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Utente: melogrande
Nome: Francesco
Un'anima in viaggio, un po' autocentrata, ma non arida. Un temporale di marzo, a volte.

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venerdì, 30 maggio 2008
La coda del pavone e del far tardi in ufficio

Noi, finchè i giorni d’ ombra son maturi,
noi dobbiamo piangere e cantare
del dovere il sopruso consapevole, il Diavolo nell’ orologio.
W.H. Auden, Canzone
Si tira tardi in ufficio. Spesso. Come abitudine. Perchè ?
Domanda difficilissima.
Ma un motivo ci deve pur essere, un motivo c’è sempre.
Perché la giraffa ha il collo lungo ? Per mangiare le foglie sui rami più alti.
Non è proprio così, ma rende l’ idea.
Quello che è successo davvero è che, ai tempi un cui le giraffe avevano il collo corto, nacque fra le tante una giraffa un po’ difettata, con una malformazione genetica, un errore di copiatura del DNA, quello che si vuole, insomma col collo un po’ più lungo. Il caso e la necessità. Soprattutto il caso.
Quel cucciolo di giraffa nato per caso col collo più lunghetto, una volta diventato adulto trovò che la vita era alquanto bella.
Perché proprio in virtù di quel difetto, per il quale magari da piccolo era stato preso in giro dai compagni, arrivava effettivamente alle foglie più alte.
Per cui, se pure il suo branco passava dove erano già stati altri animali, gli altri magari digiunavano, ma lui no, lui qualcosa mangiava sempre, arrivava dove nessuno era arrivato prima ed un po’ di foglie fresche le rimediava sempre.
Mangiando mangiando si fa grande e grosso, le gambe muscolose, il torace ampio, un bel portamento. E poi, come si dice, altezza mezza bellezza, no ?
Insomma il nostro adolescente faceva strage di cuori, e prese abitudini da “sciupafemmine”. Le amava e le abbandonava. Ben presto la savana si riempi di piccoli giraffini col collo lunghetto, e la vita per le giraffe con il collo normale cominciò a farsi dura, molto dura.
Il caso e la necessità, ma stavolta più necessità che caso.
Dopo un po’ di tempo, fiocco rosa, nasce un cucciolo dal collo ancora un po’ più lungo, in grado di arrivar ancora un po’ più in alto, e la storia ricomincia.
 
Ora, tutto questo potrebbe sorprendere chi è abituato a pensare che una malformazione genetica sia una gran brutta cosa, che è meglio non avere. Ed in realtà è così, è così quasi sempre. Persino nel caso del cucciolo di giraffa dal collo lungo non è che siano solo rose e fiori. Un collo lungo vuol dire la testa più in alto, e siccome il cervello è un grande utilizzatore di sangue, il collo lungo implica che il cuore debba pompare di più se il sangue deve raggiungere un cervello messo più in alto, altrimenti il giraffino sarà bello sì, ma anche un po’ tonto per la cattiva ossigenazione dei neuroni.
E guardando una giraffa di adesso, si può immaginare che razza di mutazione abbia dovuto affrontare il cuore per accompagnare un così esorbitante allungamento del collo. E poi, come farà la giraffa a dormire ?
Insomma è vero che le mutazioni genetiche è meglio non averle, ma ciò non toglie che ogni tanto si può pure pescare il biglietto vincente della lotteria. Ed azzeccare una mutazione che è un vero salto evolutivo. Per caso, naturalmente. E che il collo lungo della giraffa sia una mossa brillante ed indovinata sul piano evolutivo lo si capisce facilmente.
 
E la coda del pavone ?
Facendo il ragionamento di prima ci si accorge che il pavoncino deforme con la coda un po’ più lunga oltre a dover affrontare gli sghignazzi dei compagni, trova che la sua vita non è affatto facile. Perché quella coda lo impiccia assai, si impiglia dappertutto, e per di più pesa come un accidente quando gli tocca portarsela dietro in volo, col risultato di stancarsi prima degli altri.
Ma allora, perché diavolo il pavone ha la coda lunga ? Perché la necessità crudele non ha fatto estinguere tutti i pavoncelli mutanti dalla coda lunga ?
Aspetta un momento.
 
