Camogli ha la spiaggia coi sassi.
Detta così non sembra una gran scoperta, e neppure una grande trovata per un post.
Però bisogna vederli, i sassi di Camogli, prima di giudicare, che quelli non sono sassi normali come se ne trovano sulle spiagge normali.
I sassi di Camogli sono l’ idea platonica dei sassi, per così dire.
L’ archetipo del sasso di Camogli è grigio, quel grigio che corrisponde all’ archetipo del grigio, al grigio come si immagina quando si dice la parola “grigio”, il grigio non troppo chiaro e non troppo scuro, il grigio medio, e del resto come volete che sia il grigio ideale, estremo, forse ? No, medio, appunto.
Ma il sasso di Camogli ha le venature bianche, e queste venature fanno la differenza, perché una roccia grigia farcita finemente di bianco può creare un mondo quando il mare prima la frantuma e dopo con infinita ostinata pazienza la liscia.
A seconda di come il frammento viene spezzato e poi lisciato, smussato, arrotondato, secondo quali piani sghembi viene frammentato, secondo quale capriccio necessario viene levigato, la venatura non si limita a semplice strato di farcitura ma si sfinisce di capricci dando origine ad anelli, ellissi, cerchi perfetti, sinusoidi, linee capricciose, sottili oppure spesse , curve che s’ intersecano ed altre invece no, e poi cuori e nodi frecce e spade a secondo della propensione fantastica ed onirica dell’ osservatore, riccioli e code e personaggi immaginari.
Ogni ciottolo inizia una nuova fantasia, fa partire un’ immagine, l’ occhio segue, accompagna, rincorre sul lato opposto, si districa fra gli snodi, riprende il filo dopo ogni incrocio, lo conclude al punto di partenza se lo trova, oppure resta appeso, immagina una possibile conclusione, una chiusura, una figura congrua e compiuta che la natura non sarebbe tenuta a dare, se vogliamo.
Ipnotizzano, incantano, i sassi di Camogli, come le fiamme che danzano nel camino, è impossibile staccarsene, l’ immaginazione è già saltata al prossimo.
Sassi ipnotici, sassi onirici, sassi immaginativi e stimolanti.
Così suggestivi che il gioielliere che ha la bottega nel passaggio verso il porto ha pensato bene di farne gioielli, li incastona come fossero pietre dure in forma di monili, ciondoli ed orecchini, i sassi piccoli s’ intende, ma li tratta con rispetto, quasi fossero turchesi, occhi di tigre o malachiti, invece sono sassi, ma il confronto regge, il sasso di Camogli quanto a venature non indietreggia di un passo.
Che cos’è una pietra se non uno scarto dell’ immaginazione ?
E così ne ho rubati una manciata anch’ io, una volta, e li ho portati a casa.
Come vi piacerebbe essere ?, gli ho chiesto, e li ho dipinti, sì, dipinti, che se mi legge un camogliese m’ ammazza, ma li ho dipinti con rispetto, mi affretto a precisare, alcuni li ho solo lucidati come se fossero bagnati dalla risacca, altri invece li ho colorati con vernici trasparenti che non nascondessero farciture e venature, né tradissero l’ anima del sasso.
Coi loro riflessi acquisiti rossi, verdi e blu li ho raccolti in una boccia di cristallo, e stanno ancora lì, mi osservano e scrutano, impassibili, che ancora non lo so se mi biasimano per quello che gli ho fatto o sotto sotto se la ridono contenti come bambini in maschera.
Biasimano ? Ridono ? Ma che sto dicendo ? E che sono, vivi, sti sassi ?
Hanno forse gli occhi per vedersi ?
Gli occhi forse, no, lo ammetto.
Ma l’ anima sì.
Quelli di Camogli sono sassi con l’ anima.
Ci sono più cose fra il cielo e la terra, Orazio, che non ne sogni la tua filosofia.
Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Eccetera.
Non diventiamo teatrali, adesso.
