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Utente: melogrande
Nome: Francesco
Un'anima in viaggio, un po' autocentrata, ma non arida. Un temporale di marzo, a volte.

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lunedì, 25 febbraio 2008
Di cosa parliamo quando parliamo d’ amore ?

 
Rubo il titolo ad un meraviglioso racconto del grande Raymond Carver, un racconto che a suo modo cerca di rispondere alla domanda. Non riuscirei del resto a trovare di mio un titolo più efficace per un post che non ha niente a che vedere con il racconto di Carver e nemmeno, forse, ha troppa attinenza con un tema col quale mi pare di avere pochissima familiarità. Comunque ci provo.
 
Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto frugando il naso ?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sul bus mi pesterà un piede ?
Accadrà come quando cambia il tempo ?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto ?
Darà tutta una svolta alla mia vita ?
La verità, vi prego, sull’ amore.
 
W.H. Auden - La verità, vi prego, sull’ amore
 
 
Esiste nel nostro immaginario collettivo questa cosa chiamata “amore”.
Dire che esiste è riduttivo, persino, visto che in effetti domina il nostro immaginario di esseri umani. Non oso nemmeno digitare la parola “amore” su Google, ho paura che mi esploda il computer.
Ma a questo strabordante ruolo nell’ immaginazione collettiva corrisponde poi una qualche realtà oggettiva, un’ esistenza reale ?
Di cosa parliamo quando parliamo d’ amore ?
 
Restringiamo il campo.
Parliamo di amore come sentimento che intercorre fra due persone.
Restringiamo ancora.
Parliamo di amore fra due persone non consanguinee.
Niente amore fraterno, filiale, ecc. 
L’ amore classico fra due persone, quello che fa seguito al classico “colpo di fulmine”.
Che, per inciso, già detto così fa venire voglia di correre a mettersi al riparo, nascondersi in cantina. Il fulmine, intendo.
Come la definiamo allora questa cosa ?
 
Posso pensare che l’ amore sia quel sentimento che ci porta a considerare una particolare persona come “speciale”, diversa e superiore ad ogni altra, inclusi se stessi ?
 
 
"Cos'è dunque amare ?
Nella massa di esseri umani eleggerne uno e gettare gli altri nella Gehenna.
Già questo contraddice l' idea di universalità in cui ci ritroviamo.
"Amare" è questo infame delitto: amare un individuo.
Nello stesso tempo, è come se condannassimo gli altri all' inesistenza."
 
Manlio Sgalambro (chi altri ?)
 
È cinico un bel po’, Sgalambro, che invece poi ha scritto con Battiato una delle più belle canzoni d’ amore moderne, “La Cura”.
Pare goderci un mondo a proporsi intenzionalmente in modo sgradevole, un tipo di civetteria del tutto particolare, ma non insolita.
Però se invece di scrollare le spalle proviamo a rispondergli, ci accorgiamo che non è poi tanto facile.
Un sentimento che ci porta a considerare una persona come superiore ad ogni altra, inclusi noi stessi non pare un sentimento molto ragionevole, nel mondo naturale, ed un individuo che sviluppi questa predisposizione non pare destinato ad avere un grande successo evolutivo.
Istinto di sopravvivenza, non è forse questo quello che serve ?
Assicurarsi il successo evolutivo mediante una discendenza abbondante sembra richiedere piuttosto dosi robuste di egoismo, questa pare una considerazione ben condivisa.
Eppure, di innamorarsi accade.
E se accade alla generalità di noi, la cosa non può essere un puro accidente evolutivo, un relitto   evoluzionistico atrofizzato, un errore casuale, uno scherzo o darwiniana stramberia.
Una funzione ce la deve pure avere questa cosa, e magari pure importante.
Sembra a prima vista una condizione alquanto affine all’ altruismo, un altruismo stravagante e d estremo, ma l’ altruismo non è poi così misterioso, si riesce a spiegare abbastanza bene.
E dunque ?
 