Perché il nostro pavoncello si è accorto che si, va bene, questa coda è un impiccio e per tanti versi sarebbe meglio non averla. Però è bella.
Oddio, il pavoncello uno specchio non ce l’ ha, però si rende conto che quando lui stiracchia quella coda con aria noncurante, le pavoncelle lo guardano in un certo modo. E se le invita a fare un giro insieme, non dicono mai di no.
Adesso non ridono più così tanto, i suoi compagni normocodati. Saranno anche più svelti di lui, e più resistenti in volo, ma le pavoncelle corrono dietro a lui. Tiè. E cosi la prateria si popola ugualmente di pavoncelli con la coda lunga, più lunga, sempre più lunga.
 
Ed il pavone si ritrova alla fine così com’è oggi, con la coda così lunga che a volare praticamente non ci pensa nemmeno più. Ma è una coda bellissima.
Ora, magari un biologo troverebbe molte inesattezze, però mi pare abbastanza chiaro che, mentre la competizione esterna, rivolta verso altre specie, porta in genere a migliorare l’ adattamento, la competizione sessuale all’ interno della stessa specie può facilmente prendere una strada sbagliata, autolesionistica. Diciamola tutta: stupida.
La coda del pavone è il risultato più stupido della selezione sessuale all’ interno di una specie. Quali altri esempi possiamo portare ? Cerchiamo. E facciamoci magari aiutare da un etologo, uno studioso del comportamento degli animali nel loro habitat. Volendo esagerare, prendiamo addirittura colui che l’ etologia ha inventato e fondato, e per questo ha pure vinto il premio Nobel.
Konrad Lorenz. “Gli Otto Peccati Capitali della Nostra Civiltà”, pag. 44:
Il mio maestro Oskar Heinroth diceva, nel suo solito modo drastico: “Dopo lo sbatter d’ ali del fagiano argo (Io non m’ intendo di fagiano argo, scusate, e ci ho messo il pavone) il ritmo di lavoro dell’umanità moderna costituisce il più stupido prodotto della selezione intraspecifica.”
 
Ora, mi rendo conto di non avere ancora risposto alla domanda iniziale. Perché facciamo tardi in ufficio ?
Con questo discorso etologico-sociologico voglio per caso insinuare che la colpa è delle donne? Che far tardi in ufficio garantisce il successo del moderno dongiovanni ? Che sono le donne a provocare questa sindrome concupendo i secchioni tiratardi ? No. Con un po’ di disappunto mi trovo a rispondere di no. Eh, magari... Ma non è questo il caso, assolutamente….peccato.
E allora ?
Allora bisogna dire che l’ uomo è assai complicato, e che nel suo caso la selezione non è solamente biologica, ma anche culturale. E che la selezione culturale funziona in modo analogo a quella biologica, facendo estinguere certi comportamenti e premiandone certi altri. E fra i comportamenti premiati ci sta appunto il far tardi in ufficio.
Lorenz, nel libro che ho citato, azzarda pure una spiegazione. C’è sotto una specie di angoscia, dice, che ci costringe ad essere così furiosamente competitivi. La paura che gli altri ci sopravanzino. Ma ci crede poco pure lui.
Io sinceramente non ce la vedo questa angoscia. Vedo persone fare tardi in ufficio serenamente, non con la paura negli occhi, ma accettando di buon grado il principio che questa “è la cosa giusta da fare”.
Una credenza richiede adesione, raramente viene sottoposta a critica. Noi, nel nostro piccolo, ci proviamo.
Per che cosa lavoriamo noi ? Qual è la molla che ci spinge e ci motiva a lavorare ?
I soldi ? Lo stipendio ? Nient’ altro ?
Io non ci credo. Non è vero. Lo dico con convinzione.
Non discuto che esistano persone che lavorano in condizioni così infelici e demotivanti da farlo esclusivamente per portare a casa lo stipendio. Però queste persone di solito non fanno tardi in ufficio. Al contrario, non vedono l’ ora di filarsela. Perché la loro vita vera li attende fuori dall’ ufficio o dalla fabbrica. Hanno altre attività, altri interessi. Sono magari attori di teatro, o suonano in un gruppo rock, o sono presidenti del circolo di bridge. Magari semplicemente si trovano al bar a discutere di calcio. O fanno modellismo ferroviario. Oppure scrivono, persino, o sono bloggers. Qualsiasi cosa. Quello che è certo è che non desiderano rimanere sul luogo di lavoro un minuto più del necessario. La vita è altrove, per loro come per Kundera.
A noi invece interessano quelli che fanno tardi in ufficio, abitudine che al contrario limita in modo importante la loro capacità di avete una “second life”, naturalmente.
Non lo fanno per i soldi, questo è chiaro. Spesso, se sono stati capaci di raggiungere un grado sufficiente di carriera, vengono premiati con l’ accesso ad uno status in cui gli straordinari non sono nemmeno più retribuiti. E però continuano a farli.
C’è anche, temo, un certo numero di persone per le quali andare a casa è una frustrazione, il ritorno fra le mura domestiche un peso. Pagherebbero loro, pur di rimanere sul luogo di lavoro. Ma mi piace pensare che non siano poi tanti.
 
