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Nome: Francesco
Un'anima in viaggio, un po' autocentrata, ma non arida. Un temporale di marzo, a volte.

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sabato, 22 dicembre 2007
Un piccolo parco

L’ uomo accostò l’ auto di fianco al marciapiede e spense il motore.
Scesero senza parlare e si avviarono verso il piccolo parco.
Lei aveva i capelli del colore del grano maturo e gli occhi di un azzurro molto chiaro.
Camminarono per un po’ in silenzio.
Il sole era alto e l’ aria talmente limpida da non essere percepibile, il verde del prato era fin troppo intenso.
Lui la cinse con un braccio.
 
- Dimmi qualcosa, fece lei.
- La solita vita.
- Niente di nuovo ?
- Indietro non si va mai, lo sai.
- Già.
Camminarono ancora un po’.
Il prato era punteggiato di piccole margherite.
L’ azzurro del cielo era diviso a metà dalla scia di un aereo, altissimo.
 
- Sediamoci un po’, vuoi ? propose l’ uomo
- OK.
Scelsero una panchina al sole, l’ aria era ancora fredda in quella mattinata primaverile.
Nel sedersi lei accavallò le gambe ed il profondo spacco nella gonna si aprì.
L’ uomo provò un attimo di doloroso desiderio, un dispiacere dolce come il ricordo di un sogno.
 
- E tu ? disse.
- Vado avanti.
Lei lo guardò.
Il parco pareva trattenesse il respiro.
 
- Sarebbe stato bello, forse.
- In queste cose non c’è mai la prova, lui rispose.
Lui le prese la mano, la tenne un poco tra le sue, poi se la portò al viso, il dorso poggiato contro la sua guancia.
Lei lo lasciò fare, poi lo guardò in viso.
Il volto di lui appariva diviso in verticale esattamente a metà, col sole che ne illuminava il lato sinistro lasciando in ombra l’ altra parte.
Le rughe all’ angolo della bocca erano appena più scavate.
 

Postato da: melogrande a 12:49 | link | commenti (17)
parole, storie, viaggi mentali

sabato, 15 dicembre 2007
Il fantasma del Duca di Montefeltro

Maledettamente bene, Malacconcio...

L’ Umanesimo ha segnato il ritorno della fiducia dell’ uomo in se stesso, un’ orgogliosa rivendicazione dell’ autonomia dell’ uomo, della sua capacità di camminare con le proprie gambe. Proprio per questo senso di ritrovata dignità, l’ Umanesimo ha adottato un modello di uomo a 360°, un uomo versato in tutti gli aspetti della cultura, un uomo che si appassiona allo stesso modo alle scienze naturali ed alle scienze umane.

È più artista o scienziato Leonardo ? Di sicuro profondeva energie senza risparmio in tutti i campi in cui si cimentava.

Erano più filosofi o scienziati gli alchimisti ? Certamente miravano a raffinare, insieme con la materia, anche se stessi.

Il compendio perfetto di questo ideale di uomo è lo studiolo del Duca di Montefeltro ad Urbino con i suoi splendidi intarsi. Strumenti musicali e libri, carte geografiche e sestanti, strumenti astronomici e quadri raccontano di una personalità "rotonda", in grado di tenere insieme tutti gli aspetti della cultura umana, sia quelli relativi alla scienza dell’ uomo, sia quelli relativi alla filosofia naturale.


La scienza vera non era ancora nata, Cartesio era di là da venire e Galileo pure, ma cosa avrebbe fatto la scienza in questo contesto se non subentrare alla filosofia nei vari campi che si aprivano al suo metodo di indagine ?

La fisica era uno dei cardini della filosofia aristotelica, come pure la logica, l’ alchimia era disciplina filosofica per eccellenza, il moto degli astri era anch’ esso oggetto di riflessione teorica.


Insomma, che farebbe il fantasma del Duca di Montefeltro se tornasse oggi sulla terra ?

Dividerebbe equamente i suoi sforzi fra discipline tecniche e discipline umanistiche rifiutandosi di parteggiare per una delle due culture ?

Mi piace pensare di sì.


Bisognerebbe però avvisarlo che i tempi sono cambiati e che il sogno dell’ uomo leonardesco si è ahimè infranto contro il muro del vertiginoso accumulo di sapere nei cinque secoli trascorsi.

