inquietudini e viaggi

Il melogrande è

Utente: melogrande
Nome: Francesco
Un'anima in viaggio, un po' autocentrata, ma non arida. Un temporale di marzo, a volte.

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lunedì, 28 aprile 2008
Becoming

(un esperimento di autotraduzione...)
 
“This should be enough , to know somebody’ s name and wait for the rest of the life to know who he is, if we will ever come to know it, as what is is not the same of what has been and what has been is not the same as what will become.”
José Saramago - Baltasar and Blimunda
 
Most fascinating theme, the changing of people and self.
Becoming, which is not merely the passing of time, becoming older.
Becoming has the flavour of the loss, of the unavoidable change of people and things, so that something is always, unavoidably lost, if nothing else the naiveté of feelings and relationships.
It is not only that we lose sight of each other, this is still the lesser part. People that you no longer meet, no matter how painful the break up was, remain preserved in your memory.
At the time of the fracture the pain and despair for the loss of a major relationship, a love, an acquaintance, a friendship or even simply the end of an intense and gratifying work relationship may have prevailed. But in the end you realize that the relationship remains preserved in the memory just as it was, untouched by the time like a stuffed animal in a museum.
A much worse condition is the relationship which is not interrupted, nonetheless changes, beyond any reason, evolves, becomes of a different nature and essence, and this change cannot be ruled. Then you really feel powerless and just observe that what once was is no longer in place and that person is not disappeared, not at all, he or she is still there, but still things are not the same. Nothing is really changed, and nothing is what it used to be. This does not result in pain like the rude fact of losing somebody, it rather gives rise to compassion, like seeing your favourite garment becoming weary.
 
We change a little bit every day, a tiny change beyond notice, every morning we wake up slightly different from what we were the day before, so small the change that we cannot notice at all, like standing on a platform in extremely slow motion. Our equilibrium is of a dynamic nature, is the equilibrium of the biker who has to keep riding, and if it stops, his equilibrium is lost.
This is true for all of us, of course, so that the people that are around us also keep slowly changing all the time, they also have to keep riding not to fall. And there is no guarantee that during the ride they will remain close to you. Some run faster, some slower, some are simply taking a different direction and start putting space in between. Not much space in the beginning, perhaps, the paths are not diverting that much, however with time the distance starts building up, it becomes remarkable, then it becomes absolute and unforgiving, and nobody is at fault, it is not a matter of a deliberate choice, things simply have turned out this way, nothing more to say.
 
It may even hurt, this course of events, you could try to resist, pretend to come back as the things were before, but this is impossible, the river only flows in one direction.
 
Now, this thing makes me feel strange, it fills me with sadness, or I should better say empathy, infinite compassion for everybody undergoing this experience.
One of my favourite movies, or maybe “the” favourite, “Once upon a time in America” by Sergio Leone”, is the movie of my life because it shows this feeling to perfection, better than anybody could dream to do, this compassion of the main character for the loss, the unrecoverable and unwanted loss, for the hurting that life causes to us for the simple fact of living it.
DSCN1699
 

Postato da: melogrande a 05:50 | link | commenti (8)
idee, maturità, inquietudini

venerdì, 25 aprile 2008
Testimoniare

 
ho sempre pensato che la testimonianza sia la realtà che aiuta a comprendere ...
 chicca
 
 
Bisogna forse raccontare ciò che si sa, in questi tempi tristi, raccontare ciò che si conosce e ciò che si è vissuto. Chi sa, dica a chi non sa. Faccia capire, spieghi, o meglio ancora mostri. È l’ unica cosa da fare. Il nemico è l’ ignoranza, la paura viene dall’ ignoto e l’ unico rimedio è svelare, mostrare, far toccare con mano.
 
Ho conosciuto gente di tutto il mondo, per lavoro, di ogni parte d’ Europa, dell’ America del Nord e del Sud, e poi africani, arabi, giapponesi, indiani. Gente d' ogni dove. Bene. Non ho trovato un solo tratto che permetta di classificarli in base al luogo d’ origine. C’è gente d’ ogni tipo, è vero, ma la gente di un certo posto non è tutta dello stesso tipo. Ci sono tipi più o meno in gamba, ci sono furbi ed ingenui e ci sono i disonesti, e spesso molti di questi tratti convivono in una sola persona. Ma di individui si tratta, e non di razze.
È persino banale dirlo, ma ci sono tempi tristi in cui occorre dire le cose banali e pazienza se questo non è in buon segno per i tempi.
 
