Paduano uscita sui Meridiani.
A me sembra perfetta,è moderna ma tiene intatta tutta la magia dell’ epos.
Spero che alla Mondadori non s’ incazzino troppo, che Paduano la prenda con un sorriso e che gli dei dell’ Olimpo ci mettano eventualmente una buona parola.
________________________________________________________________________________
 
Tutti più o meno sanno come comincia l’ Iliade, giusto ?tempio
Cantami o Diva del Pelide Achille, ecc. ecc.
 
I Greci (o Achei), da dieci anni inchiodati davanti a Troia senza andare avanti né indietro, ogni tanto per sgranchire le gambe e cercare distrazione, oltre che per assicurare i necessari vettovagliamenti per alle voraci truppe, facevano qualche spedizione per saccheggiare città sperabilmente meno coriacee della perfida Ilio.
 
Di una di queste spedizioni aveva fatto le spese Crisa, dalle parti di Tebe.
Incursione, saccheggio, bottino. Un raid, praticamente.
Come parte accessoria del bottino, le donne, che in un assedio c’ è sempre tanto da fare per tenere in ordine le tende dei guerrieri, e poi la notte spesso fa freddo nell’ accampamento ed occorre scaldarsi. Era d’ uso fare così, il poema ne parla con una naturalezza disarmante.
 
Agamennone è il re, e gli spetta la migliore del mazzo, su questo non si discute: è Criseide, ragazza fra l’ altro di buona famiglia, diciamo. Figlia addirittura di Crise sacerdote di Apollo, scoprirà poi Agamennone, e la scoperta non gli piacerà, quando il suddetto genitore arriverà col riscatto ed in nome del dio a chiedere la restituzione della figlia.
 
“Figli di Atreo e voialtri Achei dalle belle gambiere,
gli dei che hanno la loro casa sul monte Olimpo
vi concedano di devastare la città di Priamo e di tornare a casa incolumi:
ma liberate mia figlia, ed accettate il riscatto,
venerando il figlio di Zeus, Apollo arciere”
 
Criseide figlia di Crise sacerdote della città di Crisa ?
Uno ha un po’ l’ impressione che Omero stia ridacchiando da qualche parte.
 
“Tutti i Greci approvavano che si rispettasse
il sacerdote, e si accettasse il ricco riscatto”
 
“Quasi” tutti. Tutti tranne uno. Già, perchè un re non si fa privare così facilmente della sua coperta favorita, e così Agamennone manda più o meno a quel paese Crise.
Da qui l’ offesa ad Apollo, che comincia a sterminare le truppe achee a forza di frecce, ossia epidemie. Apollo non è solo un dio solare, come siamo abituati a considerarlo da Nietzche in avanti. È anche il dio dei flagelli, uno capace di colpire nel mucchio, senza tanti perché.
 
“Così non possiamo andare avanti”.
Un po’ con le buone ed un po’ con le cattive i capi guerrieri, Achille in testa, fanno capire ad Agamennone che non ci si comporta così con un sacerdote di Apollo, e che è meglio, molto meglio restituire la fanciulla in tutta fretta, senza riscatto e con le scuse per giunta.
Il profeta Calcante,con la voce che gli trema un po’, osa dire ad alta voce quello che tutti pensano:
 
“…il dio arciere ci ha dato pene e ce ne darà altre ancora:
non stornerà dai Greci la terribile peste,
prima che sia ridata al padre la giovane dagli occhi vivi,
senza prezzo, senza riscatto e si mandi una sacra ecatombe
a Crisa”
 
Ecatombe vuole dire letteralmente “cento buoi”, cioè un sacrificio di cento bestie, scelte fra le più sane e belle. Una spesa colossale. Una cosa da re. Noblesse oblige.
 
Agamennone abbozza, ma gli girano a mille, come si può intuire, e mastica amaro.
 
“Profeta di mali, mai dici niente che mi sia gradito,
sempre al tuo cuore piace profetizzare sciagure,
una parola buona non l’ hai mai detta o compiuta.”
 
Ma come, proprio io, il re, rimanere senza donna ?
Non sia mai.
Me ne prendo un’ altra.
 
“..acconsento a ridarla, se questo è il meglio;
voglio che si salvi il mio popolo e non che sia perduto:
ma preparate per me un altro premio, che non sia il solo
tra i Greci a restarne privo.
Lo vedete tutti che il mio premio se ne va altrove”
 
E non una qualsiasi, si capisce. Una scelta da lui.
Qual è la numero due ?
Ma quella di Achille, naturalmente. Briseide.
Ed io Briseide mi piglio. E che quel ragazzino di Achille si scaldi col fuoco, se proprio ha freddo.
Così impara a farsi gli affari suoi.
Glielo dice pure, Agamennone.