Per che cosa lavoriamo, allora ?
Mi pare chiaro. Per il riconoscimento.
Perché gli altri, i nostri simili, il riflesso del nostro io, quelli che ci circondano e ci definiscono, gli altri insomma, ci ascoltino e ci rispettino, ci considerino uno “bravo” .
Perché il lavoro ci fa sentire apprezzati, punto di riferimento, cooptati nel club esclusivo di quelli in gamba, di quelli che contano, di quelli ascoltati.
Ma per entrare nel club, in qualsiasi club, bisogna dimostrare di condividerne i principi, di essere addirittura la quintessenza di quei principi.
E quali sono i principi delle aziende in cui lavoriamo in questo Occidente del XXI secolo ?
Non c’è tanto da pensarci su.
L’ efficienza. La produttività. Il raggiungimento degli obiettivi col minimo uso di risorse. Fare di più con meno. Produrre valore. Lavorare sodo. Lavorare a lungo. Fino a tardi.
Appunto.
 
  
“All’ animale è assolutamente estranea la folle smania di lavoro dell’ uomo moderno cui manca perfino il tempo di farsi una cultura”
K. Lorenz – L’ anello di Re Salomone
 

 

 

 

 

 
 

 

Postato da: melogrande a 19:02 | link | commenti (2)
riflessi, idee, viaggi mentali

domenica, 25 maggio 2008
Il tempo fa un altro giro

Un altro anno ha chiuso il suo ciclo e sono tanti, i cicli, così tanti che ormai per non pensarci troppo gioco a sommare le cifre e sommando mi viene fuori un otto, questa volta.
Otto assomiglia al segno dell’ infinito ¥, solo che è come un infinito rimesso in piedi così: 8, ed è quasi buffo che vengano in mente infiniti, dritti o sdraiati o sghimbesci che siano, in un’ occasione che ricorda invece della finitezza.
 
È una finitezza che vedo e sento più fuori che dentro a dire il vero, perché dentro invece solo vita sento, vita piena e forte che scorre nelle vene e m’ ingorga, tanto da non riuscire a trattenerla. Mi sento pieno più che mai, pieno di emozioni e saperi e passioni e fantasie, pieno di tenerezza e ragionamenti, pieno di vita per dire tutto in una parola sola, tanta e tanta di quella vita da riempirne una bancarella intera, e potrei venderne al mercato e offrirne in sconto e regalarne persino, senza la paura di rimanere senza.
 