Oggi qualsiasi campo del sapere ha raggiunto una tale vastità che chi si ostinasse a distribuire imparzialmente i suoi sforzi in tutti i campi non raggiungerebbe risultati significativi in nessuno. Per eccellere in un qualsiasi campo occorre oggi assimilare una tale massa di nozioni che una vita a stento basta. È giocoforza scegliersi un campo di elezione, uno solo, ed approfondire quello, riservando parte del proprio tempo buono a coltivare da dilettante istruito gli altri campi, cercando di "ribilanciare" la propria personalità, cercando di fare di sé, se non proprio un uomo rinascimentale a tutto tondo, quanto meno un individuo non del tutto appiattito, monodimensionale.

Proteso verso una disciplina ma non del tutto monco verso le altre, diciamo.

Se non una statua, almeno un bassorilievo. 

Così me lo immagino, il fantasma del Duca di Montefeltro oggi.


La “usucapione” di temi filosofici da parte della scienza d' altra parte non è un fatto senza precedenti.

La filosofia stessa aveva a suo tempo rivendicato con forza in nome della verità assoluta il diritto di indagare su campi e temi precedentemente riservati alla religione e al mito. Lo stesso principio di verità invocato dalla scienza nei confronti della filosofia.

 

La scienza ha dalla sua un metodo di analisi rigoroso e l’ evidenza dei risultati conseguiti, in termini oggettivi, in tutti i campi che si prestano all’ applicazione del metodo stesso, in particolare i campi più “hard”, la fisica, l’ astronomia, la chimica, più di recente la biologia.

In tutti questi campi i risultati raggiunti in termini di comprensione dei fenomeni sono indiscutiblili ed hanno in qualche modo “delimitato il terreno” per ogni altra disciplina che vi si voglia avventurare.

Oggi nessuna filosofia potrebbe sostenere posizioni in conflitto con i punti fermi che la scienza ha raggiunto, nessun filosofo si sognerebbe di contestare le teorie sul sistema solare o la visione atomistica o la relatività.

Discipline ”soft” come la psicologia, l’ antropologia o l’ etologia sono più terra di confine dal momento che il metodo sperimentale non può essere adottato o può esserlo soltanto in modo marginale. Anzi, proprio il preteso adattamento di metodi “scientifici” a campi che per propria natura non lo sono ha generato le tragedie ideologiche del novecento.

E pur tuttavia un filosofo che oggi, sulle orme di Kant o degli empiristi volesse sviluppare una teoria della conoscenza non potrebbe prescindere dai risultati acquisiti dalle scienze cognitve, dalla fisiologia della percezione, dalle neuroscienze.

Oddio, è vero che ci sono i creazionisti, ma insoma, a parte appunto qualche estremismo, in generale dovremmo essere tutti d’ accordo che con la scienza, bisogna fare i conti, volenti o nolenti.


Ora, il metodo scientifico che rappresenta lo strumento supremo, direi unico, con cui la scienza ha scardinato i segreti della natura chiedendo, indagando, "provando e riprovando" per congetture e confutazioni, ne rappresenta anche, inevitabilmente, il limite maggiore.


Il metodo scientifico è potentissimo finchè si tratta di ricercare ad esempio le leggi che regolano il movimento, ossia il mutare della posizione di una massa nello spazio e nel tempo, ma non si presta a rispondere alle domande su cosa sia esattamente questa massa, lo spazio, il tempo, da dove vengano queste cose e perchè poi obbediscano a leggi matematiche, perché esistano proprio queste cose e non ne esistano altre, perché addirittura qualcosa in assoluto esista, piuttosto che nulla. Questi sono temi che restano filosofici, anche se nello svolgimento non si può prescindere dalla “delimitazione di territorio” operata dalla scienza.


Chi sviluppa una formazione scientifica ma ambisce a crearsi una personalità non dico rinascimentale, ma perlomeno non monodimensionale, non appiattita su una sola disciplina, una personalità complessa e strutturata, non può non percepire la mancanza di questo altro pezzo, quello che affronta le domande più profonde, quello che indaga sulla natura e sull’ uomo con gli strumenti dell’ arte e del pensiero, sentirne la mancanza ed andarselo a cercare.

Stupisce semmai il contrario, stupisce che chi inizia il cammino dall’ altra parte e si trova ben presto condizionato, delimitato appunto dai paletti fissati dalla scienza non provi un’ altrettanto forte senso di mancanza, non senta il bisogno di andare a cercare le forme del pensiero scientifico, capire la logica matematica, il metodo sperimentale, lo spirito della ricerca scientifica ed i valori in cui gli scienziati credono e che gli permettono di essere una comunità globalizzata ante litteram. Non senta il bisogno di sperimentare la bellezza elegante di una scoperta scientifica, l’ estetica severa di un teorema.