“… così che tu impari
quanto sono più potente di te, e così ogni altro
tema di parlare di fronte a me e di dichiararsi mio pari”
 
Il seguito lo sanno tutti, credo.
Achille non la prende per niente bene, impreca, si alza vaffanculando il re:
 
“Sfrontato, profittatore…agamennone
Non sono venuto qui a causa dei guerrieri troiani,
per combatterli; non mi hanno fatto niente di male,
non mi hanno portato via le vacche e nemmeno i cavalli,
…Te abbiamo seguito,
spudorato,… faccia di cane.
 
… e traeva dal fodero la grande spada”
 
Deve intervenire Atena in persona per evitare che finisca a coltellate.
 
Ma a coltellate non finisce. Non può finire.
Perché un poema come l’ Iliade è anche un libro di testo e di insegnamento, e l’ insegnamento qui è che il re può non essere più forte di Achille, e neppure particolarmente furbo, in questo caso, ad inimicarsi il suo guerriero migliore.
Ma sempre re rimane, e l’ autorità del re si rispetta, punto e basta.
Nestore, che è un po’ la voce del buon senso, il grillo parlante del poema, glielo dice chiaro, ad Achille:
 
“E tu, figlio di Peleo, non volere contendere con il sovrano
Fronte a fronte: non ha avuto in sorte lo stesso onore
Il re che porta lo scettro, e a cui Zeus concede la gloria.
Se tu sei forte, e ti ha partorito una dea,
lui è più potente perché comanda a più uomini.”
 
E ci si immagina scolaresche di bambini greci che meditano su questo passaggio sotto lo sguardo severo ed il dito puntato del loro maestro. Il re è re, punto e basta, capito, bambini ?
Omero intellettuale integrato, organico al potere ? Non so, sarebbe un discorso lungo.
 
“ Fattelo da solo, ‘st’ assedio di Troia, allora”.
 
Più o meno finisce così.
Achille si ritira dalla guerra., lasciando costernati gli Achei che, senza il capocannoniere, temono non a torto di prenderne un sacco dai Troiani nelle prossima battaglie.
 
“Ubriacone, faccia di cane e cuore di cervo,
tu non hai mai avuto il coraggio di armarti…
…Molto meglio restare nel vasto campo dei Greci
e portar via i premi di chi ti parla apertamente,
re divoratore del popolo, …”
 
e così via.
 
Dissolvenza. Achille esce.
 
Fin qui l’ episodio di apertura dell’ Iliade, quello che insegnano già alle scuole medie.
Ma che succede subito dopo ?
Chi se lo ricorda ?
Eppure il meglio è proprio ciò che succede subito dopo.
 
(Continua)

Postato da: melogrande a 12:21 | link | commenti (3)
citazioni, ellenismi, storie, miti

venerdì, 16 novembre 2007
Il senso della vita (già che voliamo alto)

Cominciamo dal principio.
 
La parola “senso” viene dal latino “sensus”, che è il participio passato del verbo sentire.
Sentire è la facoltà che permette di percepire gli oggetti esterni, e siccome questa percezione avviene mediante certi organi del nostro corpo, chiamati appunto “organi di senso”, la parola “sensi” viene estesa ad indicare la capacità percettiva di questi organi.
I cosiddetti “sensi” diventano quindi anche, in modo figurato la vista, l’ udito, l’ odorato, il tatto ed il gusto che sono i punti di accesso del corpo, attraverso cui possiamo percepire, “sentire” gli oggetti esterni, e quindi darne un giudizio.
 
C’è insomma una curiosa ambiguità fra il senso nel significato di “apparato percettivo” ed il senso nel significato di “giudizio” vero e proprio, successivo alla semplice percezione.
Un uomo (o una donna) può essere dominato dai sensi, e quindi essere “sensuale”, per il fatto di assecondare i propri istinti ed appetiti, oppure al contrario può essere persona di “buon senso” che utilizza il proprio intelletto per discernere il vero dal falso.
Il senso è quindi una parola attinente all’ istinto, nel momento in cui la percezione avviene, ma anche attinente al giudizio che ne consegue. In questo caso noi parliamo di “senso della vita”, di “senso delle cose”, nel momento in cui rifiutiamo di riconoscere quello che percepiamo come un’ accozzaglia disordinata di percezioni sensoriali, ma gli riconosciamo un’ organizzazione interna ed una logica.
Il senso di un discorso è la rispondenza ad una struttura razionale e intellettiva.
 
