inquietudini e viaggi

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Utente: melogrande
Nome: Francesco
Un'anima in viaggio, un po' autocentrata, ma non arida. Un temporale di marzo, a volte.

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giovedì, 24 gennaio 2008
Voli Notturni

L’ aereo è decollato, poi è riatterrato quasi subito. Si fa uno stop intermedio, previsto. Non è necessario scendere, anzi non è permesso. Sono le due di notte.

A bordo si resta con un senso di sospensione, siamo dentro un velivolo che non vola. Un’ ora, forse di più. Rifornimento. Cambio di equipaggio. Salgono altri passeggeri, non tanti. Benvenuti a bordo, fratelli nottambuli.
Il viaggio prosegue, apparentemente in orario. Il grosso Airbus si muove nuovamente verso la pista. Poi si ferma, non si sa perché. Il pilota ha bofonchiato qualche scusa, nessuno ha capito veramente, ed a nessuno in fondo importa veramente di capire.
Cosa cambia ? Siamo fermi sulla pista, ecco tutto quello che c’è da sapere.
 
Dove ?
Anche questo non importa, un aereo fermo sulla pista di notte è il non-luogo per eccellenza. Potrebbe essere dappertutto, lo stesso aereo, la stessa temperatura dentro la cabina, le stesse luci fuori. Altro non si vede, è notte fonda.
Balena l’ immagine di una casa al termine di una lunga camminata in montagna. Una fantasia prende forma in questa specie di dormiveglia. Una casa alla fine del bosco. Certi post si scrivono da soli.
 
Che ore sono quando ripartiamo ? Bella domanda. Che ore rispetto a che ? A quando ci si è alzati stamattina alle sei ? A quando domattina si arriverà ? Qui bisogna decidere. Fuso di partenza o fuso di arrivo ? Tre ore sono una bella differenza. È molto tardi, o non è poi così tardi, a seconda di quale riferimento si sceglie.
È meglio il fuso di arrivo. Guardare verso il futuro, non verso il passato. Sembra una notazione esistenziale.
 
Il volo è troppo lungo per restare svegli, troppo breve per dormire veramente. Il protocollo si dispiega implacabile. Si deve rimanere con la cintura allacciata e con lo schienale diritto fino a quando l’ apposito segnale non verrà spento, e non importa se le teste ciondolano dal sonno. Poi però quando il segnale si spegne passano le hostess a servire da bere. Non ho sete e non ho voglia di bere a quest’ ora di notte. Ma il rumore le voci lo sbatacchiare bottiglie e bicchieri per mezz’ ora almeno invade la privacy invocata. Si cerca l’ isolamento sensoriale, ciascuno come può, mascherine e tappi nelle orecchie e cuffie messe su senza volume. Rannicchiati, su un sedile che non è un letto, scivolando lentamente in giù, ritirandosi su, i piedi puntati, il collo che fa male, la sottile coperta in dotazione che scivola da tutte le parti.
 
Alle quattro e mezza del mattino (fuso di arrivo, questa volta…) il protocollo colpisce ancora, tutte le luci si riaccendono, e comincia la fragorosa distribuzione della colazione. Ma chi gliel’ ha chiesta ? A chi mai verrebbe in mente, a casa sua, di fare colazione a quest’ ora, seppure avesse dormito in un letto e non rannicchiato sulla poltrona come qui? Obiezione inutile. Devono farlo, sono tenuti. Il regolamento.
Tento di rintanarmi come una tartaruga, negando l’ evidenza delle luci, delle voci, dei rumori e degli odori, stanno servendo omelettes e salsicce alla quattro e mezza del mattino, e qualcuno pure le mangia, da non crederci. Ma non ci riesco, non funziona.
Qualcuno ce la fa persino senza sforzi, vedo gente che dorme profondamente, immobile, persino un leggero ronfare si sente, che rabbia. Io no. Avrò dormito due ore.
 