Stupisce vedere ostentare, addirittura come un segno di distinzione, un vero o presunto analfabetismo scientifico.

Molti con una formazione scientifica magari ignorano le arti, ben pochi però se ne vantano.


Ma per quale motivo chi ha un approccio scientifico dovrebbe preoccuparsi di colmare il vuoto umanistico ?

Per la soddisfazione dell’ io ? Per esibire una conversazione brillante ?

Forse queste motivazioni ci sono, benché un bellissimo aforisma di Montanelli ammonisca che la cultura è un po’ come il denaro, chi ce l’ ha davvero non ne parla.


Secondo me c’è dell’ altro.

C’è il fatto che è riduttivo pensare che le professioni tecniche siano legate esclusivamente all’ oggettività.

D’ accordo, per realizzare un viadotto è necessario eseguire i calcoli del cemento armato dei piloni, ed occorre che questi conti tornino, altrimenti il vidotto crolla. Ma questo è solo l’ inizio.

Perchè realizzare una infrastruttura importante non è un lavoro individuale, nessun ingegnere da solo, per quanto capace, potrebbe realizzarla, per quanto bravo a far calcoli.

Portato ad una dimensione significativa, il lavoro tecnico, ma in fondo qualsiasi lavoro, sfocia inesorabilmente nella organizzazione su larga scala, nella gestione dei gruppi, nel management, parola brutta che diventa un po’ meno brutta se si risale all’ origine latina da manus, come manutenzione, termini che dovrebbero suggerire cura, rispetto, servizio, non certo arroganza.


Ora, il fatto è che se col cemento armato i conti, se fatti bene, tornano, nel campo dei rapporti umani invece non tornano quasi mai.

Mettendo insieme le persone due più due non fa quattro, può fare di più o di meno, dipende.

La natura umana è refrattaria all’ approccio matematico, al metodo sperimentale, mostra risultati mai riproducibili.

La natura umana è complicata assai.

La natura umana va capita.

E qui torna in ballo l’ uomo rinascimentale.

Perché se si possiede una personalità monodirezionale, tutta protesa verso un’ unica disciplina, non si hanno strumenti per capire le persone.

Occorre essere “rotondi”, complessi, strutturati per avere maggiori probabilità di capire gli altri, di intenderene le motivazioni, gli slanci, gli interessi, i desideri profondi ed i bisogni, per riuscire a farli convivere e lavorare insieme senza elidersi a vicenda.

Un calcolista puro può forse essere monodimensionale, un capoprogetto no.

Dovrebbe frequentare almeno un po’ il fantasma del Duca di Montefeltro.

Gli converrebbe.

 

PS La musica in realtà non c' entra niente, ma se siete arrivati fino in fondo ve la meritate.

Postato da: melogrande a 11:24 | link | commenti (10)
riflessi, pensiero, umanesimo, viaggi mentali

mercoledì, 12 dicembre 2007
Una visione

All’ inizio fu solo un tumulto,
come un' eco di tuono nel cuore.
Come un’ onda infranta sul molo
che si spezza e si polverizza
contro il sole in arcobaleno,
così dalla carne dolente
un’ immagine parve levarsi
di mutevoli occhi, e un sorriso
che mi parve dicesse “Puoi stare”.
D’ improvviso l’ immagine esplose,
si levò uno stormo di uccelli.
Rotearono alti nel cielo,
s’ adunarono come un ventaglio
per sparire tra urla stridenti
verso un sordo richiamo lontano,
lo schiumoso invisibile mare.
 
 

Postato da: melogrande a 20:30 | link | commenti (10)
visioni, viaggi mentali, inquietudini, autopoesie, diramazioni

domenica, 09 dicembre 2007
I mostri della ragione

Perché doveva vivere? Quale scopo proporsi? A che tendere? Vivere per esistere? Ma un migliaio di volte egli era stato pronto anche prima a dare la sua esistenza per un'idea, per una speranza, anche per un capriccio. La semplice esistenza era sempre stata poca cosa per lui, aveva sempre voluto di piú. Forse soltanto per la forza dei suoi desideri egli si era allora creduto un uomo a cui piú che ad altri fosse permesso

F. Dostoevskij – Delitto e castigo

 

Si ragionava sull’ etica laica, tempo fa.