Ora, assicurasi la discendenza, scarsa o abbondante che sia, da soli proprio non si può, ed anche l’ individuo più asociale è costretto per questa incombenza a cercare la collaborazione di un’ altra persona. Alla quale dovrà prima o poi mostrarsi nudo, in tutti i sensi.
E allora, chissà che non abbia un senso evolutivo ben preciso questo temporaneo offuscamento della ragione di cui parla Sgalambro, che ci spinge a vedere una determinata persona in modo così diverso da tutte le altre, percepirla come più importante di chiunque altro, più ancora di sé stessi. A tal punto da essere ben disposti a sacrificare il proprio benessere, a dimenticare i propri interessi, a comportarsi in modo assolutamente stupido con l’ idea di assicurare un maggior benessere, o percepire una maggiore felicità in quella persona, o semplicemente strapparle un sorriso.
Un offuscamento temporaneo della ragione, dunque. Temporaneo.
 
Questa sindrome infatti non dura in eterno.
È una condizione transitoria di abbassamento delle difese, un’ apertura nemmeno troppo consapevole della propria intimità, un desiderio che questa intimità venga violata, e che a violarla sia proprio quella persona e non un’ altra.
 
Non c’è merito in tutto questo, né dalla parte di chi ama né tanto meno dalla parte di chi è amato.
Non si ama una persona per i suoi meriti, per quello che dà o per quello che fa. Si può voler bene per questo, essere riconoscenti, ma non amare.
Si ama una persona per quello che è, punto e basta.
I suoi eventuali meriti o demeriti sono irrilevanti nel momento in cui viene eletta ad oggetto d’ amore. Anzi.
 
 
“Amor che a nullo amato amar perdona…”
 
Dante – Divina Commedia, Canto V
 
Proviamo per un momento a guardare la faccenda dall’ altra parte, dalla parte del destinatario, dell’ amato o amata che sia.
Coma prende la cosa ?
Magari se ne frega, magari si disinteressa, si allontana.
Magari invece no.
Magari si avvicina, si incuriosisce, resta preso.
Ama a sua volta.
In quest’ ultimo caso non c’è scampo.
L’ Amore non perdona chi, amato, si metta a riamare a sua volta. Non gli dà scampo. Lo dice anche il Poeta.
L’ offuscamento della ragione diventa condiviso, si entra nel delirio. Nove settimane e mezza. Di più. Di meno. Non esiste nient’ altro.
Ogni distacco pare insopportabile, il senso di mancanza è soverchiante.
È la mancanza la cifra dell’ amore ? Certo, si pensa solo a quello.
I ricordi più belli di ogni esistenza individuale sono di solito legati a questa follia, a questa esperienza travolgente. La sensazione di abbandonarsi alle forze della natura, trasportati senza sforzo dalla marea, in equilibrio sull’ onda più alta come surfers dell’ infinito.
Vivere pienamente come non si credeva fosse possibile.
Le cose più insignificanti del mondo, un panino, una lunga attesa alla fermata del tram, un giro al supermercato, qualsiasi cosa sta per qualcos’ altro, e questo qualcos’ altro appare persino soprannaturale.
Non c’è scampo.
Amor che a nullo amato amar perdona.
Dura finchè dura. Settimane. Mesi. Persino un anno.
Ma non per sempre. Non per sempre.
 
 
“Pensate a questo: se Laura fosse stata la moglie di Petrarca, egli avrebbe scritto sonetti per tutta la vita ?”
 
Lord Byron – Don Giovanni.
 
 
E così il principe sposò la principessa, e vissero per sempre felici e contenti.
Come sarebbe a dire ?
La frettolosa ed imbarazzata conclusione di tutte le fiabe tradisce la consapevolezza che la domanda di Byron ha una sola possibile risposta.
 
Una reazione chimica crea un precipitato, questo prima o poi si deposita sul fondo della provetta.
La torbidità decanta, la tempesta si placa, la visibilità torna, nitida e netta. Che cosa vedremo ?
Dipende.
Il temporaneo offuscamento della ragione aveva un fine preciso: consentire ai due reagenti di mescolarsi ben bene, rimuovendo qualsiasi parete di separazione, qualsiasi mezzo interposto.
Fusione calda.
Una reazione chimica trasforma i reagenti in un prodotto nuovo e diverso. A + B = C. 
Non è più A, non è più B. è una sostanza nuova che prima non c’ era, con proprietà diverse da ciascuno dei reagenti.
È un “noi”. A + B = C. Io + te = noi.
“Noi” è un modo nuovo e diverso di pensare, un modo sorprendente che prima non c’ era.
Un modo di porsi di fronte al mondo ed un modo di porsi di fronte a se stessi.
Il futuro è condiviso, adesso, i progetti riguardano la coppia. Non si progetta più per sé.
 