Si atterra alle sei. Un’ alba in bianco e nero, come si usa dire. È un luogo comune anche questo ?
È una mattina fredda e nuvolosa. I colori ci sono, naturalmente, ma sembra quasi di no. Sono pochi, spenti, come sbiaditi. Meno del solito, di sicuro.
Anche la testa è un po’ sbiadita, è pesante come se fosse avvolta in una coperta molto spessa. I dati sensoriali passano, certo, ma come indeboliti ed un poco ritardati, il messaggio arriva ma c’è un tempo morto avvertibile, una sospensione prima che il messaggio stesso venga decifrato, interpretato, riconosciuto, suono, colore, odore che sia.
La mente si è ritirata in soffitta, si direbbe, occorre arrivarci salendo una stretta scala a pioli. La testa sembra pesare il doppio del normale. Il collo indolenzito induce una leggera vertigine, come un accenno di mal di mare., un capogiro che aumenta questo senso di estraneità alle cose.
Mi osservo dall’ alto e dall’ esterno. Mi vedo entrare nella saletta riservata ai viaggiatori frequenti, membro onorario a vita dovrebbero farmi, mi osservo mentre mi preparo un caffè, mi vedo seduto al tavolino a fissare la tazza.
Se quello sono io, chi è che lo sta osservando ?
 
 
 

Postato da: melogrande a 08:59 | link | commenti (11)
luoghi, inquietudini, viaggi reali

sabato, 19 gennaio 2008
Occidente, Occidente

 
Avviso ai naviganti
Questo è un post un po' palloso. Davvero. Più del solito, diciamo.
Il fatto è che a volte le anime in viaggio assumono comportamenti marzulliani,
 si fanno una domanda e cercano di darsi una risposta.
Aiutandosi con quello che trovano qua e là.
 
 
Sento che è il momento di fare il punto su una questione che mi appassiona da molto tempo e che continua a tornarmi davanti agli occhi da vie traverse ed attraverso letture diverse. È il momento di affrontarla di petto.
È come se su questa questione si addensasse un grumo di senso importante, ed allora, in modo pressoché inconscio, sento come prudere, e continuo a grattarmi, sempre in quel determinato punto.
Mi sa che buona parte di quello che ho elaborato e maturato per diventare adulto ruota attorno a questo punto, e mi sento come se piano piano una risposta andasse sedimentando dentro di me.
 
Il punto è questo.
Noi occidentali siamo uno strano miscuglio culturale, diciamo.
Gran parte di quello che ancora oggi sappiamo ce l’ hanno insegnato i Greci, e ce l’ hanno tramandato i Romani.
 
Questi ultimi non si facevano scrupolo, quando vincevano una guerra, di fare terra bruciata del nemico sconfitto. Tutt’ altro.
Basta pensare che Cartagine fu uno dei grandi imperi del Mediterraneo, il cui dominio andava dal Nordafrica fino alla Spagna ed alle coste occidentali della Sicilia. Ebbene, cosa sappiamo oggi dei Cartaginesi ? Cosa sappiamo della loro cultura, della loro lingua, della loro società, delle loro opere d’ arte, delle loro invenzioni ? Quasi nulla.
Il fatto è che quando i Romani li sconfissero, decisero praticamente di cancellarli dalla faccia della Terra. Sarà che erano stati lì lì per soccombere, ma ai cartaginesi non gliela perdonarono. E li cancellarono davvero, pressoché del tutto.
Una “soluzione finale” ante litteram che avrebbe destato l’ invidia di Hitler.
 
Ma con la Grecia le cose andarono diversamente.
È come se i Romani avessero capito di aver messo le mani su qualcosa di estremamente sofisticato, su qualcosa di un livello a loro del tutto sconosciuto, e neppure immaginabile, come se noi contemporanei catturassimo un’ astronave aliena dotata di una tecnologia infinitamente più avanzata della nostra. Ci penseremmo su due volte prima di distruggerla.
 
Rispettarono la Grecia, i Romani, anzi di più. Si misero a studiarla, prima con curiosità diffidente, poi con interesse autentico e alla fine con passione vera, furiosa ed assoluta. E talmente si immersero in questo studio da farsene a loro volta penetrare totalmente.
L’ Impero romano era bilingue e biculturale, mostra bene Paul Veyne, uno dei principali storici contemporanei dell’ età classica, a Roma filosofia e medicina si insegnavano in greco, ed in greco Marco Aurelio volle annotare i suoi pensieri, pur essendo llui romeno per nascita e per famiglia.
I romani adottarono gli dei greci, tanto più ricchi di significato e simboli, ne derivarono la filosofia, ne copiarono le opere teatrali, spesso in modo assolutamente brutale, prendendo pezzi da commedie diverse e cucendoli assieme alla bell’ e meglio..
Aggiunsero anche farina del proprio sacco, questo si deve dire, soprattutto in certe discipline in cui i Greci erano per così dire rimasti un po’ a guardare: l’ architettura, l’ ingegneria, la giurisprudenza.
E l’ arte militare, ovviamente, la loro prima passione, da cui derivarono una visione della politica basata sull’ autorità che ai Greci mancava, pur accogliendo il principio della autonomia della “polis”.
Innovazione nella continuità, se dovessimo riassumere in uno slogan.
 