I tentativi di svincolare il destino dell’ uomo dall’ autorità religiosa sono stati perseguiti con convinzione soprattutto a partire dall’ Illuminismo.

Il potere della ragione che illumina le cose.

Il potere della ragione che non ha bisogno di Dio.

 

Per un po’ le cose sembrarono pure andare per il verso giusto, confortate da un esplosivo trionfo della scienza, proprio a partire dall’ Ottocento. Una ventata di ottimismo.

Pareva che le due cose andassero di pari passo, la fiducia nella ragione e nella scienza era ricompensata abbondantemente e quindi giustificata “a posteriori” dai suoi stessi risultati.

Come non fidarsi di chi presenta una tale catena di successi ininterrotti ?

Certo, non si poteva negare che l’ Illuminismo qualche mostriciattolo lo aveva pure partorito, asti pensare al Terrore o alla ghigliottina, un’ invenzione quest’ ultima che pare condensare tutta la razionalità dell’ epoca, una macchina che risolve in modo veloce e pulito il problema concreto delle condanne a morte su larga scala.

Agghiacciante, a pensarci bene. Perfezionabile solo con le camere a gas.

Si poteva però pensare che si trattasse di inconvenienti di percorso, dovuti al fatto che la ragione non aveva ancora trionfato del tutto, che c’ erano ancora delle resistenza da superare.

Si poteva addirittura pensare la causa di questi “incidenti di percorso” fosse l’ insufficiente applicazione della ragione e quindi che il rimedio fosse l’ uso di PIU’ razionalità e più scienza.

La storia del Novecento ha tragicamente frantumato quest’ illusione.

La storia del Novecento ha confermato al di là di ogni ragionevole dubbio che il sogno della razionalità umana che tutto comprende, che può svelare i segreti del funzionamento della società umana così come ha svelato i i segreti del funzionamento della natura è in realtà un’ utopia.

E che quando questa utopia pretende di farsi realtà, pretendendo di progettare a tavolino e costruire artificialmente una società che risponda ai requisiti voluti, questo sogno diventa un incubo.

È molto difficile ragionare con qualcuno che ritiene di fare la volontà di Dio, questo si sa, ma non è poi tanto più facile discutere con chi ritiene di avere una verità assoluta, “scientifica”, la ricetta per costruire la perfetta società del futuro.

 

Gente così non si ferma davanti a niente.

Il fine che giustifica i mezzi, la grandezza del risultato finale che non lascia spazio a scrupoli, la certezza che il risultato finale sarà il sogno da sempre sognato, rendono tutto il resto relativo.costi quel che costi, qualunque atrocità, qualunque efferatezza, qualunque devastazione, ingiustizia, crudeltà diventa legittima alla luce del sogno.

Un orrore così si chiama ideologia.

La Storia (con la maiuscola) ci darà ragione, la posta in gioco è talmente alta che la stessa Storia ci condannerebbe se esitassimo, se ci fermassimo di fronte agli ostacoli o alla necessità, certo dolorosa, di commettere crimini, di compiere atrocità.

A noi tocca sopportare il peso di essere disumani, dicevano i nazisti parlando della “soluzione finale”.

A noi tocca sopportare il peso di essere disumani.

La fede cieca ed assoluta nella propria verità conduce all’ abisso.

 

Kant era illuminista, ma diceva che la ragione umana è un’ isola piccolissima nell’ oceano dell’ irrazionale. Con questo irrazionale occorre fare i conti, che lo si voglia o no.

 

La scienza c’entra poco con questo, a mio avviso, la verità della scienza non è mai assoluta, di questo abbiamo già parlato. Niente nella scienza “vera” giustifica la pretesa di creare una società perfetta, la scienza è cosa assai diversa dallo “scientismo”.

E nondimeno, le pretese ideologiche sono state nel Novecento sostenute da una potenza tecnologica mai vista nei secoli precedenti.

E così il Novecento, più che passare alla storia come il secolo dei trionfi tecnologici, è passato alla storia come il secolo dei totalitarismi ideologici, il secolo delle guerre mondiali e dei genocidi.

Per la prima volta forse da molti secoli la religione non è stata un pretesto per insanguinare l’ Europa, ma il sangue è stato versato su una scala che non ha precedenti.