Quando cerchiamo il senso della vita vorremmo appunto riconoscere la nostra esistenza non come una sequenza caotica e casuale di eventi più o meno gradevoli o dolorosi, ma come una traiettoria, una sequenza ordinata in cui sia possibile riconoscere un filo conduttore da una parte, e dall’ altra una serie di elementi che ci sembrano “di disturbo” a tale filo conduttore .
Il senso della vita è quindi un criterio che vorremmo avere a disposizione per distinguere in ogni occasione ciò che nella nostra vita è essenza da ciò che è puro accidente, ciò che fa parte del “disegno”, del destino, da ciò che avrebbe anche potuto anche non succedere, e che è destinato a non lasciare traccia di sé, e da ciò che addirittura si oppone al disegno e lo ostacola, e che va quindi rimosso o neutralizzato.
Una specie di bussola, insomma, che ci dice ad ogni passo che facciamo se quel passo va nella direzione giusta oppure in quella opposta, se ci si avvicina o ci si allontana dalla meta. Un centro di gravità permanente, direbbe Battiato, una pietra di paragone per giudicare ogni cosa, per stabilire se qualcosa aggiunge valore alla nostra vita o ne toglie.
 
La religione, naturalmente, è una delle risposte più forti alla richiesta di senso. In questo caso, naturalmente, il criterio di giudizio viene dall’ esterno, dato ed accettato per fede e non soggetto a critica. E’ un senso eteronomo, che fonda la sua validità su un’ autorità esterna data per assodata come un postulato matematico.
 
L’ ideologia è il più vicino surrogato della religione, ma anche in questo caso il senso viene fondato dall’ esterno, da un’ idea che ci viene data con un libro, più o meno come succede con le religioni. Di qualsiasi ideologia si tratti, è sempre una verità esterna, acquisita, che viene introiettata e presa a fondamento della propria esistenza. Un’ idea che si suppone così grande e bella, così importante che valga la pena orientare tutta la propria vita al suo perseguimento, assumendola appunto come metro di giudizio e come strumento di interpretazione di tutta la realtà.
Ecco allora che nella vita si assume abbia senso tutto ciò che favorisce lo sviluppo ed il successo di quella determinata idea, e sia privo di senso tutto ciò che se ne distacca e la ostacola.
Che si tratti del comunismo, del fascismo o di qualche setta religiosa, poco importa, il meccanismo funziona allo stesso modo.
A qualcuno basta persino una squadra di calcio.
 
Un altro termine importante in questo contesto è “significato”.
Che significa la nostra vita ? Qual’ è il suo significato ultimo ?
L’ origine della parola è trasparente, ma non per questo banale.
Significare, cioè “signum facere”, fare segni per comunicare, per trasmettere messaggi.
Segni che, ovviamente, possono essere verbali o non verbali.
Quindi nell’ atto di cercare alla nostra esistenza un significato è come se riconoscessimo che la nostra vita non può limitarsi ad essere ciò che appare.Al contrario, l’ apparenza della nostra vita è una sequenza di segnali che manifestano “qualcos’ altro”. Il modo in cui ci presentiamo agli altri non può essere semplice superficie ma deve rimandare ad un senso più profondo, deve comunicare all’ esterno ciò che abbiamo dentro, deve “signum facere”, deve significare.
 
A chi la nostra vita deve mandare segnali ?
Agli altri, naturalmente.
Si torna sempre allo stesso punto.
Non è possibile un’ etica, non è possibile dare un senso ed un significato alla nostra vita che prescinda dal rapporto con gli altri.
Nel momento in cui ci proponiamo di trovare un senso ed un significato autonomi, non dipendenti dalla rivelazione esterna, ci troviamo inevitabilmente a fare i conti con l’ altro.
Un’ etica autonoma è per forza un’ etica altruista. Per forza.Ce lo siamo già detti.
 

Postato da: melogrande a 12:25 | link | commenti (16)
riflessi, idee, pensiero

venerdì, 09 novembre 2007
Creature dell' eccesso

Scissione


 

 

 


Siamo davvero troppo,

troppo per questo mondo.

Dentro noi si trovano

fantasie che eccedono,

e mondi di meraviglia

e cavalieri erranti,

amori più che perfetti

e mostri dell’ inconscio.

Portiamo  dentro immagini

di ciò che non esiste,

di mondi lontanissimi,

di gioie indescrivibili.

Abbiamo dentro troppo,

e il mondo non ci basta.

