inquietudini e viaggi

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Utente: melogrande
Nome: Francesco
Un'anima in viaggio, un po' autocentrata, ma non arida. Un temporale di marzo, a volte.

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domenica, 28 settembre 2008
Attesa

 Attesa
L’ attesa muta chi attende.
Attendere è tendere a, è sporgersi verso, allungare una mano per afferrare.
 
Se attendo mi protendo e questo protendersi è comunque tensione, un allungarsi, sforzare se stessi per colmare quello spazio fra sé e ciò che si attende.
Il protendersi può diventare feroce ed assoluto, una concentrazione totale in ciò che si attende, una concentrazione che esclude ogni altra cosa.
Chi attende così non può svagarsi, non può leggere, non può ascoltare musica o fare una passeggiata.
Chi attende così attende e basta, e l’ attendere è totalizzante, avvolge ed impregna tutto l’ essere.
Una fusione con chi non c’è.
 
Se attendo pretendo.
Perché la cosa attesa diventa propria, per effetto dell’ attesa stessa, del tendersi del corpo e dell’ anima. Ciò che è atteso a sua volta viene circondato, coperto, avvolto dal sé, viene fatto proprio. E più l’ attesa si prolunga, più cresce questa interiorizzazione, questa cura, questa aspettativa. Questa fusione.
A tal punto che l’ attesa delusa si tramuta per chi attende in un senso di privazione, non tanto il non essere riuscito ad avere il di più atteso ma al contrario essere privati di un pezzo che era già dentro, parte di se stessi.
L’ attesa delusa è un’ amputazione di ciò che non c’ era.
 
A tal punto l’ attesa cambia chi attende.
 

Postato da: melogrande a 14:01 | link | commenti (6)
luoghi, anima, viaggi mentali

sabato, 27 settembre 2008
Esagerazioni al parco acquatico

 
Ogni parco acquatico che si rispetti ha gli scivoli, naturalmente.
Questo ne ha tre, senza contare quello per i bambini.
Il più alto si chiama “kamikaze”.
Nientemeno.
 
In realtà, il compito di uno scivolo è quello di sostituire il tuffo dal trampolino, o dalla piattaforma che sia. Piuttosto che tuffarti da otto, dieci, quindici metri ti lasci scivolare in una specie di pista da bob che ti accompagna fino all’ acqua.
Vai veloce, naturalmente, ma con moderazione, provi emozione, ma non quanta ne proveresti a tuffarti direttamente da una piattaforma, ammesso di riuscire davvero a tuffarsi da così in alto.
È un’ emozione a metà, insomma, non la si può definire propriamente una prova di fegato, e forse per compensare questo fatto gli scivoli li battezzano con i nomi più aggressivi e bellicosi ?
Il più alto e veloce, per l’ appunto, l’ hanno chiamato kamikaze, e la cosa mi genera un certo fastidio, un prurito, come il senso di una mancanza di rispetto.
Rispetto ? Ma di che sto parlando ?
Un kamikaze ? un portatore di morte, un terrorista, un assassino ?
Che rispetto merita ?
 
È un pensiero ambiguo, questo, e forse per questo non riesco a metterlo da parte.
Il pensiero ambiguo è quello che il kamikaze abbia in fondo qualcosa che a noi ormai manca del tutto, qualcosa in cui credere in modo così forte ed assoluto da essere disposti a sacrificare la propria vita..il fatto di possederla un’ idea più grande di se, per quanto sbagliata, un’ idea di odio e distruzione, un’ idea prepotente ed intollerante, noi ne sappiamo qualcosa, non c’è da tornare indietro fino alle crociate, il Novecento è stato un secolo di idee così, di ideologie che hanno preso il posto delle religioni nel prendere il controllo delle menti, ed il risultato è stato il più grande bagno di sangue che l’ umanità ricordi.
 
Non è facile ragionare con uno convinto di fare la volontà di Dio, ma neppure con uno convinto di essere l’ agente della Storia con la S maiuscola.
Di conseguenza siamo ormai vaccinati, diffidiamo di ogni idea troppo forte, di ogni principio troppo universale. Uno scetticismo che richiede un prezzo da pagare, un prezzo alto, ed è il rischio del nichilismo, del “no future”, della generazione X.
Fa male questa sorta di deserto interiore, fa male questa liquidità di punti di riferimento, questo navigare a vista, questo ripiegarsi su se stessi.
E da qui proviene la strana irrazionale miscela di disagio ed inconfessabile rispetto con cui si osserva chi conserva convinzioni più grandi di sé, idee che lo portano a ritenere la propria vita spendibile per un fine, ancorché un fine di odio e distruzione.
 