Come meravigliarsi del ritorno delle religioni, allora ?

Come meravigliarsi del fatto che la spiritualità soffocata dalla pretesa di dominio esclusivo della ragione ritorni addirittura con prepotenza ?

Le religioni oggi sono più forti che mai, dall’ Islam che offre facili certezze a tutti i disperati del mondo, fino al Cristianesimo rinato con la caduta del muro e col papa polacco protagonista anche mediatico.

 Ci dobbiamo rassegnare alla meritata sconfitta della ragione, allora ?

Non è detto. Spero di no.

 Con meno arroganza e con più modestia che in passato, la ragione può e deve tornare a farsi sentire, senza alzare la voce ma senza nemmeno abbassarla. Una voce di tolleranza e di rispetto, senza pretese di dominio, una voce che faccia domande più che dettare risposte, una voce che cerchi di capire senza la presunzione di avere già trovato.

Postato da: melogrande a 13:44 | link | commenti (12)
riflessi, idee, pensiero, viaggi mentali

mercoledì, 05 dicembre 2007
Del mitico bisticcio parlami o Diva

Dove eravamo rimasti ?
Achille se ne va incavolatissimo.
L’ assemblea si è sciolta. Agamennone sceglie due soldati.

“Andate alla tenda di Achille, figlio di Peleo,
prendete per mano Briseide e portatela qui:
se non ve la dà, allora verrò io stesso a prenderla
con più uomini, e questo gli sarà più duro.”

Però non dice “ Vado a prendermela da solo…”.

I due soldati, comprensibilmente bianchi di paura, si presentano alla tenda cercando le parole adatte per dire che sì, certo, a loro dispiace molto, e poi Achille è sempre stato il loro campione preferito, lo sanno tutti nell’ accampamento, ma gli ordini sono ordini, giusto? altrimenti ci vanno di mezzo loro che non hanno fatto niente e quindi, insomma, se gentilmente ci lascia passare, signor Achille, noi dovremmo prelevare la signorina Briseide ed accompagnarla alla tenda del re.

“quelli andavano controvoglia lungo la riva del mare infecondo,
e giunsero alle navi e alle tende dei Mirmidoni, dove
lo trovarono accanto alla tenda e alla nave,
seduto – non fu lieto Achille a vederli.”

No che non fu lieto, per niente.

Ma è scoraggiato, Achille, capisce che ha perso, che non c’è più niente da fare e che, per quanto forte, non può mettersi a combattere da solo contro tutto l’ esercito Acheo, né sfidare l’ autorità del re. “Pensaci tu” dice a Patroclo, il suo amico del cuore, se così ci vogliamo esprimere, perché non è un segreto per nessuno che Achille, come la maggior parte dei suoi compaesani, amava dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, per così dire.

Alla fine i soldati vanno via trascinando una Briseide giustamente riluttante, che se stupro necessariamente ha da essere, vogliamo mettere il giovane eroe a confronto col vecchio re ?

“…Procedevano lungo le navi
e controvoglia con loro andava la donna.”


E qui Omero ci mette una scena che ha dell’ incredibile.

Che cosa fa Achille ?
Come reagisce quest’ uomo e quest’ eroe, il terrore degli eserciti nemici, vertice insuperato dell’ immaginario epico dell’ intero Occidente ?
Beh, affronta la sconfitta con forza composta, no ?

No.
.
..
… “Mmmmaaaammmmaaaaaaaa….”

Si siede su un sasso, piange e chiama la mamma. Giuro che non sto inventando.

“…Intanto Achille
sedeva piangendo, lontano dai suoi compagni,
in riva al mare bianco, e guardava la distesa infinita,
e pregava la madre, tendendo le mani…”


Ad onor del vero occorre qui ricordare che Achille è molto giovane, poco più di un ragazzo, ma occorre pure ricordare che tutti i soldati del mondo sono molto giovani, i re ed i generali no, ma quelli che combattono veramente hanno diciotto anni quando va bene. A quell’ età non si pensa alla morte, ci si crede invulnerabili, si combatte meglio.
Non è troppo un’ eccezione, Achille. E nemmeno le sue lacrime, temo.
Da qui veniamo, che ci piaccia o no.
Certe forme del pensiero hanno radici lontane più di quanto si pensi.
Ma torniamo alla storia.

Che può fare una brava mamma mediterranea nel sentire i singhiozzi del figlio ? Accorrere.
Ecco infatti apparire Teti, ninfa del mare, dea antichissima.