Vita che è persino troppa, probabilmente, a voler vedere le cose oggettivamente, e questo essere troppa rende disadattato, diverso, iperattivo, pecora nera che non riesce a trovare riposo. Troppa vita per un contenitore angusto, occorrerebbe quasi farne uscire un po’, drenarne una parte, altrimenti finisce che trabocca e si disperde e non produce frutto, sprecata ed inutile.
Cumuli di sensazioni, immagini, incantamenti, cose viste e vissute che non vanno giù, quasi come un lavandino ingorgato, vita troppo cresciuta e troppo in fretta come frutta ancora appesa che spezza i rami per il carico. Vita da potare, ridurre, semplificare, forse, ma come si fa ?
 
Pezzi e relitti, scene di città e spiagge e bar e stazioni, case navi aeroporti e ristoranti buoni, cose viste per strada, mostre nei musei, cose vissute si mischiano e sovrappongono ad occhiate e sorrisi e ciò che poteva essere e non sarà e comunque è tardi ormai e ciò che invece potrebbe ancora chissà.
 
Tempo che non ritorna, il ricordo è solo l’ immagine riprodotta della cosa ma non è la cosa, quella è rimasta indietro, vissuta o sfiorata o rimpianta, e ormai chi la prende più.
 
Un’ immagine o fantasia di questa vita aiuterebbe, un riflesso di fronte, un punto d’ appoggio per sollevare il mondo, o più ragionevolmente per avviare un’ improvvisazione, come quei musicisti che salgono sul palco e cominciano a suonare assieme e scoprono d’ intendersi e di potersi scambiare intuizioni ed intrecciare motivi e sostenersi l’ un l’ altro nel creare una cosa nuova che prima non c’era.
Un po’ di follia servirebbe, non grave, intendiamoci, quella follia leggera e colorata di chi non si rassegna, appena una lieve ebbrezza, come quella indotta da un vinello bianco e fresco.
Primavera contro l’ autunno, un raggio di sole improvviso che abbaglia.
Disgelo, ghiaccio che torna acqua, il mobile dall’ immobile, il liquido dal solido.
Acqua che rivive e prende forma, anzi cerca una forma da prendere e da riempire, perché lei, l’ acqua, la forma non ce l’ ha e deve appoggiarsi, adattarsi e farsi contenere per non disperdersi.
Non esiste, l’ acqua, prima di avere qualcosa da riempire.
Solo il ghiaccio può stare da solo.
Per l’ acqua serve la forma, dunque, serve il riferimento ed il punto d’ appoggio, e lei stessa serve da specchio, uno specchio vero e sincero.
 ColdelaCroix
Ma proprio questo è il problema, probabilmente senza soluzione.
Uno specchio-specchio riflette oggettivamente, mostra come sono e come appaio esteriormente agli occhi degli altri. Oggettivamente. Ma specchiarsi negli occhi di qualcuno è tutto un altro discorso, una cosa diversa ed infinitamente più ambigua, tutt’ altro che oggettiva.
 
Dietro gli occhi c’è una coscienza, e dietro la coscienza un’ intelligenza, un libero arbitrio, una volontà che elabora interpreta analizza filtra, s’ intromette e restituisce un’ immagine che non so più decifrare, chi può dire se quello sono io oppure un’ immagine, un fantasma o credenza che nemmeno esiste nella realtà ?
 
Credere o non credere, fidarsi o non fidarsi, non è dilemma da poco. Distinguere il reale dal non reale, la sincerità dalle bugie dovrebbe essere cosa facile dopo tanti giri di tempo, no ? No.
 