 

Postato da: melogrande a 20:42 | link | commenti (8)
parole, riflessi, autopoesie

mercoledì, 07 novembre 2007
Per una selva oscura

Freiburg im Breisgau. La città di Friburgo è il capoluogo della Brisgrovia.
Non sto inventando, e la Brisgrovia non l’ ho presa dal libretto di qualche operetta viennese. Esiste davvero, anche se non è facile trovarla se uno non sa già dove cercarla.
Non è nemmeno così lontana dopotutto, è la regione della Germania più vicina a noi, adagiata là dove il Reno compie un’ ampia curva a 90 gradi, prima diretto da ovest verso est da Schaffausen a Basilea, per poi girare, una volta raggiunta quest’ ultima città, con decisione in direzione Nord e dirigersi senza esitare verso Amburgo. Fa prima da confine fra Svizzera e Germania, il Reno, poi fra Germania e Francia, si vede che è il suo destino fare da confine, e tutti sanno quanto sangue si sia mescolato nei secoli passati alle sue acque oggi così pigre e rasserenanti.
 
Racchiusa da quest’ ansa sta dunque la Brisgrovia, che è parte del Baden Wurttemberg, ma soprattutto è il cuore dello Schwartzwald, la famosa Foresta Nera, la Silva Nigra dei Romani, nera perché fitta a tal punto da non lasciare filtrare la luce del sole, insomma la Selva Oscura, luogo per eccellenza dell’ immaginario collettivo, il bosco dei lupi e degli orchi e delle streghe, i fratelli Grimm vissero e si ispirarono qui. Hansel e Gretel, Cenerentola, Biancaneve, il Pifferaio di Hamlin, la Bella Addormentata, fiabe di buio e cattiveria, orchi, streghe cannibali, matrigne assassine, vendette crudelissime.
 
Bosco buio ed angosciante come si conviene, insomma, perché una volta la natura incontaminata non era affatto il luogo dove andare a ristorarsi e rigenerarsi dallo stress, era piuttosto il luogo stesso dello stress, e stress della peggiore specie, pericolo fisico, smarrimento, disorientamento, belve e predoni, invece era la città il luogo dove finalmente riprendere fiato ed allentare la tensione.
Buio del bosco e buio dello spirito, anche il Dottor Faust, quello vero, era di questi luoghi, medico, mago e ciarlatano del 500, trovato morto con la testa rivoltata all’ incontrario, certo per mano di Mefistofele venuto a riscuotere la ricompensa per il patto sciagurato, così dice una leggenda che non ha mai smesso di incuriosire.
 
Luogo buio e senza luce, dunque, una selva oscura dantesca.
 Freiburg 07
Eppure di luce ce n’è in questo placido e freddo primo pomeriggio mentre osservo Friburgo dalla più alta piattaforma sulla torre del Munster, la maestosa cattedrale. Sono a circa settanta metri d’ altezza, sopra di me l’ enorme guglia traforata s’ innalza ancora altissima, fino a quasi 120 metri, ma più di così non è possibile salire. Il fiato si condensa, nel respiro accelerato dai tanti gradini.
 
Il timido sole riveste il paesaggio di luce dorata, fatica alquanto a sciogliere quanto resta della nebbia di stamattina, ma accarezza le sfumature dei tetti della città, le mille sfumature che vanno dal rosso vivo al marrone spento a seconda della qualità e dell’ età di ogni singolo tetto, tutti però uguali nella forma e tutti ugualmente spioventi, una fratellanza di tetti su cui solo svettano i galli d’ oro sui campanili delle chiese riformate. La residua foschia impedisce di vedere molto oltre i confini della città, la tiene come abbracciata ed isolata in una dimensione luminosa di una qualità speciale.
 
Faceva più freddo e la nebbia era più spessa stamattina quando sono entrato in città, seguendo le indicazioni dell’ hotel, infilandomi in un quartiere di vicoli stretti e strade acciottolate. Avanzavo combattendo un senso di disagio ed ansiosa incongruità nel constatare di essere l’ unico in automobile per le vie del centro. Non c’ erano altre auto a percorrere queste vie irregolari, e nemmeno auto parcheggiate. C’ era solo la mia.
Eppure i segnali stradali non mancano, senso unico di qui, divieto d’ accesso di là, divieto di sosta sulla piazza, vuol dire che le macchine sono ammesse dopotutto, o no ?
Capirò più avanti che qui circolare in macchina non è proprio proibito, c'è una flessibilità insospettabile, se uno ha bisogno lo può fare. Semplicemente non è bello. È come presentarsi in ciabatte ad una prima teatrale. Le persone educate non girano in auto qui, se possono farne a meno e quando lo fanno se ne vergognano un po’, proprio come è capitato a me mentre scaricavo le valigie circondato da un biasimo unanime e molto palpabile. Per poi correre subito a mettere l’ auto in uno dei tanti parcheggi sotterranei. Fuori dalla vista, nascosta. Così si fa, così vuole la decenza.
 