Ahmed è saudita.
È un tipo un po’ dandy, sempre col sorriso ironico sulle labbra. È di buona famiglia, ha studiato in America, come gran parte della classe dirigente del suo paese. Del resto, la società per cui lavora era una società mista, metà araba e metà americana, una volta. Poi è stata nazionalizzata e gli americani piano piano sono andati via. Gli attentati del 2004 hanno convinto anche i più testardi, e adesso di americani non ce n’è praticamente più. Però la cultura, la mentalità, l’ approccio ai problemi, l’ organizzazione, l’ apertura mentale, sono rimaste, sono quelle tipiche del mondo americano, nessuno al mondo è bravo ad organizzarsi ed organizzare come gli americani.
 
DSC00532Sono stato a cena a casa sua una sera, in Arabia Saudita, cinque anni fa, una grande casa moderna, musica lounge, un sacco di candele, poteva essere un bell’ appartamento in una qualsiasi città occidentale. La sua famiglia non c’era, l’ ha trasferita all’ estero tempo fa, prima in America per far studiare i figli, ma dopo gli attentati alle torri gemelle del 2001 l’ atmosfera in America si è fatta pesante per un saudita, e allora lui ha spostato la famiglia in Canada.
 
Ahmed ha molti orologi di marca, sono la sua passione, ne porta uno diverso ogni giorno, tutti automatici, naturalmente, non al quarzo. Io gli dicevo, devi sempre stare lì a caricarli e rimetterli all’ ora giusta ma lui mi rispondeva, a volte non li rimetto affatto, tanto l’ ora la vedo sul telefono, l’ orologio per me è un bell’ oggetto da avere addosso.
 
Ha molti amici, in tutto il mondo, Ahmed, ed una conversazione brillante.
Non parla volentieri di politica, però, e c’è da capirlo.
Il fatto è che quando i tempi si fanno duri le posizioni si polarizzano ed i moderati si trovano a malpartito. Il suo paese è dominato sempre più dagli integralisti islamici, o con noi o contro di noi, non ci sono vie di mezzo e se sei con loro devi essere contro gli occidentali, i crociati ci chiamano loro, non c’è spazio per stare in mezzo. Ma Ahmed non può essere contro l’ occidente, lui che è occidentale fin nelle ossa. E allora preferisce tacere e nascondersi dietro il suo sorriso ironico ed un po’ malinconico da dandy anglosassone.
 
Aspetta tempi migliori, Ahmed, come molti di noi.
 
 
 
 

Postato da: melogrande a 19:36 | link | commenti (4)
ricordi, luoghi, auguri, viaggi reali

sabato, 19 aprile 2008
La curiosità è peccato

 
…ma è un pensiero levato, diceva sempre la mia nonna, buonanima.
Non si limitava a dire questo.
Lei di proverbi ne aveva una scorta e ci provava gusto a tirarne fuori uno ogni volta che si presentava l’ occasione, perché un proverbio è un buon sistema per mettere fine ad una discussione. Ipse dixit. A mia nonna piaceva molto avere l’ ultima parola.
Per questo disponeva persino di coppie di proverbi contrapposti da poter utilizzare alternativamente a seconda delle circostanze. Per esempio “chi non risica non rosica” se l’ esito del rischio era stato fausto, però “chi lascia la strada vecchia per la nuova sa ciò che perde, non sa ciò che trova” se le cose erano andate male. E così aveva sempre ragione. 
Mi sa che non era l’ unica persona con queste abitudini, mia nonna.
Mi sa che sto divagando.
 
La curiosità è peccato, dunque, ma è un pensiero levato.
Questa fu una granitica certezza, e non l’ unica, della mia alquanto obbediente e devota infanzia.
Solo crescendo cominciai a sviluppare, come dire, un’ analisi vagamente critica di questo concetto, e non solo di questo. A cominciare dalla sua ottimistica conclusione.
 
Non è affatto detto che la curiosità soddisfatta sia un pensiero levato. Le domande sono ciliegie, o noccioline, ed una volta ottenuta una risposta questa fa venire alla mente altre domande e queste a loro volta figliano e si ramificano per ogni dove, per cui alla fine il pensiero non è “levato” affatto, più probabilmente espanso senza fine. Uno si ferma per tutt’ altri motivi, si ferma perché non riesce più a trovare le risposte o le informazioni necessarie, o perché c’è altro da fare, o perché si è stancato, o perché ritiene di saperne già a sufficienza e che non valga la pena di investirci altro tempo. Non perché il pensiero sia andato via.
 
Certo, la curiosità in un piccolo paese si concentrava principalmente sull’ analisi dettagliata dei fatti altrui, ma anche lì non era mai davvero sazia, anche lì si fermava davanti ad una progressione geometrica di scatole cinesi, alla vertigine di interrogativi concatenati, attraverso i quali si smarrivano i fili delle altrui esistenze. Chi mai arrivava a conoscere tutto di qualcuno ?
 