Ha quindi un senso molto preciso parlare di “tradizione greco-romana”, in quanto questa fusione alla fine cominciava effettivamente ad assomigliare ad un monolito.
 
Questa tradizione però ad un certo punto si scontrò con un’ altra tradizione, non meno antica ma di origini assolutamente diverse, e nello scontro ebbe la peggio.
Sto parlando, naturalmente, della tradizione ebraico-cristiana.
 
Ora, benché tutta la storia intellettuale dell’ Occidente dalla caduta dell’ Impero Romano fino diciamo, al Settecento, altro non sia che un eroico, sublime sforzo di sintesi fra queste due tradizioni il risultato di questi sforzi non è mai stato un vero successo.
La verità è che le due tradizioni differiscono tra loro in profondità nel significato ultimo che attribuiscono al mondo, alla vita, al ruolo dell’ uomo nell’ universo.
E questa differenza rifiuta di essere mediata, vuole restare differenza, per quanto ci si voglia illudere di essere arrivati vicini al punto di incontro.
L’ unico risultato che si può dare è la vittoria di una delle due concezioni sull’ altra.
Nella fattispecie, la vittoria della radice cristiano ebraica su quella greco-romana.
Vittoria sì, ma parziale, perché il senso dell’ esistenza cristiano fu trapiantato su un fusto ancora molto vegeto e vitale di cultura classica, talmente vitale che ancora oggi domina ed orienta a nostra formazione scolastica.
 
Pausa rigenerante, ma non finisce qui.
(continua)

Postato da: melogrande a 18:08 | link | commenti (4)
riflessi, ellenismi, idee, pensiero

martedì, 15 gennaio 2008
Maturare, non appassire

Maturo. Lo sento.
Va bene. Capita a tutti. Non ti agitare.ilmelo
E meno male, dopotutto.
L’ alternativa infatti sarebbe stata morire giovane. Per carità.
E allora rassegnati.
Mi rassegno.
 
La maturità consolida la personalità, e questo non sarebbe di per sé un gran male, ma favorisce anche il formarsi di abitudini, modus vivendi e operandi che piano piano si sono stabilizzati ed incrostati.
E questo porta il rischio di inaridirsi in una pura e semplice perpetuazione di se, un’ auto-conservazione ed auto-contemplazione.
La persona “matura” (non io, eh, parlo in generale …) tende a difendersi da ogni sfida al proprio equilibrio ed al proprio quieto vivere.
Ma così facendo non si difende dai pericoli, in realtà si sottrae alla vita.
Vade retro. Lungi da me. Anatema.
 
La maturità è una progressiva perdita di potenzialità alternative per effetto di decisioni e di non decisioni, finché, giunti alla fine, non resterà che una sola delle infinite potenzialità iniziali: quella della propria vita, effettivamente ed ormai completamente vissuta e per questo pienamente determinata e contemplabile.
 
Se questa è la destinazione fatale (lontanissima, intendiamoci…), si capisce bene che quello che importa è il viaggio in sé: non dove si arriva ma come, e cosa e chi si incontra per strada.
 
E l’ unico modo per non appassire è quello di lasciare spazio al proprio lato curioso, intraprendente, alla capacità e gioia di rimettersi in gioco ad ogni momento, al piacere dell’ adrenalina e della scommessa incerta.
Questo non impedisce alla personalità di consolidarsi, ma permette di farlo mantenendo l’ elasticità, per così dire.
Fra aperture e chiusure, sistole e diastole.
L’ elasticità che ci vuole per rialzarsi dopo ogni caduta.
 
Non si diventa vecchi finché ci si pone domande, finché si è capaci di sentire curiosità e meraviglia
O almeno, così mi piace credere.

Postato da: melogrande a 06:27 | link | commenti (22)
riflessi, pensiero, maturità

martedì, 08 gennaio 2008
Un frutto del deserto

Avviso ai naviganti

Oggi sono in trasferta, gentilmente ospitato a casa di amici.

 

Storied@ibrido è un blog "parallelo" ad ibrid@menti, curato da modalogia, nato per raccontare storie di "creature della blogosfera".