È questo lo spirito di Friburgo. Frei Burg, la città libera.  Libera di essere ciò che vuole, e ciò che vuole essere è una città libera dalle auto. Non è piccola Friburgo, fa duecentomila e più abitanti, e ci vuole una bella determinazione per liberarsi delle auto, ma non è certo la determinazione che manca da queste parti. E così l’ improbabile riesce: una città in cui si cammina e si respira.
A Friburgo senti camminare. Senti i passi sul selciato, scopri di poter distinguere i passi di uomini, di donne, di bambini, distinguere i passi affrettati dai passi passeggianti, le scarpe col tacco dalle scarpe basse.
 
A tutto questo penso mentre lo sguardo galleggia pigro sul mare increspato di tetti rossi, soffermandosi sugli occasionali faraglioni delle guglie più alte.
All’ improvviso, la violenza del rintocco mi travolge, sono le quattro, e le diciannove campane del Munster, che si trovano a pochi metri da qui, vogliono farlo sapere a quanta più gente possibile, a tutti i cittadini ed oltre, fino alla campagna che circonda la città ed ai boschi ancora più in là. Figurarsi se non lo fanno sapere a me, ventisette tonnellate di bronzo che rintoccano insieme, mettendo in vibrazione non solo la struttura del campanile e la piattaforma su cui mi trovo, ma anche timpani e stomaco di ci sta sopra. Non è come sentire un colpo di gong. È come essere il gong.
 
Mi viene da pensare a quale effetto soprannaturale potesse avere una simile ammucchiata di rintocchi su di un popolano del Medioevo. La più antica di queste campane, la Hosanna-Glocke, è del 1258, tre secoli prima che Lutero dicesse la sua. A quei tempi la natura incontaminata era ansia e stress, la città era pace, riposo e sicurezza. Ma doveva essere ben chiaro che il bosco e la città, il cielo e la terra avevano un padrone, un padrone dalla voce possente.
  

Postato da: melogrande a 18:22 | link | commenti (4)
storie, luoghi, viaggi reali

lunedì, 05 novembre 2007
Metafisica della blogosfera

I blog sono la “cosa nuova” nel mondo della comunicazione, per questo sono osservati e studiati con attenzione. Sono pure di moda, il che aumenta l’ interesse mediatico. Non c’è settimanale che non gli dedichi un’ inchiesta.
Ma che cosa sono davvero i blog ?
Sono espressione diretta, “di base” come si sarebbe detto una volta o sono comunicazione elitaria, sono avanguardia o sono arroccamento egocentrico, opinion leaders o puro gioco intellettuale ?
Sono il nuovo potere (quinto, sesto, settimo, si è perso il conto) o sono anarchia, sono passaparola o fantasia o tutto questo insieme ed altro ancora ?
Un esperimento interessante di ricerca sulla blogosfera ma “dal di dentro” è stato avviato dall’ Università Ca’ Foscari di Venezia attraverso il progetto “ibrid@menti“, un blog collettivo che ha come tema :
L'ASCESA DEI BLOGGER - ARTI DELLA CONNESSIONE NEL VIRTUALE
Un blog sui blog, un metablog.
La discussione si è andata articolando con temi e stili molto diversi a seconda delle inclinazioni dei partecipanti, e spesso con discussioni vivaci ed illuminanti sviluppate nei commenti su questo o quell’ aspetto della blogosfera.
Pane per i miei denti, a me piace farmi delle domande su ciò che faccio, e sono stato piacevolmente ospitato (e commentato) su ibrid@menti con quattro post, rispettivamente:
 
La blog brevità
pubblicato il 7/10
Quando tempo fa ho cominciato a scrivere qualche riflessione, per il puro gusto di farlo, lontanissimo dall’ idea di aprire un blog, tenevo come punto di riferimento la carta stampata, gli articoli di giornali e riviste. E prendendo ad esempio qualche articolo - che mi pareva  ben riuscito, brillante e convincente - constatavo spesso che i pezzi che scrivevo io erano sempre inesorabilmente troppo corti! Le mie due-tre cartelle a stento avrebbero riempito la colonna di un quotidiano.
 
Una volta iniziato, un po’ per caso, il gioco del blog, mi è  venuto in mente di mettere subito in rete alcune delle cose che avevo già scritto.

E mi sono reso conto che, in questo nuovo contesto, i miei pezzi non erano più inesorabilmente troppo corti: risultavano anzi inesorabilmente troppo lunghi!
Un breve articolo... è un post lunghissimo!
 
