La grande villa stava sulla cima di una collinetta un po’ fuori dal paese, una località che i locali chiamavano con enfasi fuori luogo “La Montagna”
Di montagna in effetti non c’ era molto, il paese stava arroccato a 650 metri d’ altezza, la collinetta ne aggiungeva sì e no altri 50. E però “la Montagna” era, per tutti.
Abuso di posizione dominante, atavica soggezione, superior stabat lupus, chissà quale metafora era all’ origine di questa immeritata denominazione. La Montagna.
La villa era stata la prima ad essere costruita su quella collinetta e per molto tempo era rimasta anche l’ unica. Il terreno verosimilmente era stato comprato a prezzo stracciato, terreno arido e pietroso, coperto di cespugli spinosi, adatto tutt’ al più al pascolo delle capre.
La posizione però era eccellente, e dalla grande veranda della villa si dominava la campagna circostante sullo sfondo di catene di colline che sfumavano nell’ azzurro dell’ orizzonte come onde successive in alto mare.
Dalla veranda si accedeva ad un ampio salone, dietro c’ erano la cucina ed un piccolo tinello, le camere erano tutte al piano di sopra.
Sul retro della villa era stata piantata una pineta, nell’ illusione di addolcire un po’ la calura dei mesi estivi. Un’ illusione, appunto.
Il ragazzo passava nella villa parte delle vacanze estive, ospite degli zii.
In quel pomeriggio di luglio non c’ era una nuvola in cielo e faceva molto caldo. Erano circa le tre del pomeriggio quando uscì scavalcando l’ inferriata della recinzione, come faceva spesso per evitare di percorrere il lungo viale in discesa che portava al cancello principale.
Saltando giù dalla parte opposta il ragazzo si trovò nei campi incolti. Il fruscio provocato dal salto aveva creato di colpo un incongruo silenzio, ma subito dopo grilli e cicale, tranquillizzati sulla natura non minacciosa dell’ evento, ripresero i loro versi in un crescendo che ridivenne presto assordante. Si fa fatica a credere quanto possa essere forte il frinire di grilli e cicale, pensò il ragazzo. È che ad un suono pressoché continuo si finisce col non fare più caso, tranne quando, come poco fa, qualcosa interviene ad interromperlo di colpo. E allora il contrasto con un vero silenzio ti svela di colpo che quello di prima non lo era affatto, come invece credevi.
L’ aria non era ferma, una brezza leggera faceva oscillare appena l’ erba secca ma non riusciva a neutralizzare la sensazione di intenso calore sulla pelle, come stare molto vicino ad un camino acceso. Non era una sensazione sgradevole, in fondo.
Il campo di fronte alla villa era completamente ingiallito, coperto per lo più di sterpi spinosi. A circa duecento metri di distanza, su un piccolo rialzo si vedeva un vecchio casotto rustico di mattoni, usato un tempo dai pastori della zona . Il ragazzo vi si diresse cercando di evitare che gli spini gli lacerassero le gambe nude, senza riuscirci.
Il terreno sotto i sandali era duro e pietroso, sui cardi secchi si vedevano grappoli di piccole chiocciole bianche, immobili, in attesa della pioggia.
Il ragazzo ne staccò una e la osservò. L’ imboccatura della conchiglia era sigillata da una specie di pellicola bianca, come uno strato di carta velina. Chiusa dentro per difendere l’ umidità, la lumachina aspettava, sembrava morta ma di sicuro non lo era. Il ragazzo ricordava le volte in cui, subito dopo un temporale, aveva visto quei grappoli mettersi in movimento come una foresta pietrificata che riprende vita per effetto di un sortilegio.
Ma adesso no, adesso era tutto caldo e secco e immobile e pareva senza vita.
Non tutto.
Il fruscio era quasi impercettibile, ma il ragazzo se ne accorse.
Una piccola lucertola era sbucata in mezzo agli sterpi.
Il ragazzo si avvicinò, trattenendo il respiro.
La lucertola si mosse portandosi sopra una larga pietra, ed il ragazzo ne fu soddisfatto. Rendeva tutto assai più semplice.