Si passa la vita ad ascoltare parole, alcune vere e parevano false, altre il contrario, a volte l’ intuizione era giusta, a volte invece sbagliata, ma questo s’è capito dopo molto tempo e molta vita, o non s’è capito affatto e ancora ci si domanda oggi come allora cosa davvero ci fosse dentro quelle parole.
Che poi verità e bugia nemmeno esauriscono il perverso ventaglio delle possibilità, perché la vita è più complessa di qualsiasi interpretazione.
Esistono parole vere pronunciate con sincerità e parole vere dette per ingannare, esistono persino parole false dette con sincerità perché le si crede vere nel momento di dirle, cosicché l’ inganno alla fine risulterà doppio, di chi pronuncia e di chi ascolta, se si è fidato. Ed esistono infine parole false pronunciate per ingannare, perché anche questo contiene  l’ essere umano, non dimentichiamolo.
 
Certo piacerebbe talvolta avere un metodo, uno strumento, un sistema in grado di leggere nelle parole e districarne il vero dal falso, il vero oggettivo e quello soggettivo, la verità e la credenza, in modo da isolare e conservare come tesori preziosi le cose vere dette con sincerità, tenerle come una cosa preziosa, come un appoggio sicuro, come un terreno da costruzione e una pietra d’ angolo.
Ma questo metodo non c’è e non esiste e non è mai stato scoperto dagli uomini e mai lo sarà, io credo, perché se questo strumento alla fine venisse inventato, se questo metodo venisse scoperto e gli uomini potessero leggere e distinguere il vero e il falso, la sincerità e la bugia nelle parole altrui, allora per il solo effetto di questa stessa invenzione o scoperta gli uomini cesserebbero di essere ciò che sono stati e di colpo diventerebbero altro e dovrebbero forse persino cercarsi un altro nome.
 
E intanto che continuo a cercare, il tempo ha fatto un altro giro ed io mi ritrovo per certi versi vecchio e disincantato, per altri ingenuo e indifeso come il bambino d’ un tempo lontano.
 
 
 
 

Postato da: melogrande a 11:31 | link | commenti (7)
riflessi, auguri, pensiero, maturità, inquietudini

domenica, 18 maggio 2008
Cento di questi post !

Ebbene sì !
Questo post lo trovate anche qui !
Il counter di Splinder mi informa che ho passato i cento post.
Centouno per l’ esattezza.
Tutta farina del mio sacco....
 
Non pensavo che ci sarei arrivato.
Non pensavo che avrei trovato cento cose da dire, cento messaggi diversi da mettere in cento bottiglie, di trovare la forza per lanciare cento bottiglie in questo mare sconosciuto.
Soprattutto mai pensato che avrei trovato sulla mia spiaggia ancor più bottiglie, lasciate da naufraghi, viandanti, curiosi di una sera o destinati a diventare riferimenti duraturi.
Eppure tutte queste cose ci sono.
 
Mi ricordo tempi non lontani in cui tutti avevano smesso di scrivere.
Ci si era convinti che il futuro sarebbe stato dell’ oralità.
Ci si telefonava, telefonate interminabili, si parlava, si parlava, si parlava.
È solo dai tempi della e-mail che abbiamo riscoperto la scrittura.
Che è meglio della telefonata perché non invade, non pretende attenzione immediata, se hai da fare non la leggi subito, la porti con te in giro, ti fa compagnia, la puoi rileggere, la puoi conservare, persino.
Scripta manent, giusto ?
E così è rinata la scrittura.
 
Dalla mail alla chat, dalla chat al blog.
È un mondo che non smette di affascinare, la blogosfera, un mondo nuovo.
Non è un diario, il blog, è un mezzo espressivo nuovo con delle potenzialità ancora in parte inesplorate.
Anzitutto è visivo, consente di giocare coi colori, di aggiungere foto e disegni, anche musica, benché pochi probabilmente la ascoltino.
Ma soprattutto è interattivo.
Quello che si posta, diventa immediatamente visibile a tutti in tutto il mondo, diventa pubblico, viene pubblicato.
Questa è una rivoluzione vera, che pone ogni blogger in una prospettiva nuova e diversa rispetto a colui che scrive le cose per tenerle nel cassetto.
Sapendo che ciò che si scrive diventerà pubblico ci si preoccupa di metterlo “a posto”, scritto bene, argomentato come si deve, in bello stile. Non ci si accontenta più di un foglietto sgualcito.
 