Un kamikaze odia, odia talmente tanto da considerare meritevole il sacrificio della propria vita in cambio della morte di molti nemici. Una follia, da ogni punto di vista.
La razionalità lucida della morale kantiana porta alla conclusione che la persona umana non debba mai essere una mezzo per ottenere qualcosa, ma un fine. Un kamikaze fa proprio l’ opposto, usa la propria persona come un mezzo, per di più un mezzo per uccidere altri, e usa questi altri a loro volta come mezzi per diffondere un’ idea.
Proprio nulla di kantiano.
 
Ma c’è di più, nell’ ambiguità della figura del kamikaze, capace di confondere e di tormentare chi ci riflette sopra. Ed è un aspetto di cui i terroristi si rendono perfettamente conto, e che usano come parte essenziale della propria strategia.
Noi amiamo la morte quanto voi amate la vita, dicono, senza nascondere un senso di disprezzo.
Dovrebbe essere un principio del tutto logico e razionale, quello di amare la vita più della morte, no ?
Ma allora perché quel tono di scherno ?
Il terrorista ci sta definendo come dei vigliacchi, questo è chiaro, ma a noi dovrebbe importare assai poco e non c’ è motivo per cui le sue parole ci turbino. O no ?
Il vero problema non è il fatto di amare la vita, ci mancherebbe altro.
Il vero problema è avere rimosso la morte, rifiutarsi di vederla. Rifiutarsi di accettarla.
 
Si, lo so, è vero, i telegiornali sono pieni di immagini violente, di scene di guerra, calamità naturali, morti. Però questo non fa che confermare la tesi. Infatti il morto ammazzato, il morto in un incidente, il morto in guerra non viene mai veramente mostrato, in tutta la sua cruda verità, come invece si fa nei film, protetti dalla convenzione con lo spettatore che “si fa per finta”. Si parla di morte senza mai mostrarla.
La morte naturale è un evento naturale che si fa fatica a guardare in faccia, che abbiamo rimosso.
Ma il rimosso ritorna sempre, e la morte ritorna come piaga sociale, come malattia inaccettabile.
 
Compriamo le bistecche al supermercato, confezionate in igieniche vaschette con la pellicola trasparente. Sappiamo benissimo da dove vengono le bistecche, sappiamo che hanno richiesto l’ uccisione e lo smembramento di un animale che era stato fatto nascere e crescere al solo scopo di essere poi ucciso e smembrato.
Ma questa realtà è rimossa ed espulsa dalla coscienza. Siamo ambigui.
Quesi nessuno più sarebbe in grado di uccidere con le sue mani, di sgozzare un maiale o un vitello, pur essendo consapevoli che non c’è altro modo per ottenere le bistecche e qualcuno deve pur farlo, questo lavoro mortifero.
Una morte delegata, tenuta nascosta, ignorata, non vista.
Chi vorrebbe visitare un mattatoio in esercizio ?
Lo sguardo si distoglie.
 
Così capita anche con la morte per vecchiaia e per malattia, nascosta con pudore. È la morte, non più il sesso il vero tabù della società occidentale.
Questo il terrorista sa, e questo ci sbatte in faccia deridendoci.
Questo è ciò che imbarazza.
 

Postato da: melogrande a 18:40 | link | commenti (4)
riflessi, idee, inquietudini

domenica, 14 settembre 2008
Come

Maturi
Vecchio come il tramonto,
muto come il futuro,
chiuso come il passato
mi sento primitivo
come la luna nuova.
 
Ingenuo come un torrente,
corrotto come il mare
osservo,
complicato come il gatto,
paziente come un albero.
 
 

 

 

 

 

 
 

Postato da: melogrande a 19:26 | link | commenti (7)
anima, inquietudini, autopoesie

domenica, 07 settembre 2008
Finis Terrae

Non sentite il lamento della Terra
Come un gigante gemito che sale ?
 
Patrizia Valduga
 
 
Finis Terrae la fine della Terra, non è una leggenda, esisteva davvero, stava in Galizia, per la precisione nella località di Furlon.
 