Riuscì a portare la mano sinistra dietro alla bestiolina senza allarmarla, poi sollevò lentissimamente la destra. La lucertola ebbe uno scatto improvviso, ma non fu veloce abbastanza e si trovò intrappolata fra le mani del ragazzo, chiuse come le valve di una conchiglia.
Fra i palmi, il ragazzo sentiva il piccolo rettile muoversi a brevi scatti, per poi rimanere immobile.
Dischiuse leggermente le mani, lasciando che la lucertola mettesse fuori la testa, ma senza lasciargli spazio a sufficienza per sfuggirgli. La parte superiore della testa era di un verde piuttosto scuro e maculato, la parte inferiore era quasi bianca. Gli occhi erano piccoli come spilli, e altrettanto penetranti.
La lucertola rimase immobile, a parte la lingua saettante, ed a parte la gola pulsante.
Lo poteva sentire quel pulsare contro il dito. Aprì ancora un po’ le dita e vide la pelle bianca alzarsi ed abbassarsi ritmicamente. Sforzandosi ancora di guardare dentro il cavo buio delle mani, il ragazzo vide che la coda della lucertola era intatta. Ne fu contento. A volte quando si cattura una lucertola con le mani, un pezzo di coda si stacca. Non sembra essere un grosso trauma, per la lucertola, si direbbe non si accorga neppure della perdita, che è del resto una perdita temporanea, la coda ricrescerà piano piano. Ma una lucertola con la coda mozza è una lucertola goffa, perde gran parte della sua naturale, rettilesca eleganza. Non è più la stessa cosa.
Il ragazzo si piegò sulle ginocchia, lentamente dischiuse le mani e lasciò che la lucertola si dileguasse velocissima fino a scomparire fra i sassi.
Il sole era ancora alto nel cielo, il pomeriggio sarebbe stato lungo ed il ragazzo pensava che molti altri pomeriggi sarebbero venuti e ci sarebbero stati campi da percorrere e spine da scansare e piccole creature da tenere tra le mani e pensò che la solitudine non sarebbe stata un destino e che ci sarebbero stati giorni infiniti in cui sentirsi felice.
La semplicità è un inganno, perché le cose della vita non sono semplici affatto.
Su ciò che è natura il problema non si pone neppure, una primula è tutt’ altro che semplice, è un organismo di una complessità affascinante e di una stupefacente raffinatezza.
Il discorso si pone semmai per ciò che è prodotto umano, creato da qualcuno, e che ci lascia attoniti per la semplicità, l’ eleganza e la bellezza che vi affiora.
Ma proprio qui sta l’ inganno. Non è affatto detto che ciò che appare semplice davvero lo sia.
Per produrre un risultato apprezzabile ci vuole il talento naturale, questo è sicuro, ma ci vuole pure tanto studio, padronanza della tecnica, cocciuto perfezionismo.
Il volteggio di una pattinatrice sul ghiaccio è “semplice” come appare ?
O non è invece un movimento difficile e complesso che è stato studiato e ripetuto, provato e perfezionato fino ad apparire come un movimento spontaneo e “semplice”, eseguito senza sforzo ?
Una semplicità che è invece conquistata con sforzo, con una ricerca complessa, lenta, esasperata.
Credo che tutte le cose che ci appaiono miracoli di semplicità nascondano questo meccanismo.
Prendiamo un film come Centochiodi.
Un miracolo di semplicità evangelica, dicono.
Davvero ?
Davvero un film così potrebbe essere fatto da una persona semplice ? o non è piuttosto il contrario, il prodotto estremo di un uomo coltissimo, che ha sperimentato fino in fondo la complessità e la profondità ?
E siccome il discorso si è fatto evangelico, diciamo pure una cosa che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti, se solo fossimo in grado di leggere con i nostri occhi e capire con la nostra testa invece che con gli occhi e con la testa di chi ci insegna come leggere ciò che sta scritto.
Gesù non è affatto un personaggio semplice. Discorso che merita se ne parli separatamente, prima o poi.
È necessario essere un po’ complessi, insomma.
Il mondo è complicato, e gli esseri umani lo sono ancora di più.
Sono domande a risposta multipla, in cui però le diverse risposte non si escludono a vicenda, ciascuna risposta contiene una sua parte di verità e nessuna la contiene per intero. Bisogna raccogliere i pezzi e metterli insieme.