Credo sia esperienza di tutti osservare che il livello di attenzione e concentrazione che riusciamo a mantenere davanti ad uno schermo è molto più breve rispetto a quello sulla carta stampata. Non è facile leggere un saggio sul video, e nemmeno un lungo racconto...
Il post ideale dovrebbe farsi leggere in pochi minuti.
Io raramente ci riesco :- )
Gli stessi giornali, nella versione online, adottano lunghezze medie dei pezzi molto inferiori rispetto alla versione su carta. E non credo che la cosa dipenda dal fatto che la versione online è gratis, perché ci sono giornali stampati gratuiti che scrivono come quelli a pagamento!
 
Sembra proprio  una caratteristica del mezzo: la brevità. Non a caso, forse, la blogosfera è piena di poesie, ed anche questo meriterebbe qualche riflessione.

Ma, poesia a parte, le domande sono: si può, con un mezzo connotato dalla brevità, raggiungere in modo soddisfacente quella profondità a cui molti di noi fanno riferimento nei loro commenti ? O si rimane a scalfire appena la superficie ? Dobbiamo intendere il blog come un mezzo che può arrivare al massimo a metà strada, un mezzo transitorio verso una profondità che può essere pienamente raggiunta solo con altri mezzi ? E quanto poi perdiamo rinunciando all' interattività, allo spazio dei commenti, al luogo cioè che è deputato all’ approfondimento, nei blog ?  
La brevità è un’ opportunità o un limite ?
Blogger Ludens,
pubblicato il 12/10
Ho seguito fin dal nascere l’ iniziativa di ibrid@menti, cercando con qualche affanno di star dietro alla crescita in progressione degli argomenti postati e dei relativi commenti.
 Sintomo di salute, sicuramente.
Leggendo leggendo però mi coglie un dubbio: non è che ci stiamo prendendo un po’ troppo sul serio ? Spiego meglio.
Perché facciamo un blog ?
Ce l’ ha ordinato il medico ? No, benché talvolta avrebbe fatto bene ad ordinarcelo, probabilmente.
Perché ci pagano ? No, assolutamente no. Eh, magari !
Perché speriamo che UN GIORNO ci faremo su dei quattrini ? Eh, magari.
E allora ?
Allora li facciamo perché ci divertiamo.
Siamo dilettanti, nel senso proprio e non offensivo della parola: gente che prova diletto nel fare una certa cosa. E per questo diletto siamo disposti a dedicare tempo, energie creative (.. ok, ok, direte che tanto, quelle sarebbero andate sprecate comunque…), fatiche e frustrazioni (di “Splinder in manutenzione” ne vogliamo parlare ?).
Lo facciamo principalmente perché ci procura diletto.
 
Non per avere visitatori e commenti ?
Beh, un minimo di narcisismo ci vuole per mettere in rete le proprie cose, questo è evidente, se avessimo la certezza che NESSUNO ci legge il nostro atteggiamento nei confronti del blog cambierebbe, ma io non credo sinceramente che questa sia davvero la molla principale.
Finiremo vittime dell’ Auditel anche qui ?
Domanda: saremmo veramente disposti ad iniziare una nobile gara al ribasso, infilare gossip e volgarità nei nostri amati blogs se questo ci potesse garantire qualche visitatore in più ? Io dico di no.
Il blog ha da rimanere una libera espressione della mente del blogger.
Libera espressione della mente = Gioco.
Un gioco in cui ciascuno le regole se le crea un po’ come vuole, privilegiando i propri lati introversi, sfogando creatività grafica o sapienza saggistica, o semplicemente copiaincollando…
Il pubblico ? Quello c’è, ma da chi è composto ?
E qui un po’ di statistiche ci starebbero bene. Io azzardo una risposta. Altri bloggers, in grande maggioranza.
Non vi sembra una descrizione di un mondo autoreferenziale, oltre che elitario ? Bloggers che scrivono per altri bloggers come politici che parlano ad altri politici o critici che si rivolgono ad altri critici. Dov’è la differenza ? che cosa ci salva ?
Il fatto che sia un gioco.
L’ autoironia. Il non prendersi troppo sul serio. Non stiamo facendo la rivoluzione. Giochiamo.
Non perdiamo l’ aspetto ludico del blogger. Altrimenti è finita
Farina del tuo sacco,
pubblicato il 21/10 

Il blog è farina del tuo sacco, ecco cos' è o dovrebbe essere.

Continuiamo a girarci intorno ma questo mi sembra che appaia con definitiva chiarezza dai commenti e dai post, gli ultimi post in particolare.

Farina del tuo sacco.

Libero gioco della creatività.