Non è affatto detto che questo accada, sia chiaro, non è detto che i reagenti reagiscano, potrebbero ritrovarsi intatti, ancorché esausti, sul fondo della provetta.
In ogni caso, il risultato del dissolversi della tempesta, il risultato del placarsi degli animi è una visione di nuovo nitida e chiara.
Si vede bene.
E si vede l’ altro, di nuovo o per la prima volta, come esso è in realtà. Diverso da come lo si vedeva nel cuore della tempesta.
Non è diverso l’ oggetto della visione, è diverso lo sguardo, adesso realistico, disincantato. Cioè senza più l’ incanto. Senza l’ effetto dell’ incantesimo.
 
Ma come abbiamo potuto sbagliarci così ? Ma come abbiamo potuto prendere un simile abbaglio ?
Eravamo, per l’ appunto abbagliati. La luce era troppo violenta. Adesso non lo è più, tutto qui.
Succede da entrambe le parti, o più spesso da una parte sola. Questa è la fase più penosa.
Uno si allontana, l’ altro lo percepisce, insegue, cerca di riguadagnare il terreno perduto.
 Non capisce che cosa è cambiato, non capisce dove ha sbagliato. Non ha sbagliato. Eppure.
Cerca allora di fare di più, per recuperare ciò che gli pare essergli stato tolto ingiustamente.
Ma in queste cose la colpa non c’ entra ed il merito nemmeno, questo già lo sappiamo.
Ed il fare di più può solo peggiorare la situazione.
Dall’ indifferenza al fastidio il passo è molto breve.
Non è giusto. Certo che non lo è. Ma chi l’ ha mai detto che il mondo è giusto ?
 
Le cose non esplodono,
si affievoliscono, sbiadiscono,
come il sole sbiadisce dalla carne,
come si esaurisce rapida la schiuma nella sabbia,
perfino il lampo fulmineo dell'amore
non ha un esito tonante…
 
Derek Walcott – Epiloghi
 
Si, va bene.
Ma qualche volta le cose possono pure andare per il verso giusto, no ?
La reazione chimica magari avviene, il composto si forma, il precipitato precipita.
Le due individualità danno luogo ad un “noi”, la storia non finisce lì.
Può darsi di sì.
Ma la storia non finisce nemmeno dopo. Ma la storia non finisce mai. L’ identità comune non è data una volta per tutte. Ha bisogno di alimentarsi. Ha bisogno di un progetto, di un posto dove andare, di qualcosa da realizzare insieme. Non può fermarsi, non deve fermarsi.
Serve una fantasia comune, da portare avanti senza battere la fiacca, senza tirare i remi in barca, come compagni di strada, compagni di gara, compagni di fatica. Senza risparmiarsi, senza fare un po’ meno se l’ altro fa un po’ di più. Serve una fantasia comune.
 
È possibile che questo succeda. È più probabile che non succeda.
Ma questa è un’ altra storia.
 
“Sentivo il mio cuore battere. Sentivo il cuore di tutti.
Sentivo il rumore umano che facevamo là seduti, nessuno che si muoveva, nemmeno quando nella stanza calò il buio.”
 
Raymond Carver - Di cosa parliamo quando parliamo d’ amore ?
 
  

Postato da: melogrande a 14:55 | link | commenti (6)
riflessi, pensiero, inquietudini

mercoledì, 20 febbraio 2008
Pezzi del cuore

 
 “Vedemmo spegnersi l’ ultima brace del giorno,
e nel tremante verde-azzurro del cielo
una luna consunta come una conchiglia lavata
dalle acque del tempo, nel loro sollevarsi e ricadere
tra le stelle infrangendosi in giorni ed anni.”
 