E col peccato, allora, come la mettiamo ?
La curiosità è peccato, ed insieme ad una sfilza di altri peccati ha fatto da rumore di fondo alla mia non solo obbediente e devota ma anche un po’ repressa infanzia, in cui qualsiasi piacere andava subito pareggiato e riscattato con un sacrificio, una sofferenza, il “fioretto”, andava redento, insomma. Ma perché poi ?
Perché mai la curiosità dovrebbe essere un peccato ?
 
Il dizionario etimologico tradisce un’ imbarazzata ambiguità. Curioso, spiega,  viene dal latino “cura”, cioè sollecitudine. La stessa origine di “curato”, colui “incaricato della cura delle anime". Bene, si direbbe. E invece no, perché curioso viene indicato propriamente come colui “che si cura” e quindi troppo sollecito nell’ investigare, che si prende cura di ciò che non lo riguarda, che ha desiderio “irrequieto e sconveniente” di cercare di sapere i fatti altrui e ciò che a lui non appartiene:
 
Ma come ?
L’ uomo starebbe dunque meglio se non avesse avuto la curiosità ?
Vivrebbe meglio nell’ incuria ?
E in questo caso, sarebbe mai fuoriuscito dall’ animalità ?
Non credo.
Ma allora la curiosità non è dannazione, dovrebbe semmai essere redenzione dell’ uomo, se proprio questa opprimente terminologia ci tocca usare. Redenzione nel senso di fuoriuscita dal puro istinto, libertà di gioco, sperimentazione, voglia di sapere, sete di vita, cambiamento, acqua che scorre, viva, frizzante.
Eppure.
 
 
E pensavo in cuor mio e dicevo:
Ecco, io sono conosciuto per aver acquistato vasta sapienza.
Ho interrogato la sapienza e la scienza,
la stupidità e la follia ed ho capito che
anche questo è un affaticarsi in vano.
Dove c'è molta sapienza c'è molto tormento
e chi accresce il sapere aumenta il dolore.
 
 
Forse ha ragione pure l’ Ecclesiaste. Chi più sa più soffre.
Soffre per quello che sa, perché lo porta ad intuire l’ “infinita vanità del tutto”, la contingenza irrimediabile, la precarietà di ogni punto di riferimento, Costruiamo con la pietra, che sub specie aeternitatis non è che sabbia un po’ più durevole, appena un po’ di più.
E soffre per quello che non sa, l’ oceano sconfinato al cui cospetto la barchetta del proprio sapere appare in tutta la sua inadeguatezza e fragilità.
Il saper molto porge argomento a dubitar di più, diceva Montaigne.
So di non sapere, e più cose so, più la vastità inesplorata di ciò che non so mi si spalanca dinanzi spietata. Mai potrò prevalere su di essa.
 
Eppure, il sapere ha una qualità speciale, e se pure non rende felice, è una cosa preziosa da possedere. Preferisco sapere che non sapere, non tornerei ad uno stato di maggiore ignoranza, ancorché beata o più felice. Nessuno lo farebbe, io credo. Piace a tutti, la conoscenza, piace sapere più cose di prima.
 
Però ci sono pure quelli si fermano, si accontentano, rinunciano a cercare ancora, ad andare oltre, ad esplorare senza pretesa di esaurire l’ esplorazione. Tanto stanno bene così. Per me invece questa è la morte, la stasi, la immobilità.
Non dico di avere ragione io. Magari vivo male a coltivare l’ irrequietezza, la smania di conoscere e fare  e farmi domande, la curiosità in una parola sola, magari sbaglio io a cercare di saperne sempre un po’ di più, spingere il limite un po’ più in là.
 
Va bene, va bene, forse sbaglio e forse per questo vivo meno bene, eppure questo sbagliare mi è caro.
La curiosità è la cosa più bella che ho.
 
Ego dixi.

Postato da: melogrande a 15:45 | link | commenti (9)
riflessi, idee, pensiero, inquietudini

domenica, 13 aprile 2008
Fragile

 
Come un sacchetto vuoto esposto al vento
decollo, mi avvito,
mi poso e risollevo.

Come pietra d’ angolo di casa
m’ oppongo, resisto.
 
Attendo un taglio netto.
 