Se ci fosse un dio dei sassi dovrebbe essere Saturno, il dio della vecchiezza e della prevedibilità, il dio delle cose solide e inamovibili, il dio reazionario e conservatore della buona vecchia tradizione.
Ma Saturno può essere al massimo il dio dei sassi comuni.
I sassi di Camogli sono diversi.
Hanno le venature bianche, che non sono cosa da vecchi. Sono originali, imprevedibili, sorprendono, sconcertano, incantano.
Un vecchio che contiene in sè un bambino, questo simboleggia il sasso di Camogli.
E che volete di più da un sasso ?
Ma c’è di più in Camogli…

Sbaglierebbe chi riducesse Camogli ai suoi sassi, parte per il tutto, sineddoche dicono color che sanno, come chi dice una “penna” del Corriere per indicare chi la penna la tiene in mano, ammesso che non usi ormai il computer.
E’ una fantasia completa di vita, Camogli, è un modello utopico. Quindi irrealizzabile su scala generale, d’ accordo.
Ma le utopie fanno bene comunque, danno una direzione al navigante, come la stella polare che se pure il navigante sa di non arrivarci mai, pur sempre in quella direzione muove, e se non ci fosse la stella polare non saprebbe da che parte andare.
L’ utopia prevede il litorale senza auto, e scusate se è poco come modello di vita, futuro remoto magari, ma potenzialità a cui non possiamo, né dobbiamo, rinunciare, prima o poi lo si capirà.
E prevede la focaccia lungo la passeggiata, che già dal nome, fugazza, suggerisce l’ idea di un’ evasione beffarda alla faccia della produttività.
Una fugazza, mi faccio questa domenica, altro che storie. Sentite come suona liberatorio ?
Mentre la semplice focaccia, ahimè, ha dentro il fuoco del focolare, che non è tanto esotico né fugace, perdonatemela questa…
L’ utopia prevede pure la chiesa con il campanile, e non sarebbe un’ originalità se questo non fosse un campanile particolarmente cocciuto, che non si rassegna al XXI° secolo, e continua imperterrito a battere non solo le ore come qualsiasi campanile di un qualsiasi paese che voglia assumere un tono un po’ retrò, no, e nemmeno semplicemente ci aggiunge le mezz’ore, eccentricità in fondo perdonabile, nemmeno.
Lui suona i quarti d’ ora.
Ostinato, metodico, ci mette il tempo che ci vuole, all’ una meno un quarto lui batte dodici rintocchi grandi e tre piccoli, coerente con sé stesso come ce n’è rimasti pochi oggi, e non parlo solo di orologi e campanili.
L’ utopia prevede poi un passaggio che gira dietro la chiesa, sulla piazza del porticciolo, e su quella piazza una legatoria ci vuole, lo so che non molti condivideranno, ma per chi solamente in viaggio sa scrivere, sugli aerei, nelle sale d’ attesa, nelle camere d’ albergo e nelle baracche di cantiere, avere un appropriato taccuino appresso è basilare, né grosso né piccolo, di carta abbastanza buona da non far fatica.
Scrivere è un piacere, e senza un quaderno il piacere un po’ si guasta.
Insomma, l’ utopia è mia e ci metto quello che voglio. La legatoria, allora, anche se di Camogli propriamente non sono, i proprietari. Ma, del resto, nemmeno io, e poi un’ utopia è un luogo della mente, no ?
Essa utopia non può che proseguire con la passeggiata verso il molo, passando davanti a botteghe di pittori, che uno dice, sei già fortunato a vivere dentro un sogno e ti permetti pure di essere artista, certo che il padreterno non ha distribuito tanto equamente, un po’ come a spargere il parmigiano con le mani, dove ne cade troppo e dove poco.