E poi, l’ emozione di scoprire che ciò che metti on line qualcuno lo legge, lo legge davvero e lo commenta.
Questa interazione è la parte più innovativa, l’ immediato riscontro. Non tanto quello di chi ti dice bene, bravo, quello fa piacere ma costa poco, ma c’è chi invece parte da ciò che hai scritto e ci mette del suo, talvolta aggiunge stimoli nuovi, ti fa vedere aspetti trascurati, o semplicemente, fraintendendo, ti dimostra che non eri stato chiaro come pensavi di essere. Mi è capitato non di rado di pensare che certi commenti erano più belli e di maggior valore del post a cui si riferivano.
 
Ma naturalmente c’è sempre un prezzo da pagare, e questo prezzo è il tempo.
Tempo per scrivere e pubblicare, tempo tenere i contatti, per visitare i blog di quelli che ti visitano e cercare di conoscerli un po’ meglio, cercare di contribuire ai loro pensieri come loro contribuiscono ai tuoi.
Tempo per esplorare, tempo per curiosare e documentarsi.
Tempo. Che altro ?
 
E allora continuiamo.
Fin quando ci divertiamo.
Fin quando ci esprimiamo.
Fin quando comunichiamo.
 
Perché lo scrivere dà assuefazione, non consente di smettere. In riserva, in rosso fisso, senza energie, le risorse per muovere la penna ( e la tastiera) si trovano sempre. Negli angoli del tempo, magari, quelli difficili da pulire.

Postato da: melogrande a 09:43 | link | commenti (8)
auguri, ibridamenti

domenica, 11 maggio 2008
Aracnofobia

 
Otto zampe, lunghe e senza peso
l’ insidia pattugliano ben tesa.
Quale indifferente eleganza
in quel portamento regale !
 
No, non c’è anima o cura
nel veleno iniettato immortale,
a conservare del cibo impietrito
per le aliene larve voraci.
 
Così nella rete dei giorni
dibattersi fu una condanna,
mentre attendo compiersi il ciclo
di migliaia di piccole zampe.
 
 

Postato da: melogrande a 11:59 | link | commenti (13)
visioni, inquietudini, autopoesie

Delirio Parmenideo

"Per motivi non chiari,
in circostanze ignote
l’ Essere Ideale smise di bastarsi."
 
W. Szymboska – “Platone, ossia perché”

 
Io sono io. Tu sei tu.
Io sono io perché tu sei tu.
O meglio, io non saprei di essere io se non ci fossi tu, che sei altro-da-me.
Solo se vedo un altro capisco di essere io un individuo. Se non vedessi nessun altro come potrei sapere di essere un esemplare di una specie ? Potrei piuttosto pensare di essere un unico. E se oltre a non vedere altri esemplari della mia specie non vedessi altri esseri viventi ? E se non vedessi proprio altro e basta, se fossi isolato da ogni contatto sensoriale con il mondo esterno, privato degli organi di senso ? Se non fossi in grado di vedere nulla, sentire nulla, percepire nulla ?
Blindato nella mia solitudine, senza evidenza che esista alcun altro-da-me, come mi sentirei ?
Come l’ Unico.
Non l’ unico uomo.
L’ Unico e basta.
Si sentiva forse così l’ Essere prima di creare l’ Universo ?
Forse.
Forse per questo ha creato ?
 