Ostensione di sè stessi nella luce migliore possibile, la luce del sè privo di condizionamenti e con pochi filtri, la luce del sè protetto da una maschera, da un nick, da un avatar, e perciò stesso più capace di disvelarsi, di mettersi alla vista nella propria autentica essenza e bellezza.
Farina del tuo sacco.
Traspare fra i bloggers astio per i blog copia incolla, foto prese da altri siti, poesie altrui, testi di canzoni famose.

Non è ostensione pure questa ? Non si mostra sè stessi anche nella scelta ? Si, ma è ostensione povera, è farsi belli con la farina d' altri.

Il vero blogger è diverso. Mostra quello che ha coltivato dentro. Senza troppe aspettative, senza pretese, senza sopravvalutazioni. La rete è piena di gente che scrive bene ed io non sono Proust, lo so. Ma nel mio piccolo, sono.

"Non mi dispiacerebbe affatto se studiosi, insegnanti, ricercatori, si accorgessero di me" diceva
Teiluj. Lo diceva con un sorriso disincantato, suppongo.

Se si facesse la classifica delle citazioni più citate della blogosfera, penso che questi versi di Rostand sarebbero nella zona alta.

Nulla che sia farina d' altri scrivere, e poi
modestamente dirsi: ragazzo mio, tu puoi
tenerti pago al frutto, pago al fiore, alle foglie
pur che nel tuo giardino, nel tuo tu le raccoglia.

Poi, se venga il trionfo per fortuna o per arte,
non dover darne a Cesare la più piccola parte,
aver tutta la palma della meta compita
e disdegnando l' alloro parassita,
pur non la quercia essendo, o il gran tiglio fronzuto,
salir anche non alto, ma salir senza aiuto.
(E. Rostand, Cirano di Bergerac, Atto II, sc. VIII, trad. M. Giobbe)

Cirano oggi sarebbe un blogger, ne sono

Napoleone nacque nel 1432 a Costantinopoli,
(ehm, si, proprio testuale, temo…)
pubblicato il 30/10
 

Sono un blogger, dunque ho il potere. Posso fare ciò che voglio, posso scrivere e pubblicare tutto quello che mi pare. Cose vere, cose inventate. Cose false. Si, anche cose false, se mi va. Volete vedere ?

Napoleone nacque nel 1432 a Costantinopoli.

Ecco fatto. Scritto e pubblicato. Chi me lo impedisce ? Ho il potere.

Si lo so, a scrivere una cosa del genere rischio di trovarmi poi una sfilata di commenti sferzanti,sarcastici, insulti magari, o se mi va bene pignole precisazioni di chi mi farà notare che quello che ho scritto non è vero e che io sono un ignorante al cubo. Bella figura.

E’ il cosiddetto controllo dal basso, la rete come sistema che impara da sé e si autocorregge. Va bene. Ma il fatto è che in questo caso l’ ho sparata proprio grossa. Napoleone nel 400 ? A Costantinopoli ? E chi se la sarebbe bevuta ? Però avrei potuto essere più sottile. Molto più sottile. Un falso dettaglio sulla vita di Cavour. Un errore nella flora del Canada. Una confusione di date nella guerra fra Cina e Giappone. Magari una confusione in buona fede, senza ipotizzare disinformazione voluta. Sicuro che mi avrebbero corretto ? Io non sono Beppe Grillo, non ho poi così tanti visitatori, non è detto che ci debba per forza passare uno storico della vita di Cavour, per dire.

Il punto, insomma, è quello della validazione del sapere nella blogosfera.

Lo so, l’ obiezione è che anche quando leggo un giornale ho lo stesso problema, se fidarmi o non fidarmi di quello che leggo. Chi mi garantisce ? Vero, ma io qualche differenza ce la trovo.

Anzitutto la diffusione stessa del giornale rende piuttosto probabile che qualcuno si accorga di un errore, poi direi che sui giornali o sulle TV io posso esercitare una specie di filtro critico preventivo. Se leggo la stessa notizia su un giornale di destra o di sinistra, se la vedo in un servizio della BBC o su una rivista scandalistica, la mia valutazione di quella notizia cambia. A forza di notizie e successive smentite, dopo un po’ di tempo ho imparato da me di quali mezzi fidarmi di più o di meno, e su quali argomenti quel determinato mezzo è più o meno credibile, e da che parte eventualmente “fare la tara”.So a priori quale livello di credibilità attribuire e di quali occhiali correttivi avrò eventualmente bisogno in ciascun caso per ciascuno dei mezzi che mi sono familiari.