Rimuginando questo genere di pensieri si arriva all’ ultimo bar, quello coi tavoli rettangolari disposti lungo il molo, sede di un’ interessante conversazione, anni fa, col barman del locale stesso, soggetto inevitabile, proprio il Long Island Iced Tea. Il barman sosteneva averne appreso i segreti direttamente alla fonte nel locale americano dove il mitico long drink fu concepito. Non avendo elementi a favore né contro riporto tal quale aggiungendo che la qualità era convincente.
L’ utopia però non può che avere sviluppo circolare ad anello compiuto, e pertanto è necessario a questo punto risalire verso l’ inizio del paese ripercorrendo a ritroso il lungomare, augurandosi di trovare aperta, accanto al negozio del commercio equo e solidale, la piccola libreria del borgo. L’ augurio è necessario perché non v’è certezza, quello apre e chiude con una certa flessibilità elastica, diciamo, ma se è aperta, è uno spettacolo. Quasi ci si convince che ai proprietari spiaccia separarsi dai loro libri, eventualità contro cui si premuniscono infarcendo la libreria di tomi filosofici, disquisizioni teologiche, romanzi di autori inauditi e trattati di musicologia. Accompagnandoli con una piccola e selezionata offerta di CD musicali, canti gregoriani e cantautori finnici per lo più.
Trattandosi di libreria affacciata sul lungomare, c’è da immaginare il vacanziero che si avvia verso la spiaggia infuocata reggendo sotto il braccio “Essere e Tempo” di Heidegger nella nuova edizione rilegata piuttosto che i Prolegomeni kantiani sui quali fare conversazione coi vicini d’ ombrellone ?
Ecco, proprio su questo contano i proprietari, credo.
E quasi a farglielo apposta, io qualcosa compro sempre, tiè.
L’ utopia tramonta, col sole e l’ Occidente, ed il triplice evento va celebrato in modo degno, seduti a in un ristorante sul mare. Non il solito ristorante con vista mare come si trovano in tutti i posti di mare. Sarebbe troppo facile. Un ristorante a mensola, piuttosto, sospeso a strapiombo sulla spiaggia sottostante così che il commensale si trova sospeso sul vuoto e la spiaggia non la vede, vede il mare come se fosse sulla prua della nave, l’ immaginario collettivo rovinato dal Titanic, vede il mare e gabbiani che sfrecciano accanto, sopra, di fianco e persino sotto, tuffandosi sotto il pavimento della sala per ricomparire incolumi dalla parte opposta.
A questo punto la sensazione del piroscafo sfuma in quella di un aerostato.
Ed intanto il sole tramonta sulla nostra utopia, ritagliando in rilievo il Monte di Portofino, laddove si può arrivare domani se non si è ancora sazi di sogni, col traghetto vero questa volta e non simulato dal ristorante, oppure semplicemente mettendosi in cammino di buon ora e di buon passo, se si hanno le gambe buone.
Parlando di libri onesti, mi è parso di cogliere lo stesso atteggiamento, un difficile, esaltante patto di fedeltà alla verità senza compromessi nel libro di Vito Mancuso “L’ anima ed il suo destino”.
L' autore presenta il suo programma di lavoro molto chiaramente nelle prime pagine del libro:
“l’ interlocutore principale di queste pagine è la coscienza laica”, intesa come coscienza “che cerca la verità per se stessa, non per appartenere ad un’ istituzione”.
Insomma, ricerca della verità alla luce della ragione. Nientemeno, verrebbe da dire.
Ora, fin qui non c’è niente di nuovo, molti uomini di Chiesa, incluso l’ attuale pontefice, sostengono che credere è una questione di ragione, e non di fede, salvo però concludere, quando la fede cozza contro l’ evidenza oggettiva e scientifica che è la scienza a dover fare un passo indietro.
Mancuso invece no.
Lui riconosce che “non si può pretendere dagli altri la razionalità e riservare a se stessi il diritto di appellarsi al mistero quando i conti non tornano”.