L’ uomo vive di abitudini, anche in mezzo al deserto riesce ad assestarsi in una specie di sbilenca routine.
In cantiere il lavoro inizia presto, alle sette del mattino, gli operai arrivano con i bus direttamente alle aree in costruzione, migliaia tutte le mattine, gli impiegati invece arrivano tre o quattro per macchina, timbrano il cartellino, accendono i computers.
Un cantiere che si rispetti prevede la macchinetta espresso portata dall’ Italia ed il caffè di buona marca, nonché spaghetti a mensa, manco a dirlo.
Il tempo scorre in fretta, c’è sempre molto da fare ed i ritardi da recuperare sono condizione esistenziale e permanente. La giornata vola via e la sera si trova sempre qualcuno ben disposto a scambiare quattro chiacchiere o accettare una sfida a biliardo.
Però il venerdì, giorno di riposo, è un’ altra storia, ed un venerdì di piena estate è una faccenda molto particolare.
La mattina si può andare al mare, non è lontano, ma solo a patto di svegliarsi presto e presentarsi in spiaggia di buon’ ora. Già alle dieci del mattino il furore del sole rende l’ aria talmente calda da levare il respiro, e la sabbia chiarissima riflette vampate che intorpidiscono la mente. Si cerca refrigerio in acqua, per quanto si può, ma non funziona poi tanto. Anzitutto l’ acqua è calda in modo incongruo ed imbarazzante, e poi qui la spiaggia degrada in modo così impercettibilmente lento che occorre camminare a lungo prima di arrivare ad una profondità che consenta di fare qualche bracciata senza toccare la sabbia del fondo.
E poi è un bagno vagamente preoccupato e guardingo.
No, non si tratta di squali, l’ acqua è talmente bassa che un pescecane rischierebbe di incagliarsi ben prima di arrivare a tiro dei miei polpacci in fuga, però ho sentito troppe storie sui serpenti di mare, piccoli e velenosi, ne parlano negli Emirati, in Bahrein, in Arabia Saudita, qualcosa di vero dovrà pur esserci.
Il relativo refrigerio del rapido bagno evapora insieme all’ acqua sulla pelle ancor prima di raggiungere la sdraio, e questo è segnale inequivocabile che è tempo di tornare al chiuso. Le dieci e mezza, appunto.
La routine del venerdì prevede adesso di trascorrere la prossima ora nel centro fitness di ques’ unico albergo disponibile.
In ambiente condizionato, con vista sulla spiaggia sempre più deserta passo mezz’ ora a correre sbuffando sul tapis roulant, poi giro senza troppa convinzione fra le macchine, sarà meglio quella per i dorsali o quella coi pesi per le braccia, un po’ sto a disagio, non ho mai avuto ambizioni da balestrato.
Vabbè, finiamo in bellezza con una ricca sauna. Come al solito ci sono solo io e ne approfitto per alzare il termostato, novanta, novantacinque gradi, più calda è meglio è, come mi hanno insegnato tanti anni fa i colleghi finlandesi con cui mi ero trovato a lavorare. Loro a dire il vero esageravano proprio, mezz’ ora a centoventi gradi ed uscivano con certe occhiate che parevano Nosferatu. E rimpiangevano pure la casa lontana, dove era possibile uscire dalla sauna di corsa e rotolarsi nudi nella neve. Gente fatta così, i finnici.
Ritemprato, allenato, ben lavato e tonificato fino al midollo ritorno alla mia baracca del campo a mezzogiorno in punto. Sosta in mensa, il venerdì il cuoco arabo ce la mette tutta per farsi apprezzare, ma c’è poca gente, in molti hanno affrontato un viaggio di tre ore in direzione di qualche shopping mall.
 
E adesso ?
La baracca è piccola, ma fuori ci sono 48 gradi e non è finita, la temperatura salirà ancora fino alle due le tre del pomeriggio, dunque rassegnazione che fino al tardo pomeriggio io da qui non mi muovo.
Leggo, scrivo, come da un po’ di tempo mi capita talvolta di fare, ascolto musica dal cellulare che ho trasformato in improvvisato lettore MP3 ficcandogli dentro la scheda di memoria più grossa che sono riuscito a trovare.
Accendo il computer, leggo le ultime notizie, guardo la posta. Poi comincio a gironzolare per la rete. Dappertutto si parla dei blog, è il fenomeno del momento, gente che mette on line il proprio diario a quanto dicono, che gusto ci sarà a farlo e soprattutto a chi mai potrà interessare leggere il diario di perfetti sconosciuti, ma si sa che la gente è strana.
Anzi, già che ci sono voglio proprio andare a vedere.
I primi link confermano i miei peggiori sospetti.
Giovedì sera ero a cena dalla nonna quando ricevo questo sms dal mio ex. Stamattina interrogato in latino, che figura di merda. Come volevasi dimostrare, va bene che ho tempo da perdere ma buttarlo via così mi sembra troppo.
 