W.B. Yeats – La maledizione di Adamo
 
 
Ci sono tutti, i pezzi del cuore ? Non ne manca nemmeno uno ?
Chi non ha mai perso un pezzo di cuore temo non capirà.
Ma è improbabile.
 
Tutto comincia con sottili incrinature, come quelle che appaiono sull’ intonaco di casa dopo un po’ di tempo che ci si vive. “Sono crepe di assestamento”, ti dicono, “non c’è da preoccuparsi”. Sarà.
Non è così, ed oscuramente lo si intuisce, ma si fa finta di crederci, alle interpretazioni degli esperti in materia.
Sono crepe impercettibili, in realtà, ci vuole un occhio acuto per accorgersi, gli altri nemmeno le noterebbero. Ma ci sono. Il fatto è che quella superficie compatta e liscia del cuore di prima adesso si presenta con delle linee irregolari come certi vasi antichi smaltati. Non che ci sia spazio, fra un pezzo e l’ altro, non ci passerebbe un dito e nemmeno un capello, ma quelle linee prima non c’ erano. È sicuro.
 
Allora si continua a girarsi per guardare da quella parte, a volte persino facendo finta di non guardare, non ci si vuole fissare su una cosa che non esiste, ma è giusto per rassicurarsi che davvero non esiste, è solo una crepa di assestamento, come dicevano gli esperti, e se è così non dovrebbe propagarsi né allargarsi. È giusto controllare, no ?
E più si osserva e più appare chiaro che la crepa invece si sta propagando e si sta allargando.
Panico.
Che fare ?
 
Non è facile abituarsi all’ idea che il proprio cuore sta per perdere un pezzo, non è facile proprio per niente. Ma se una montagna frana, frana, e continuare a guardare da quella parte non gli impedisce di farlo. E le faglie si aprono, e le valanghe si staccano. Senza chiedere il permesso a nessuno. Ciò che deve accadere accade.
Non resta che raddoppiare gli sforzi e dimezzare le pretese, e mettersi al servizio di quel pezzo che minaccia di staccarsi, e si capisce subito che si commette un grosso errore perché il rispetto fa parte della formula dell’ adesivo, e se quello si riduce i pezzi non staranno certo più attaccati di prima, tutt’ altro. Ma sapere che si sta commettendo un errore non impedisce di farlo. E la crepa si allarga ancora un po’ con uno scricchiolio sinistro.
 
Allora ci si concentra su quello che ancora tiene, si cerca di consolidarlo, gettando nuovi ponti e cime e cavi d’ ancoraggio e ponti tibetani, per fare in modo che la parte ancora attaccata abbia forza sufficiente per trattenere tutto.
Non ce l’ ha, naturalmente.
E con un senso di vuoto allo stomaco, con la vertigine, con il sapore metallico della paura in bocca ci si trova ad osservare, come al rallentatore, questo pezzo di cuore che si stacca e rotola via.
 
Come si fa a sostituire un pezzo del proprio cuore ?
Qui la risposta è semplice. Non si sostituisce. Non si può sostituire. Non ci sono in commercio i pezzi di ricambio. Punto e basta. Occorre andare avanti senza, sapendo che ciò che è andato perso non verrà sostituito. Il pezzo che manca mancherà per sempre.
 
Adesso la ferita è fresca.
Superato l’ iniziale stordimento che è anche un buon anestetico, la carne ferita adesso urla per il dolore, un urlo primordiale ed animale, un urlo che viene dalla pancia, che viene dalle braccia e dalle gambe e dagli occhi e dai capelli e da ogni piccola parte del tutto che rifiuta la diminuzione e la perdita.
Ridatemi il mio pezzo di cuore oppure prendetevi il resto e facciamola finita.
Facciamola finita ? Ormai è la fine ? Non c’è più futuro ? Macchè. Tutte storie.
Non è vero, naturalmente. non finisce proprio nulla, il mondo manco si è accorto di questa immane perdita, l’ immenso individuale è un nonnulla universale, una contraddizione fra le tante della condizione umana.
Domani, col cuore mutilato occorrerà alzarsi come tutti i giorni, prepararsi, affrontare gli impegni, comportarsi da professionisti perché non si può immaginare un professionista sopraffatto dall’ emozione, con le lacrime agli occhi, il sapore salato in bocca ed il nodo alla gola, e poi agli uomini non è consentito piangere per nessun motivo, figuriamoci poi nell’ espletamento delle proprie funzioni professionali. Nemmeno a pensarci. Occorre aspettare di essere fuori, da soli, per poter non combattere più per il controllo, almeno per un po’.
 