 

 

 

Postato da: melogrande a 11:31 | link | commenti (4)
visioni, idee, anima, inquietudini

sabato, 03 maggio 2008
I monti di Liscione

L’ antica mulattiera sembra salire esasperata.
Non trovo un termine migliore per descrivere la pendenza con cui aggredisce la montagna con decisione, con cattiveria.
Si fa fatica ad immaginare che un mulo a pieno carico possa superare una pendenza simile, un uomo ce la fa a stento, tanto che sul fianco destro della mulattiera sono stati intagliati dei gradini stretti, evidentemente ad uso esclusivamente umano. Il mulo no, il mulo doveva salire per questa via fatta di sassi certosinamente scelti, smussati ed incastrati uno accanto all’ altro a formare non soltanto una via ma un intarsio, un disegno semplice ed ingenuo. Tempo e pazienza smisurati, o di una misura ormai a noi aliena ed incomprensibile sono stati necessari, merce introvabile oggi ma comune in passato quando mancava quasi tutto ma non la fede.
 
I sassi, il tempo e la pazienza sono dunque la materie prime di questa via antica, e tempo e pazienza servono ancora adesso per salirla, a passo lento, affrettarsi servirebbe solo a fermarsi in affanno dopo pochi tornanti. I sassi sono lucidi e levigati, è l’ effetto prodotto da migliaia di zoccoli, zoccoli di muli e zoccoli di contadini, solo da qui si può salire dal lago per raggiungere il piccolo villaggio a mezza costa, e non per fare una scampagnata domenicale, ma per le necessità della vita di lassù.
Il villaggio esiste ancora, sui Monti di Liscione, è disabitato ma non abbandonato, molte vecchie baite sono curate, probabilmente qualcuno viene a passarci le vacanze, e del resto la magia del luogo vale la fatica di raggiungerlo.
Insomma, la gente ancora continua a salire per questa via, ma il salire per questa via ha ormai consolidato un carattere festoso, allegro, di vacanza o scampagnata. Non era certo così in passato, queste pietre sono state lustrate a forza di zoccoli e sofferenza, di sudore ed imprecazioni. E chissà se le imprecazioni cessavano, o si interrompevano di tanto in tanto quando un tornante svelava alla vista un po’ più di lago rispetto al tornante precedente, un po’ più di questa pacata bellezza, chissà se chi si arrampicava quassù restava davvero immune al fascino di questa vista.
Colma Bugone 20
Bellezza e fame accompagnavano l’ ascesa, si immagina, attraversando adesso un bosco di castagni. Quasi un gioco per noi raccoglierle per arrostirle la sera a casa, ma un tempo non era affatto un gioco. Le castagne erano cibo, pressoché l’ unica cosa commestibile che si riuscisse a strappare al bosco quando l’ inverno si avvicinava, insensibile alla sofferenza dei pochi testardi che alla montagna restavano abbarbicati. Si mangiavano le castagne per non ,morire di fame, e questo è tutto.
 
Monti Liscione 05
Le vecchie baite hanno tante storie da raccontare a chi si avvicina in punta di piedi disposto ad ascoltare, sono piccole, basse, buie, sono fatte per tenere il calore, difendersi, chiudersi dentro, sono tane più che residenze. Qua e là sopravvive qualche antico attrezzo, un basto da mulo, una falce arrugginita, raccontano storie di faticosa sopravvivenza.
Da qui si riprende a salire verso il rifugio,il lago pare di vederlo da un aereo adesso, si risale il Monte Bisbino fin quasi alla cima, fino al rifugio.
Una lapide commemora una strage di partigiani e ricorda sommessamente che da queste parti non hanno conosciuto solamente fame e povertà. Non poteva mancare la guerra e non è mancata, azioni partigiane e rastrellamenti.
 
Ma oggi è domenica. Il sole gioca fra i tavoli di legno. Ci sono compagnie di amici, bambini che corrono in giro, ci sono taglieri di salumi e caraffe di vino, ci sono piatti di polenta ed occhiali da sole a specchio e risa e voci troppo alte, sarà il sole o il vino a fare effetto ?
 
È festa anche qui, per una volta.
 
 
 

Postato da: melogrande a 12:52 | link | commenti (8)
luoghi, viaggi reali



 
 
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