Ma se io cerco qualcosa in rete, ed il motore di ricerca mi spedisce su un blog, è molto ma molto probabile che io quel blog non l’ abbia mai visto prima, e mi manchino le coordinate per attribuirgli un livello di affidabilità. Potrei pensare di gironzolarci un po’, avendone il tempo, per valutare quanto è frequentato quel blog e da chi, per vedere se magari tratta un argomento di cui m’ intendo ed in che termini, cercare insomma di assegnarli un grado di credibilità improvvisato, ma in genere è proprio il tempo che mi manca quando cerco un’ informazione in rete..

E l’ informazione è lì, prendere o lasciare.

Domande:
Chi valida il sapere dei blog ?
Quanto valore possiamo comunque attribuire ad un sapere non validabile ?

 


Buon ibrid@mento...
 

Postato da: melogrande a 19:27 | link | commenti (1)
riflessi, pensiero, ibridamenti

venerdì, 02 novembre 2007
E fummo cristiani

Perché il Cristianesimo trionfò sul paganesimo?
 
Non è affatto semplice rispondere a questa domanda.
La risposta tradizionale che danno i libri di scuola è che il cristianesimo, essendo religione dell’ amore rappresentava un rifugio sicuro ed un conforto spirituale in tempi di crisi.
Questa interpretazione ovviamente non regge.
Il cristianesimo non apparve affatto in un momento di crisi, ma nel momento in cui l’ impero romano era al suo apogeo, l’ età di Augusto, e semmai si può dire valga il contrario, il declino dell’ impero andrà di pari passo con la diffusione del cristianesimo al suo interno.
Questo semmai avrebbe dovuto giocare come elemento a sfavore del cristianesimo, ed attirargli addosso, come effettivamente fu, l’ ostilità dei conservatori i quali attribuivano all’ ira ed alla vendetta degli antichi dei traditi questo declino.
Logico, no ? O tempora, o mores, qui non c’ è più religione, solo un ritorno agli antichi culti dei padri avrebbe potuto salvare Roma dalla catastrofe.
 
Allora qual’ è la spiegazione ?
Lo storico francese Paul Veyne ha proposto una tesi assai sconcertante: il capriccio di un imperatore.
 
Siamo nel 321 d.C., alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio. Costantino fa il famoso sogno dell’ “In hoc signo vinces” .
E’ uno di quei momenti topici in cui la storia del mondo subisce come una torsione, resta un attimo sospesa, come la pallina da tennis che colpisce il bordo della rete e non si sa da che parte ricadrà.
Come Maratona. Come Roncisvalle. Come Lepanto.
Un attimo, e noi saremmo del tutto diversi, nella lingua, nel modo di vestire, nel modo di ragionare. Una biforcazione della Storia.
Il fatto è che l’ indomani Costantino vince davvero la battaglia contro Massenzio e si persuade che è stato il Dio dei cristiani a dargli la vittoria. In un momento in cui ancora il 90% della popolazione dell’ impero è pagano, Costantino decide di abbracciare il cristianesimo.
E lui è l’ imperatore.
 Devozione
Dieci anni dopo, nel 324, il cristianesimo avrà preso il sopravvento, diffondendosi vera convinzione o per spirito di convenienza, per emulazione, per opportunismo, perché così usa nella cerchia di chi conta. Perché così va il mondo.
Adesso le parti sono invertite, adesso è il paganesimo che si trova ad essere “tollerato” e poi nemmeno tanto, tollerato, perché in realtà si trova esposto ai furibondi assalti dei Padri della Chiesa.
Che troppo tolleranti non erano, anzi assai integralisti.
 
Un fatto accidentale, insomma, più che una lunga e sofferta macerazione delle coscienze.
 
Qualche decennio più tardi l’ Imperatore Giuliano tenterà di ribaltare nuovamente l’ equilibrio, restaurando il paganesimo.
Per questo fu subito soprannominato dai cristiani l’ Apostata, che vuol dire il rinnegato.
 
Che poi era sbagliato, perché Giuliano non rinnegava niente, era nato pagano e rimase pagano per tutta la vita, ma come detto prima i padri della Chiesa (Cirillo e Gregorio in particolare) non andavano troppo per il sottile nella polemica.
Ci provò con decisione, Giuliano, ma senza violenza, era un uomo intelligente, sapeva che i martiri non vanno a favore di chi li martirizza.
Ci provò con uno spirito quasi illuministico.
Giuliano però rimase al potere solo quattro anni prima di morire prematuramente, in battaglia o forse - dicono - assassinato.
 
Il suo tentativo fallì, la pallina era ormai oltre la rete e l’ Europa cristiana per sempre.
Vera o no, la trovo una teoria affascinante.
 

Postato da: melogrande a 21:59 | link | commenti (8)
citazioni, parole, idee, pensiero, viaggi mentali



 
 
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