Piano piano sulle ferite si forma la crosta, e poi la pelle si rimargina anche sulle ferite più brutte, anche sul moncherino di una mano amputata. Ma la mano di sicuro non ricresce, ed il cuore neppure.
Il dolore col tempo cambia natura, diventa come un rumore di fondo, un basso continuo che si avverte solo se ci si concentra, accompagna giorni grigi e bui, e non importa se c’è il sole, anzi importa ed è peggio perché è il sole del deserto, che batte spietato, desolato, impedisce la vita. Sole per gli altri, forse.
Si va avanti lo stesso, abituandosi al pezzo in meno. Non si guarda più da quella parte, come dopo l’ estrazione di un dente capita ad un certo punto che la lingua smetta di allungarsi verso il vuoto del dente estratto, ed impara a non farci caso, a non sentire più l’ effetto di quella cavità.
Però il dente non ricresce ed il buco rimane. La presenza di un’ assenza. Tutt’ al più ci si può mettere un dente finto, sapendo che è finto. Giusto per tappare il buco.
 
A volte capita persino di vederlo, quel pezzo di cuore staccato, per caso o per scelta, perché si vuole o perché non si vuole evitarlo, per curiosità, per desiderio o per non passare per vigliacchi.
L’ incontro di un attimo riaccende la mancanza, il pezzo è lì, riconoscibile ma non più nostro, forse di altri, forse di nessuno.
 
La malinconia ha il sapore della frutta secca e delle mele con la cannella.

Postato da: melogrande a 15:23 | link | commenti (8)
riflessi, ricordi, maturità

mercoledì, 13 febbraio 2008
Rovi scuri

 L' immagine è della Poetessa Rossa... Grazie : )
 
I rovi scuri sul sentiero invaso
sembrava difendessero un segreto,
come la deviazione più nascosta.
La neve col suo moto browniano
non era una minaccia, era promessa.
Promessa di bellezza e intimità,
promessa condivisa e solitaria.

Postato da: melogrande a 13:18 | link | commenti (11)
inquietudini, autopoesie, diramazioni

venerdì, 08 febbraio 2008
Occidente, Occidente 2

Riprendo un discorso iniziato un po' di tempo fa.
I Greci non avevano una vera e propria religione.
Avevano piuttosto un corpus di miti, ognuno dei quali declinato in infinite varianti, che servivano un po’ da modelli. Modelli di pensiero, modelli di comportamento, modelli di sentire.
Gli dei della antichità classica sono immortali ed hanno gli ultrapoteri. A parte questo, non sono affatto onnipotenti, non più di quanto lo siano i supereroi Marvel. Anzi.
Ogni dio soffre e si lamenta degli sgarbi e dei torti che gli altri dei a suo dire gli arrecano, in una contesa perenne a volte persino meschina ed un po’ ridicola.
Nessuno degli dei classici ha creato il mondo, anzi esistono miti che al contrario raccontano la nascita degli dei in un mondo che già esisteva, a generazioni successive.
E. soprattutto, gli dei classici sono ben lontani dall’ essere esempi di perfezione morale.
Al contrario, nessuna devianza o difetto del carattere umano manca del suo corrispettivo, estrapolato ed ingigantito, nelle divinità olimpiche.
Questi dei sono arroganti, iracondi, non esitano a mentire, imbrogliare, tradire. Sono lussuriosi e libidinosi fino all’ estremo, sia i maschi che le femmine, soprattutto i primi non arretrano di fronte allo stupro quando si tratta di realizzare un desiderio, ancorché passeggero.
 