Non c’è un’ interpretazione sovrana, l’ ermeneutica del mondo è arte fragilissima, l’ opinabile è certezza, la precarietà è solida come roccia.
L’ ingegno è multiforme, si sa, e pure i mostri hanno le loro buone ragioni, logiche ed argomentate, non si può negarlo. Il lavoro rende liberi, certo, e che poteva poi fare il povero Pilato dopotutto. Nessuno vuol stare dalla parte del torto.
Raccogliere i frammenti di uno specchio rotto, ricostruire come fa un archeologo.
Serve pazienza certosina, capacità di adattamento, accettazione, riflesso, empatia.
Serve amore, anche, certo. L’ amore che serve a ricostruire il vaso in frantumi, diceva Derek Walcott, è superiore a quello che è stato necessario per farlo.
Non acquiescenza, si capisce, tutt’ altro. Serve spirito critico. Ma per criticare serve prima capire, non si può criticare ciò che non si capisce.
Capire ogni frammento è sfida difficile, è duro lavoro, è complessità in atto.
Spezzettarsi in cento parti, calarsi in cento punti di vista diversi, ricostruire il mosaico dall’ interno. Distinguere oil grano dalla paglia, le ragioni dai torti, soggettivi, uno per uno, con imparziale equilibrio.
Una disciplina intellettuale che dura una vita, se pure una vita basta.
Per arrivare ad essere stratificati, strutturati, dotati di registri multipli per interpretare la realtà a più livelli, una realtà che nel frattempo pare si diverta a diventare sempre più complessa e ramificata.
Non ci sono ricette semplici, non ci sono scorciatoie.
La semplicità è il risultato di un esercizio infinito.
È come la naturalezza del gesto atletico di un grande campione, che appare leggero, spontaneo e senza sforzo mentre in realtà quella leggerezza è il risultato di una vita di duri esercizi, sempre più avanzati e complessi.
E così, esiste una semplicità di parvenza, che non aiuta a capire il mondo, ed una semplicità di arrivo, a cui si perviene dopo aver traversato l’ oceano della complessità.
Ci sono momenti in cui l’ anima s’ innalza e sprofonda al tempo stesso, ti domandi come sia possibile una cosa del genere, momenti in cui la sommità del cielo ed il centro della terra sembrano talmente vicini da poterli toccare entrambi, contemporaneamente.
Ci sono momenti in cui il mondo scompare e l’ anima riempie il cosmo, e l’ universo appare solamente un di più, un riflesso esteriore che semplicemente traduce una luminosità interiore, come se si fosse un vaso di alabastro al cui interno sia posta una candela.
Ci sono momenti in cui tutta la luce è dentro, la realtà tutta conosciuta, momenti in cui con gli occhi chiusi si vede molto meglio.
Ci sono momenti che nulla potrà superare, questo lo si sa già, momenti di perfetta perfezione in cui il mondo stesso tratterrà il respiro e ti osserverà ammutolito dallo stupore.
Esistono momenti così.
In quei momenti provi già il dolore della perdita, la mancanza che ne seguirà.
L' amico Astrogigi, giustamente premiato per il suo blog sospeso fra scienza e poesia "Il Signore delle Stelle" http://astrogigi.splinder.com, con il premio Arte y Pico Award, ha voluto condividerlo con me.
La Poetessa Rossa, a cui lo avevo volentieri passato, me lo restituisce con un passaggio all' indietro. Non so se il Regolamento lo consente, ma io intanto me lo prendo e ringrazio.. :-))))
Questo è il regolamento per chi lo riceve :
1) scegliere 5 blog che si considerano meritevoli di questo premio, per creatività, design e materiali particolari utilizzati, e che diano un contributo alla comunità dei blogger, indipendentemente dalla lingua!
2) ogni premio assegnato,deve avere il nome dell'autore e il collegamento al suo blog, così che tutti lo possano visitare;
3) ogni premiato deve esibire il premio e mettere il nome e il collegamento al blog di colui che ti ha premiato;
4) Il premiato deve mostrare il collegamento con il blog ARTE Y PICO dove nasce l'iniziativa http://arteypico.blogspot.com/