Prende dunque le mosse dalla affermazione di Tommaso d’ Aquino citata in fondo al libro, “le cose che sulla base della rivelazione divina si accettano per fede non possono quindi essere contrarie alla conoscenza naturale”, cioè, per usare le sue parole, “le affermazioni specialistiche della teologia non devono essere incompatibili con la scienza perché il mondo è uno e com’ è fatto lo sappiamo grazie alla scienza.”.
A differenza di altri, Mancuso non si limita a dirle, queste cose, le mette anche in pratica.
Rigorosamente e senza sconti per nessuno.
Le conseguenze sono devastanti.
Alla luce limpida della ragione, nel suo lucidissimo ragionamento molte contraddizioni della dottrina cattolica emergono nella loro enormità. Il Logos non guarda in faccia a nessuno.
Mancuso si trova a fare piazza pulita, nell’ordine (e forse qualcosa dimentico):
- del dogma dell’ anima insufflata direttamente da Dio all’ atto del concepimento
- del concetto di redenzione
- della resurrezione della carne
- del Giudizio Universale
- della dannazione eterna
Mi è difficile dire se ciò che resta è ancora definibile come dottrina cattolica; di sicuro in altri tempi le fiamme del rogo si sarebbero levate alte.
Resta una teoria dell’ anima che si può condividere o no (non riesco a condividerla), che può convincere o no (non riesce a convincermi) ma alla quale non si può negare coerenza, lucidità e perché no, fascino ed eleganza di pensiero.
Perché non riesco a condividere, né a convincermi ?
Mancuso sostiene (pag. 121 ) che: “la logica interiore della natura è l’ ordine, la relazione, l’ armonia. Nulla di romantico e di idilliaco, però. Si tratta di un’ armonia che talora si ottiene dal sangue degli innocenti., che scaturisce dalla lotta senza scrupoli per la sopravvivenza, che si costruisce su infinite e casuali disarmonie. L’ aumento dell’ ordine segnalato dalla presenza di una nuova specie si ottiene a spese del contemporaneo aumento del disordine prodotto dall’ estinzione di altre specie. (…) qualcosa che prima viveva ora deve morire per diventare il carburante di altra vita. La legge della morte e della risurrezione è iscritta nella stessa logica della vita.”
“Si tratta di un’ armonia che talora si ottiene dal sangue degli innocenti”.
Toglierei il “talora”.
Si tratta di un’ armonia che “sempre” si ottiene dal sangue degli innocenti, che si costruisce su infinite e “sistematiche” disarmonie, una legge della morte ma non della resurrezione, a me sembra, ed è proprio questo il punto.
L’ argomento non è marginale, in quanto proprio da questa tendenza intrinseca della natura all’ ordine Mancuso fa discendere la possibilità che l’ anima possa essere immortale, cioè la tesi principale della sua opera. (cfr pag 123 - Sulla base di questa tendenza all’ ordine io ritengo non sia implausibile pensare che l’ ultimo e il più perfetto degli stadi raggiunti dal cammino cosmico, cioè la vita morale e spirituale che a volte appare negli uomini, possa produrre un’ ulteriore forma di vita, in uno stadio superiore dell’ essere a noi ignoto, la quale dopo la morte del corpo continui a prescindere dal sostrato fisico che l’ ha prodotta.).
Poco più avanti, dalla stessa “logica dell’ ordine” l' autore fa discendere anche il senso morale (cfr pag. 135 – La medesima logica dell’ ordine e della simmetria che presiede il cammino dell’ energia nell’ universo, nell’ uomo trova la sua più alta manifestazione mediante il senso morale. La morale non piove dall’ alto, ma scaturisce dal basso, dalla logica della vita fisica, come domanda di compimento posta dalla stessa vita).
Si tratta dunque di un punto centrale nel suo ragionamento, e nello sviluppo intero del suo pensiero.
E però questo senso di ordine è nutrito, come spiega, del sangue degli innocenti, scaturisce dalla lotta senza scrupoli per la sopravvivenza. Si fonda sul massacro reciproco e sullo sgozzamento degli agnelli (cfr pag. 191 – Lo mostra anche la catena alimentare, che produce la vita solo mediante la morte di altri esseri viventi…Si tratta di necessità iscritta nella configurazione concreta della vita.).