Sono divinità da temere più che da adorare, ma al tempo stesso e soprattutto sono immagine realistica e fedele dell’ umanità, del vero carattere dell’ uomo, con le sue incazzature e paturnie, con le sue libidini ed antipatie, con i suoi irragionevoli sbalzi d’ umore.
Sono dei UMANI, perdio.
Una commedia umana portata nel mondo dei supereroi Marvel, per così dire.
Li si onorava con le feste.
Li si blandiva coi sacrifici.
Gli si dedicavano templi.
Ma è difficile sostenere che li si “adorasse” nel significato che diamo noi a questa parola. La religione come la intendiamo noi non esisteva. Il dio poteva sì entrare dentro l’ individuo, un fenomeno chiamato propriamente “entusiasmo”, ma questa invasione del dio, questa possessione come la chiameremmo noi, rendeva l’ uomo folle ed irresponsabile, capace di ogni eccesso, in qualche misura affetto da temporanea infermità mentale, incapace di intendere e volere.
Basti ricordare le Baccanti, preda dell’ entusiasmo dionisiaco, capaci di fare a pezzi chiunque si presentasse sul loro cammino, non esclusi i loro stessi figli come ci racconta Euripide.
Insomma, la “religione” dei Greci attiene più alla psicologia – o alla psicopatologia – che alla teologia.
Una specie di inconscio collettivo in cui, qualunque fossero le circostanze della vita, il greco antico riusciva ad attingere, trovando riflessa come in uno specchio la propria vicenda umana.
Se anche gli dei sono così, vuol dire che dopotutto la tua sventura è un fatto universale, questo sembra essere il messaggio.
 
Che “fede”si può avere in divinità del genere ?
Una fede molto limitata, è chiaro.
Si impara ad onorare i visitatori e tutti gli stranieri, sotto le cui fattezze potrebbe nascondersi un dio, che è sempre consigliabile non fare arrabbiare.
Ma non c’è nessuna promessa di vita eterna.
Chi muore, muore, una volta e per sempre.
Le anime dell’ Ade, lo vediamo bene nell’ Odissea, non sono le anime dell’ oltretomba dantesco. Tutt’ altro.
Sono piuttosto simili a zombie, sono precisamente ombre prive di coscienza, con le quali Odisseo riesce a parlare soltanto dopo che esse hanno bevuto il sangue sacrificale, e solamente per breve tempo prima di sprofondare nuovamente nell’ oblio.
Non c’è futuro nell’ Aldilà, non c’è salvezza, né dannazione, ma soltanto il nulla eterno di una vita sospesa, senza coscienza e senza redenzione.
È in questo mondo che bisogna giocare tutte le proprie carte, cercando di vivere intensamente, di godere dei doni della vita, cercando la bellezza e la pienezza dell’ esistenza, cercando la virtù e l’ eccellenza.
 
Già, l’ eccellenza.
Perché a questa contingenza disperata si sfugge in un modo soltanto: realizzando imprese eroiche, militari, sportive, artistiche o letterarie, eccellendo comunque, in modo da conquistarsi l’ ammirazione degli altri ed il loro ricordo.
Solo così si sopravvive, nel ricordo dei posteri e nella loro ammirazione.
Un’ immortalità di riflesso, che non sposta di una virgola la condizione esistenziale dell’ individuo.
La morte è inevitabile, necessaria e senza rimedio. Punto e basta.
Ma questa morte non è dopotutto “cattiva”, non è una punizione.
È un dato di fatto, alla base della catena stessa dell’ essere. È piuttosto un dato del problema.
Esistiamo in funzione della distruzione di molte vite precedenti, e la nostra stessa distruzione è necessaria alla perpetuazione del ciclo.
 
Com’ è la stirpe delle foglie, così quella degli uomini.
Le foglie il vento le riversa per terra, e altre la selva
Fiorendo ne genera, quando torna la primavera.
Così le stirpi degli uomini, una cresce e l’ altra declina.
 