Postato da: melogrande a 09:52 | link | commenti (13)
momenti, anima, autopoesie

sabato, 12 aprile 2008
Bianco primitivo

Giornata di sole oggi, mentre per l’ ennesima volta sorvolo le Alpi innevate, sorpreso dall’ intensità dell’ emozione che ancora provo, nuovamente, come ogni altra volta.
La civiltà è lì ad un passo, lontana non più di venti minuti, tanto e non di più è il tempo trascorso dal decollo, e non manca che una mezz’ ora a sorvolare qualche grande città dall’ altra parte della catena.
Ma per adesso ci stiamo giusto in mezzo, e sotto ci sono le montagne, quelle vere.
 
Una distesa crudele di bianco, prova che a questo mondo il bianco può esistere a dispetto di tutto, della cattiveria e del male e degli abissi oscuri, ma può appunto esistere in questa forma di bianca spietatezza simile all’ innocente cattiveria dei bambini.
Bianco che può far male, bianco infantile e primordiale dove l’ uomo non è del tutto assente, non si può non vedere di tanto in tanto una strada o sentiero o casupola, un segno umano insomma, ma che parla di un uomo in punta di piedi, un uomo che per una volta sta al suo posto, rispetta, chiede il permesso, e si vorrebbe che fosse la volta buona.
 
L’ alta montagna in inverno non è un posto buono, si capisce. È un posto ostile, cattivo, c’è il suo motivo se gli uomini non ci sono venuti ad abitare, se non si vedono quartieri e strade ed ipermercati.
Non è un posto buono ma è un posto bello e la bellezza vera è capace di far dimenticare tutto, l’ ostilità, la durezza, la cattiveria persino. Abbiamo dentro da secoli questa strana idea del primitivismo, del ritorno alla natura come strada maestra per la redenzione, ritrovare l’ innocenza, ripulire le anime, rivestirci di panni immacolati e tornare bambini. Non è così, non è mai stato così, lo stato di natura non è che lotta per la sopravvivenza e allegra carneficina senza fine.
Ma non importa, si vive di emozioni e talvolta anche di illusioni, e stamattina mi basta guardare questa distesa immacolata, immaginare di attraversarla di buon passo, abbagliato dal riflesso della neve, ben scaldato dal sole e dalla fatica nonostante tutto.
Felice per una volta e per un momento, senza pensare a nulla, soprattutto senza pensare adesso alla notte che cadrà implacabile su tutto questo, senza distinzione di colpe e redenzioni.
 
Il bianco lontano delle nuvole è striato d’ azzurro di grigio e di rosa, appena un po’.
Visto dall’ alto è orizzonte incongruo, mondo a testa in giù.
 

Postato da: melogrande a 21:52 | link | commenti (5)
luoghi, inquietudini, viaggi reali

venerdì, 04 aprile 2008
Tempo da dire

Il tempo arriva a ondate, portato con sé da cose, persone, fatti e circostanze.
Vive di sospensioni ed improvvise accelerazioni, di attimi dilatati e sospesi, e di ore dissipate nell’ insignificanza.
Un tempo punteggiato e disperso, come spiaggia cosparsa di conchiglie disuguali, talvolta c’è da chinarsi a raccoglierle, altre volte da scansarle col piede.
 
Ogni tanto un tuffo al cuore, la paura del vuoto improvviso.
Paura, questo è, senza farla tanto lunga.
Pura e semplice paura di farsi male, ed al tempo stesso desiderio di accostarsi alla soglia per vedere cosa c’è di là.
Di là c’è la vita, la vita che puoi vedere nella sua completezza, avvolta dallo sguardo come da un telo, messa su un piedistallo da poterci girare attorno ed osservarla da ogni lato, una visione che rimane accessibile solo nel brivido dell’ istante, quando si rischia di bruciarsi col fuoco, quando il sangue pulsa e lo si sente pulsare dentro.
Altrimenti non è che vita piatta, orizzontale, stesa sul tavolo come una tovaglia, non ci si può girare attorno perché non ha profondità né spessore, non ha fuoco e non ha anima, è finta vita a lunga conservazione, senza destino e senza senso.
Che poi anche questa forse è un’ illusione, l’ illusione del senso e del destino, un prodotto della fantasia che non sta nella cosa in sé, vita che è vegetativa casuale e necessaria, che non “va” da nessuna parte e non ha un progetto in testa, né una direzione preordinata.
E però questo progetto in testa lascia un senso di bisogno, una necessità interiore.
Altrimenti il tempo trascorso è solo tempo passato, non tempo vissuto, non tempo adoperato, come il talento rimasto in tasca al servitore pigro. 
Chissà che un giorno non tocchi renderne conto, a quel crudelissimo padrone che siamo noi stessi.

 

 

 

 

Postato da: melogrande a 17:43 | link | commenti (11)
momenti, anima, inquietudini



 
 
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