Ma davvero un mondo così può essere il frutto dell’ atto creativo attribuibile in ultima analisi ad un Dio buono e giusto, un Dio d’ amore e misericordia ?
Mancuso ipotizza il tramite di un Principio Ordinatore impersonale, ma questo Principio Ordinatore procede comunque (non può che procedere) dall’ atto creativo iniziale di un Dio personale, per cui l’ argomento rimane valido. L’ autore peraltro lo afferma in modo chiaro ad esempio a pag. 279 dove esprime Dio come “sorgente personale dell’ impersonale Principio Ordinatore” del Cosmo.ed a pag 303: ”Dio agisce all’ interno della natura-physis solo mediante un impersonale Principio Ordinatore che procede da Lui”.
Mancuso precisa che non dobbiamo immaginare un Dio personale che guidi direttamente il mondo, scegliendo di volta in volta chi salvare e chi far perire. D’ accordo. Ma il meccanismo per cui questo mondo vive e procede verso un ordine sempre maggiore è pur sempre originato da questo Dio personale. Un Dio che può anche disinteressarsi del destino di ogni singola creatura (nel nome della libertà delle creature stesse, si argomenta), ma che faccio fatica a pensare non si sia neppure interessato alle regole iniziali da lui stesso assegnate al suo universo, quelle regole che hanno reso inevitabile e per così dire “fondativi” la sopraffazione ed il massacro.
Ma davvero non c’erano alternative ?
Ma davvero un Dio d’ amore non avrebbe potuto trovare un modo diverso e meno cruento per regolamentare i meccanismi evolutivi del mondo da lui creato ? Dovevamo per forza uccidere e cibarci di cadaveri per sopravvivere ?
Io non riesco a crederlo, e questo è un punto fondamentale.
La presa di coscienza rispetto a questo mondo sanguinario, la cui legge costitutiva è appunto la sopraffazione violenta, mi è sempre parsa come un’ evidente e macroscopica smentita dell’ esistenza di un Dio personale e caritatevole.
Un Dio buono non può aver voluto questa carneficina universale, e poiché questa carneficina universale invece evidentemente esiste, questo porta a pensare che sia piuttosto Dio a non esistere.
Tertium non datur, a mio modo di vedere.
Purtroppo.
C’è un altro punto, per la verità, che non riesce a convincermi, ed è questo.
E’ evidente che il meccanismo evoluzionistico porta gradualmente alla costruzione di strutture sempre più complesse ed ordinate. Produce quindi un aumento dell’ ordine a livello locale. Questa è una precisazione importante e da non dimenticare mai perché il Secondo Principio della Termodinamica non perdona, ed impone che l’ aumento di ordine locale venga “pagato” con un aumento più che corrispondente del disordine complessivo.
Vi è tuttavia, nei limiti concessi dalla Termodinamica, un meccanismo naturale che produce strutture sempre più complesse.
Però questo non autorizza a dire che in questo ci sia un fine. L’ evoluzione non implica il finalismo. Non c’è nessun elemento che ci faccia dire che l’ evoluzione stia andando da qualche parte, che abbia un progetto, un’ idea della destinazione finale e vi si diriga in modo coerente. Per i motivi detti prima, lo trovo improbabile.
Rimane però, arrivati in fondo al libro, il messaggio forte dell’ accettazione della vita, questa vita, qui e adesso, da amare senza riserve e dentro la quale impegnare tutte le proprie energie.
Senza demandare aspettative e speranze al tempo futuro di un improbabile nuovo avvento: “pensare in termini di futuro significa fuggire dal presente, attendere cose nuove, a dispetto della situazione attuale, spesso contro la situazione attuale. Il futuro è il tempo dell’ alienazione, in cui non si vive mai qui e ora, ma sempre al di là, sempre in attesa e quindi non si vive realmente mai”.