Omero, Iliade, Libro VI, vv 146-149
 
Alla base di tutto c’è la Necessità, quella legge suprema alla quale anche gli dei devono obbedire. La Necessità è la realtà suprema, la Natura matrigna ed indifferente alla sorte di uomini e dei.
Questo sistema di valori, che condanna l’uomo al suo destino mortale e contingente, costituisce al tempo stesso un fattore potentissimo di motivazione verso l’ immanenza. Obbliga ad apprezzare la vita.
Abbiamo quest’ unica chance, una sola fiche da giocare sul tavolo verde della fortuna, soggetto per di più al capriccio del Fato. Ma nonostante tutto, questa chance va giocata, fino in fondo, al meglio delle nostre capacità.
Perché nonostante tutto è possibile vincere la mano, è possibile costruire qualcosa che non sarà travolto dalla marea, è possibile raggiungere l’ eccellenza, diventare un modello ed un punto di riferimento per gli altri, lasciare un segno che rimarrà nella memoria, che non sarà dimenticato.
 
Solo in quest’ ottica ha senso e ruolo l’ etica, nell’ ottica di educare alla costruzione di un’ eccellenza destinata a sopravviverci e renderci immortali nel ricordo.
 
In questo sforzo di eccellenza, alcuni greci si spinsero oltre i confini del mito, alla ricerca della Verità, addirittura, di una verità assoluta in grado di imporsi con la sua luce purissima.
Erano i primi filosofi.
 
La tradizione giudaico cristiana non potrebbe essere più diversa.
All’ inizio di tutto pone un unico Dio, creatore e signore del cielo e della terra, creatore e signore anche dell’ uomo. Al quale uomo, tuttavia, Dio ha concesso uno statuto speciale e particolarissimo: quello di essere stato fatto ad immagine e somiglianza del Creatore, e di essere dotato di un’ anima immortale.
L’ Uomo è nulla, un fragile frammento al cospetto di Dio, ma al tempo stesso Dio gli conferisce uno status speciale, un’ autorità altrettanto assoluta sul resto del Creato.
Adamo dà un nome a tutte le cose, animate ed inanimate e con questo atto, con il potere della parola, con il nominare, diventa il signore di tutto il creato.
La natura è opera di Dio, e da Lui viene posta al servizio dell’ Uomo. Che su di essa può esercitare il suo potere.
L’ uomo è mortale e tale resta, ma non è questa la sua natura originaria.
Egli infatti fu creato immortale e collocato nel giardino dell’ Eden, da cui fu cacciato per la sua colpa nei confronti del Dio creatore.
 
La morte ed il dolore sono dunque punizioni, non dati di fatto, ed il nostro transito terrestre ha il significato di un’ espiazione, il cui scopo finale è quello di redimerci e renderci degni della vita eterna.
La vita è un castigo, e la nostra condotta morale il solo lasciapassare di cui disponiamo per conquistarci il favore di Dio.
Le nostre vicende terrestri lasciano il tempo che trovano, il nostro ruolo nel mondo è quello di conquistare la vita eterna nell’ aldilà.
Non si potrebbe immaginare una frattura più netta.
Il punto focale si sposta da questa vita alla prossima, quella dopo la morte, l’ interesse per la natura è un interesse più di dominio che di conoscenza, ed i valori classici di Verità e Bellezza vengono spodestati dal valore sommo del Bene, la Bellezza soprattutto guardata con sospetto come valore ambiguo e pericoloso.
La sottomissione a Dio è importante, ben più che l’ eccellenza nella virtù umana, a meno che questa eccellenza non venga profusa a servizio e maggior gloria di Dio stesso
 
Questa frattura non si è mai sanata.
In tutta la storia dell’ Occidente si vede questa oscillazione periodica fra i valori classici di attenzione per la natura e la realtà, del desiderio di pienezza e di autorealizzazione, ed il valore della sottomissione, della rinuncia e della fede nell’ aldilà.

Postato da: melogrande a 10:14 | link | commenti (6)
riflessi, ellenismi, idee, pensiero, umanesimo

sabato, 02 febbraio 2008
Sistole e diastole

Oggi giornata di gloria...