“Figlio mio, perché piangi ? Quale pena ti ha invaso il cuore ?
Parla, non nasconderla dentro di te, anch’ io la voglio sapere”


E’ una sceneggiata, ovviamente, ed Achille lo capisce benissimo.
“Mamma, adesso ti metti anche tu a prendermi in giro ? Sei una dea o no ? E allora lo dovresti sapere già da sola che cosa è successo…”

“Lo sai. Perché dirtelo se sai già tutto ?”

“Ehm, in effetti qualcosa avevo intuito, ma volevo saperne di più per aiutarti meglio, tesoro mio…”

E lui gli ri-racconta tutto daccapo, e così si sfoga.
Sceneggiata riuscita.
Le mamme la sanno molto lunga, da millenni.

“E cos’ altro vuoi che dica, ma’ ? Già mi hanno profetizzato vita breve. Anche infelice, la devo avere ? Umiliato così, davanti a tutti ? L’ unico eroe senza una schiava ? Che poi con Briseide ci capivamo pure così bene ? E tu, non dici niente ? Lasci che tuo figlio venga trattato così da quel vecchiaccio ?”

“Madre, che mi hai generato a una vita brevissima,
almeno Zeus olimpio tonante dovrebbe
concedermi gloria, ma adesso non mi ha onorato.
Il figlio di Atreo, il potente Agamennone
Mi ha offeso, mi ha tolto il premio e se lo tiene.”


Il premio. E’ come un bambino, questo terribile eroe, altro che i bamboccioni moderni.

“Nessuno può umiliare il figlio mio, nessuno. Vado da Zeus e gliele canto chiare. Non piangere più, figlio mio, che ci pensa la tua mamma. Per adesso su nell’ Olimpo non c’è nessuno, gli dei sono andati tutti a fare una grigliata dagli Etiopi, buoni quelli, gli venisse in mente una volta di invitare pure me, ma nel giro di un paio di settimane il party dovrebbe finire e non appena saranno di ritorno Zeus mi sentirà. Te lo promette mammina, sei contento ?”.
Achille è contento.

“Tra undici giorni ritornerà sull’ Olimpo,
e allora mi accosterò alla soglia di bronzo della sua casa
lo supplicherò e credo che riuscirò a convincerlo.”

Passano le due settimane, ed ecco puntuale Teti sull’ Olimpo, nel giardino del palazzo reale, avvinghiata alle ginocchia di Zeus.
Rinfaccia.
Recrimina.

“Zeus, ti ricordi di me ?
Ti ricordi quella volta che litigasti con tua moglie e quella s’ incazzò talmente tanto che scaraventò il figlio tuo – ma non suo, questo va detto – Efesto giù dall’ Olimpo, che poi quello si ruppe la gamba ?
E fortuna che c’ ero io ad afferrarlo al volo, altrimenti altro che zoppo, ti ci restava secco proprio.
Ti ricordi quanto mi ringraziasti quella volta, e mi promettesti riconoscenza eterna, ti ricordi o no ?
Guarda qua, che bella riuscita, da essere orgogliosi proprio.
Mi è nato un figlio bello e forte sì, ma destinato a morte prematura, lo sanno tutti. E passi.
Ma mi tocca pure vederlo diventare lo zimbello di tutti, umiliato in pubblico da un vecchio stronzo ?
Eh, no, questo no. Vendicami. Ammazzali tutti. Fai vincere i Troiani. Che ti costa ?”

“Onoralo tu, saggio Zeus, signore d’ Olimpo;
concedi la vittoria ai Troiani fino a quando gli Achei
onorino mio figlio e gli diano gloria.”


Zeus ascolta.
Fischietta.
Guarda assorto un cespuglio, poi dedica tutta la sua attenzione ad una colonna di formiche sul prato.

“Beh, che fai, non mi rispondi ? Ma allora è vero, è proprio vero, sono l’ ultima ruota del carro in quest’ Olimpo, ecco chi sono, l’ ultima fra gli ultimi, nemmeno mi avete nvitato alla festa dei Feaci, non sono proprio nessuno, io …”
Lacrime. Lacrime e singhiozzi.
Molte cose hanno origini antiche.
Teti è avvinghiata a Zeus, e Zeus è visibilmente imbarazzato.
Ha i suoi motivi.