Questo si, è da condividere in pieno.
Isole di tempo,
rubando scintille alla vita.
Solo gli attimi hanno memoria.
Sono piccoli, i diamanti.
Possiamo ugualmente
cadere o volare,
camminando sul filo
col sole negli occhi.
Capita qualche volta di incontrare un libro speciale, uno di quei libri che aprono il cuore e rendono tutto più leggero come dopo una passeggiata in montagna.
Libri che li incontri e capisci che diventerete amici per sempre.
La cosa non dipende poi tanto dalla materia trattata, un libro così può essere un romanzo, una biografia, un saggio, una cosa qualsiasi su un argomento qualsiasi. Quello che conta è il “modo” in cui l’ argomento è trattato, un modo che ti fa sentire vicino l’ autore, come se fosse un fratello, e tutto ciò senza dover necessariamente condividere le sue idee o appassionarsi alla storia che racconta.
Il fatto è che si capisce subito, quando si incontra un libro del genere, che si tratta di un libro onesto. Un libro dentro cui l’ autore ha messo la verità, tutta la verità, nient’ altro che la verità, la sua verità perlomeno, si capisce, ma senza filtri, senza mediazioni, senza opportunismi.
Libri scritti col cuore, verrebbe da dire, se la cosa non suonasse come un insopportabile luogo comune, ed anche per il fatto che i libri a cui mi riferisco sono invece scritti prevalentemente con la testa.
E però, per uno di quei casi che capitano di tanto in tanto, l’ autore riesce a scrivere in modo tale che la testa non si discosti poi tanto dal cuore, e sembrano in effetti una cosa sola.
Libri scritti dall’ Uomo, li definirei.
Non ne ho incontrati tanti, di libri così, ma quelli che ho incontrato me li ricordo, ne porto ancora i segni addosso.
Metterei nella lista un poderoso ed inclassificabile saggio di Douglas Hofstadter dal titolo “Gödel, Escher, Bach”.
L’ argomento principale del libro era la tesi secondo cui l’ intelligenza sarebbe figlia dell’ autoreferenzialità, della capacità di formulare espressioni che parlano di se stesse, una capacità che è anche all’ origine di molti celebri paradossi.
Per argomentare tutto ciò vengono tirati in ballo non soltanto il teorema di Gödel, la musica di Bach, le opere grafiche di Escher, ma anche i cretesi che mentono, Zenone, Achille e la tartaruga, la teoria dei numeri naturali, e molto, molto altro.
Nei ringraziamenti l’ autore confessa che il libro può essere inteso come un’ esposizione della sua religione. E nel contesto del libro questa non appare affatto una boutade ma un’ affermazione coerente e naturale.
Si può essere più onesti e sinceri di così ?
Un altro libro di questa categoria, un altro felice incontro è “Lo zen e l’ arte della manutenzione della motocicletta” di Robert Pirsig.
Questo libro “ibridava” narrativa, saggistica ed autobiografia.
Prendendo spunto da un viaggio in motocicletta in compagnia del figlio, Pirsig parla un po’ marginalmente di Zen, un po’ più diffusamente di motociclette e della relativa manutenzione, parla invece in modo appassionato e profondo di scissione fra tecnica ed estetica, di dialettica, di retorica in senso classico, di filosofia, la cui storia ripercorre vertiginosamente saltando da Hume a Kant, ad Aristotele, su su come un salmone che risale il torrente, fino ai presocratici, fino alle radici ultime del pensiero, ai confini del mito ed oltre, fino ad addentrarsi nel terreno selvaggio della follia, pagandone il prezzo agghiacciante.
Un prezzo pagato nel libro dal protagonista Fedro, ma nella vita reale dall’ autore stesso, ricoverato più volte in istituti psichiatrici e trattato infine con l' elettroshock.