Ho infatti nuovamente il piacere di essere ospite di Ibridamenti che mette online questo mio breve testo con una fin troppo generosa introduzione di Barbara34

Sistole dal gr. Systolé, contrazione e questo da systello, contraggo, stringo insieme, composto dalla particella sy-n, con, insieme e stello colloco, dispongo, assetto. Contrazione del cuore e delle arterie per dare la spinta al sangue verso tutte le parti del corpo: contraria ed alterna alla Diastole

 

Diastole dal gr. Diastolé dilatazione e questo da Diastello apro e propr. disgiungo, comp. della particella dià (=lat. Dis) che indica divisione e stello colloco, pongo. Dilatazione del cuore o delle arterie nel moomento che il sangue penetra nelle loro cavità.

 

Aperture e chiusure sono sistole e diastole, oscillazioni dell’ essere, un estroflettersi ed introiettarsi.

Chiudersi per rifiatare. Ma il chiudersi indebolisce. Impoverisce.

Gli stimoli sono fuori, sono offline.

Lì bisogna andarli a cercare. E allora espandersi. Cercare fuori. Estroflettersi. .Riflettere e riflettersi, farsi specchio di altri che sono nostri specchi. Non ci sono isole.

L’ inchiostro si secca, la canna non pensa, non ci sono buchi da tappare.

E allora una contrazione sistolica, una stretta al cuore ci scaraventa fuori nudi per la strada, in cerca di inquietudine.

Allargarsi a raggiera come un’ espansione cosmica, un palloncino che si gonfia, la cui parete diventa sottile, sempre più sottile, quasi trasparente.

Ma espandersi stanca, disperde energie. Il moto rallenta.

La massima espansione pretende il suo ritorno, l’ inspirazione detta le condizioni della successiva espirazione, la sistole anticipa una diastole.

Espansione.

Contrazione.

Respiro.

Battaglia fra online ed offline.

Portare dentro ciò che stava fuori.

Trattenerlo, raffinarlo. Distillarlo con procedimenti alchemici. Un grammo da una tonnellata. Lavoro paziente, intenso, certosino.

Si filtra il distillato, si trattiene il nutrimento, combustibile per l’ espansione.

Va in pelle, ossa, sensi. Fertilizza.

 

Moto perpetuo, almeno per un po’.

Postato da: melogrande a 19:59 | link | commenti (11)
riflessi, inquietudini, etimi, ibridamenti, diramazioni

Cento per cento

Questo è il mio blog.
È nato il 7/7/07. Un appassionato di numerologia ci andrebbe a nozze, tre volte sette che fa ventuno, e due più uno fa di nuovo tre. Io nemmeno me ne ero accorto.
 
Al mio blog voglio bene.
È sincero, al cento per cento.
Ci scrivo quello che penso, e ci penso prima di scriverlo. La maggior parte dei post rimangono in quarantena per un po’, poi li rileggo e decido se pubblicarli o no. Non c’è attualità, in questo posto, perché sull’ attualità è difficile pensare. La reazione è sempre emotiva, istintiva, di pelle. Io invece vorrei che questa fosse un’ isola un po’ fuori dal tempo, un posto tranquillo dove ci si può aggirare senza fretta, aprendo una pagina qualsiasi, leggendo un post qualsiasi, senza guardare la data, senza sentirlo “scaduto”. Ogni tanto qualcuno lascia un commento a qualcosa che ho scritto due o tre mesi fa. Ecco, quella è proprio una bella sensazione.
 
Questo blog è farina del mio sacco, al cento per cento.
Pregi e difetti sono tutti miei. Le parole sono mie, riflessioni, racconti, pseudopoesie. Niente di che. Ma è roba mia, le poche citazioni sono segnalate. Anche la maggior parte delle immagini è mia, fotografate o dipinte, queste ultime di solito dipinte a partire da una foto a sua volta scattata da me. Farina del mio sacco doppia, noterebbe il numerologo, farina doppio zero, potrebbe commentare un maligno. Non importa.
 
Questo blog è parte di me. Non è me. Non mi contiene per intero, io invece lo contengo.
È mio al cento per cento.
 
Cento per cento fa diecimila.
Diecimila visite.
10.000 !
Chi se lo immaginava.
Grazie, viandanti.

Postato da: melogrande a 14:33 | link | commenti (6)
auguri



 
 
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