“Mi chiedi un’ opera odiosa, che mi renderà ostile
Era, e farà sì che mi provochi con parole oltraggiose.
Anche così è sempre in lite con me tra gli immortali, perché
Dice che in battaglia io aiuto i Troiani.”

Ma le lacrime sono lacrime. Le mamme la sanno lunga da millenni, già l’ abbiamo visto.
“Su, su, non fare così, Teti, io ti ho sempre voluto bene, lo sai… e soprattutto fai piano, non farti sentire”
Zeus guarda con la coda dell’ occhio in direzione della cucina.
“Prometti che farai vincere i Troiani. Prometti subito sennò mi metto a gridare”
“Va bene, va bene, prometto, ma adesso vattene”
“Parola di Zeus ?”
“Parola di Zeus. Ed esci dal cancello di dietro, non passare davanti alle finestre, mannaggia a te”

“Ora tu torna indietro che non ti scorga
Era; quello che chiedi mi starà a cuore e sarà compiuto.”

Teti se ne va.
Sorridendo, ci scommetto.
Missione compiuta. Se non ci fossero le mamme…

Zeus invece rientra in casa a capo chino.
Era è lì. Lo aspetta. Braccia conserte. Ti pareva.

Sedette dunque sul trono, ma Era
non mancò di capire alla prima occhiata che aveva tramato con lui
Teti dai piedi d’ argento, figlia del vecchio marino.”


“Buongiorno amore” tenta di svicolare Zeus guadagnando rapidamente la poltrona, pardon, il trono.
“Con chi parlavi là fuori ?”
Era non ha voglia di tergiversare.
“Chi, io ? ”
“E chi se no ?”
“Niente, passavano a salutare…”
“Era Teti, vero ? L’ ho vista, che se la squagliava dal cancello di dietro, se la filava come una ladra. Che voleva ?”

A questo punto Zeus ha un sussulto di orgoglio virile, raddrizza le spalle, petto in fuori, fissa la moglie negli occhi.

“Donna, devi comprendere che ci sono cose che si possono rivelare, e allora tu sei la prima a saperle da me. Ma un re, ed il re degli dei in particolare, ha delle responsabilità, questo lo devi capire. Il potere è un terribile peso che si porta da soli, ci sono decisioni da prendere, questioni da risolvere, certe volte il riserbo è essenziale”

“Era, non sperare mai di conoscere tutti i miei piani:
saranno anche a te inaccessibili, benché tu sia la mia sposa;
quello che è giusto tu sappia nessuno
lo saprà prima di te, né uomo né dio.
Ma quello che voglio pensare da solo in disparte
dagli altri dei, non devi chiederlo e non devi indagare.”


Figuriamoci Era.
E qui i riferimenti all’ eterno femminino me li tengo per me.

“Lo sapevo. Ti ha chiesto di far vincere i Troiani. Me lo immaginavo, guarda. Sta smorfiosa. Ah, ma non sa contro chi si è messa. E tu, non le avrai per caso promesso …”

“All’ alba si è seduta accanto a te e ti ha abbracciato i ginocchi,
e certo tu le hai promesso col tuo cenno infallibile
di onorare Achille, uccidendo moltissimi Greci accanto alle navi”


Non finisce la frase.
Va bene tutto ma l’ uomo è uomo.
Zeus si alza, ha gli occhi sbarrati, si avvicina alla moglie con uno sguardo omicida. La mano si allunga verso il cassetto delle folgori.

“Sciagurata, sempre sospetti, mai posso sfuggirti;
ma non otterrai nulla, e mi sarai
più lontana dal cuore, e questo ti sarà più duro.
Se è così, è perché questo mi piace.
Ora siedi e taci, e obbedisci al mio ordine;
non ti potranno aiutare tutti gli dei d’ Olimpo
se mi accosto a te e addosso ti metto le mani invincibili.”


Era indietreggia.
Interviene Efesto.
“Ehi, ehi, ehi, ma che fate ? Basta bisticciare, che già mi avete storpiato una volta. Facciamo merenda ?”
Effettivamente, dopo il barbecue dei Feaci, agli dei si è aperto come un languorino.
Vanno a tavola.

“Così tutto il giorno, fino al tramonto del sole,
mangiarono e non mancò d alcuno il cibo imbandito”


Dissolvenza. The end.

Zeus non mi fulminare.
Non lo faccio più. 

 
 
 

Postato da: melogrande a 22:22 | link | commenti (4)
citazioni, ellenismi, storie, miti



 
 
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