Anche in questo caso, il libro è frutto di un’ onestà ed una fedeltà alla propria ricerca portate al limite estremo, ed oltre.
La ricerca della verità anteposta ad ogni altra cosa. Anche al rischio di perdere se stessi.
Ultimamente mi pare di avere incontrato un altro libro così.
Ve ne parlerò.
...una nekya ?
Non getto via mai niente io, cose,
persone, sedie, tegami
sfondati o radioline rotte.
Giocattoli inservibili m’ ingombrano
questa vecchia cantina, ombre
di persone il cuore.
Amori mai sfiorati, amici persi,
smarriti su sentieri divergenti
nel bosco scuro come mare fondo.
Inquieta marea
di anime dell’ Ade fredde, mute
fra cui m’ aggiro senza Euridice,
senza Virgilio, senza Beatrice.
Grandi su cui appoggiavo fresca vita,
il nonno chino ad innestare rose,
l’ altro in cucina a preparare dolci,
zii mai più visti dopo quel litigio,
inseparabili compagni allontanati.
Perduti amati che non sorridete,
che sacrificio mai vi darà voce ?
Si, lo so bene, è vita che si evolve,
ma sono sempre meno - le luci all’ orizzonte.
L’ illusione è quasi perfetta.
Fuori piove, persino.
Il locale è imitato nei dettagli. Davvero.
Il legno del bancone è scuro come si conviene, e lo stesso legno è usato per l’ arredo: tavolini tondi e quadrati, quelli quadrati un po’ più bassi, coi divanetti e i puff, quelli tondi un po’ più alti con le poltroncine. Divani, puff e poltroncine comunque ricoperte di cuoio regolamentare, color rosso scuro, fissato con i chiodi d’ ottone dalla testa semisferica. Promossi a pieni voti.
Di legno scuro è anche la balaustra che separa la zona leggermente rialzata destinata quelli che cenano, mentre il resto del locale è per chi beve. Va bene.
La tappezzeria è rossa e damascata al punto giusto, pareti e soffitto hanno la boiserie, le finestre i vetri istoriati. Niente da obiettare. Semmai, il finto muro nei pochi spazi rimasti liberi, beh, quello un po’ si vede che è finto. Va bene, basta guardare dall’ altra parte. Peccato veniale.
Manca il gioco delle freccette, pardon, darts, è tutta un’ altra cosa, e un giorno bisognerà parlarne di questo gioco che sembra stupido ed è raffinatissimo. Ma qui stiamo cercando il pelo nell’ uovo, il gioco non è una regola neppure nei pub di Londra, che diamine.
Passi, e veniamo al sodo.
La scelta di birre alla spina è convincente, con un paio di marche very british. Anche con la scelta di liquori ci siamo, le bottiglie appese capovolte sui dosatori.
Luci soffuse, paralumi in stile come si conviene.
Tutto quasi perfetto, certo se vogliamo un po’ troppo “nuovo”, un autentico pub inglese avrebbe l’ aria più “usata” e vissuta, tavoli e sedie segnati, il pavimento a tratti consunto dall’ andirivieni degli avventori, ma insomma, ci saranno pure dei pub nuovi anche lì, non è che possono aprirli già usati come i jeans stone washed, no ? Smettiamola di cercare difetti, per piacere.
Beviti la tua birra.
Ma, ma.
Però, però.
Da dove viene questa fastidiosa sensazione ? perché non riesco ad abbandonarmi all’ illusione ?
Le cameriere hanno i tratti somatici asiatici, va bene, e allora ? Ma ci siete stati a Londra ultimamente ?
Il televisore con schermo gigante trasmette i gol della Premier League inglese, un vero tocco di classe…
Eppure.
C’è qualcosa di sbagliato, lo sento.
Mi concentro.
È nell’ aria. Qualcosa di retrostante.
…
Ci sono.
Ma per piacere !
Volete togliere questa musica dance araba di sottofondo ?
Sennò si capisce che siamo ad Abu Dhabi, no ?