Ancora uno e poi smetto, ed incappo in una frase “Sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano già occupati”. Una citazione di Brecht, caustica, corrosiva, e vera. 
Link dopo link il livello si alza, i simili si corrispondono, c’è anche gente che sa scrivere qui attorno, gente che pensa e scrive cose non banali. Che racconta magari i fatti suoi, ma con ironia e profondità, facendoti sorridere ed annuire, piccole disavventure dal sapore universale, frammenti di vite che si protendono alla ricerca di riferimenti. Un mondo bello ed interessante, che cerca di galleggiare nella liquidità moderna aggrappandosi un po’ dove capita.
Gente che mi somiglia.
Simil cum similibus.
 
E se ci provassi anch’ io ?
Ma che ti salta in mente ?
Beh, perché no ? Qualcosa da parte ce l’ ho già, scritto qui e là, posso metterlo in rete pure subito, a seguire le istruzioni pare sia faccenda da cinque minuti creare un blog.
Già ma poi chi mi viene a leggere, e perché poi dovrebbero ?
Se non provi non lo saprai mai.
Ibridiamoci.
 
Sono le quattro del pomeriggio, guardo fuori.
L’ aria è così calda che danza attorno alle baracche, che appaiono deformate come gli orologi di Dalì.
Torno al computer.
Per prima cosa devo scegliere un nick.
Mi piacerebbe dare l’ idea di una cosa che ne contiene tante altre, come un melograno pieno pieno di chicchi belli rossi, è pure una bella immagine il melograno, e poi è fortemente simbolica, mi vengono in mente quadri rinascimentali e cortili di palazzi nobiliari, il melograno porta pure bene.
Mannaggia, utente già registrato.
E adesso ? La finestra di Splinder attende paziente.
È una finta, da adesso in poi lo dirà a me, “sii paziente”.
Certo, non sono un adolescente, sono un melo adulto, non so se poi maturo, ma grande si, non lo posso negare.
Non suona male, Melogrande.

 

Qui mi limito ad aggiungere solo qualche "nota a margine"
L' origine del post  risale per la verità ad un invito, molto garbato,  di Loredana che mi tirava dentro in una di quelle periodiche catene che percorrono come una ola la superficie della blogosfera. Di solito a queste cose non bado, ma l’ idea di raccontare come è iniziato tutto mi solleticava già da un po’, e probabilmente un post così sfacciatamente autocommemorativo me lo sarei regalato comunque, prima o poi.
Avendo fatto trenta, non resta che fare trentuno rispondendo in breve alle altre domande del gioco di Lori.
Il primo post  che ho scritto – non è ancora on line...
Il post di cui sono particolarmente fiero - La casa alla fine del bosco, visto che generalmente non sono molto bravo con la fantasia.
Un post di cui mi vergogno – non ce n’è, se ce ne fossero li avrei già tolti… però ci sono post che oggi scriverei in modo diverso, avendo acquisito un pochino di dimestichezza con questo curioso mezzo espressivo ed avendo imparato qualche “regola del gioco”. Ad esempio ho postato tempo fa una specie di racconto intitolato “Bad Luck”, a me pareva buono ma ho capito in seguito che aveva l’ insormontabile peccato originale della lunghezza, insostenibile sullo schermo, penso che ben pochi siano arrivati alla fine. Oggi mi sa che lo farei a puntate.
Il blog da cui ho preso la citazione di Brecht è questo (un grazie davvero di cuore, Ale).
 

Postato da: melogrande a 23:25 | link | commenti (4)
storie, pensiero, viaggi reali, ibridamenti, diramazioni

mercoledì, 02 gennaio 2008
Regali

Grigna 2
Dammi cieli, albe e monti da scalare,
e valli verdi umide ed ombrose,
torrenti, per entrarci a piedi nudi.
Dammi vento, brina e freddo sulla pelle,
e mare, sole e voli di gabbiani
e spuma e vele e sale sulle mani.
E dammi tempo, il tempo soprattutto,
tempo per dare un senso a queste cose,
per accordarmi alla profondità del mondo,
per ricambiarne anima e bellezza.

Postato da: melogrande a 22:40 | link | commenti (8)
auguri, viaggi mentali, autopoesie



 
 
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