Le cose stavano più o meno così.
Il pellegrino venuto da lontano, dalla Francia, dall’ Italia lungo la Via Lattea, il cammino di Santiago, dopo aver camminato per settimane o mesi, giorno dopo giorno, dalla mattina presto fino al tramonto, per ottocento chilometri o più, a seconda del punto di partenza, arrivava finalmente a Santiago di Compostela, la meta dichiarata del pellegrinaggio.
E lì percepiva di essere arrivato alla meta esplicita, al santuario verso il quale aveva preso le mosse, ma di esserci arrivato con un senso di insoddisfatta scontentezza. Non sempre andiamo dove diciamo di voler andare, o addirittura pensiamo di voler andare.
Santiago è la meta dichiarata, ciò che ha messo in viaggio, ma non è la fine del cammino, e allora, dopo aver compiuto le necessarie devozioni, molti pellegrini ripartivano, ma non per tornare indietro, no.  Ripartivano per andare avanti. Fino a dove il cammino davvero finiva perché non c’ era più nessun posto dove andare, di fronte all’ Oceano Atlantico.  
Dove la Terra finiva.
Alla fine della Terra.
Finis Terrae, a Furlon, in Galizia.
 
Altri tempi.
 
Oggi a parlare di fine della terra non ci viene in mente la fine spaziale, il punto in cui non c’ è più terra sotto i nostri piedi perché comincia il mare.
Ci viene in mente semmai la fine temporale, il termine del ciclo vitale del pianeta.
La morte della terra per consunzione, ed usura e dissanguamento.
Sfinita e vampirizzata dagli esseri umani che la succhiano e la sventrano e l’ avvelenano.
Noi, insomma.
 
Quando e perchè abbiamo fatto dell’ economia la religione laica della nostra vita ?
Quando e perché ci siamo fatti l’ idea che l’ economia sia il fine ultimo dell’ esistenza, e non, come sembrerebbe ovvio, un mezzo per star bene ?
Il denaro non dà la felicità, dicono coloro ai quali il denaro non manca. Quello che non dicono, o forse non sanno è che la mancanza di denaro può invece dare infelicità, molta infelicità. Ben difficile essere felici con la pancia vuota, si sa, anche se non è detto che a pancia piena invece automaticamente lo si diventi.
Condizione necessaria ma non sufficiente, direbbero i matematici.
 
Condizione soggetta al senso del limite, per di più, perché la ricchezza come il potere è una scala che non ha fine, è c’è sempre qualcuno che ne ha più di te.
Per di più, a leggere le notizie di gossip non si direbbe neppure che a maggior ricchezza corrisponda maggior felicità, o anche solo maggior saggezza.
 
 
 
 
Siamo avviliti perché abbiamo solo un dio, e questo è l'economia.
J. Hillman
 
Economia letteralmente vuol dire nient’ altro che “regola della casa”, una disciplina che dovrebbe presiedere all’ amministrazione domestica, il termine “economia domestica” sarebbe dunque una tautologia, in senso etimologico. Ed invece il termine “economia” si è costituito in forma di totem al di là di ogni diritto di critica.
Non è possibile avanzare neppure l’ ombra del dubbio sul fatto che il PIL sia un parametro in qualche modo fuorviante, a volere essere buoni.
 
Eppure.
Mettiamo che il Governo decida di investire una colossale quantità di denaro in un faraonico progetto che preveda di prelevare con giganteschi sistemi di pompaggio l’ acqua del Mar Tirreno, convogliarla attraverso gli Appennini e riversarla nell’ Adriatico, beh, non sono un economista ma mi sa che l’ effetto di questa boiata sarebbe di far aumentare il PIL in modo rilevabile. Perché il PIL, poveretto, misura la somma delle attività di un Paese, e non lo può sapere se queste attività sono utili a qualcosa oppure no.
Ci sono altri totem economici come la cosiddetta “creazione di valore”, ma qui rischiamo di divagare.
Il punto è che l’ economia è uno strumento, non un fine, e come tutti gli strumenti dovrebbe essere
utile a qualcosa, e per la precisione a migliorare il tenore di vita delle persone.
Esistono dei bisogni che generano una domanda, ed esiste una produzione destinata a soddisfarli. Fin qui niente di strano.
Quando però uno sente dire che occorre “stimolare i consumi” per “sostenere la produzione”, non è abbastanza evidente che il rapporto fra mezzi e fini si è abbondantemente capovolto ed i bisogni (da “stimolare”) sono diventati un mezzo, al servizio della produzione (da “sostenere”) che è in realtà il vero fine?
Stimolare i consumi vuol dire “buttate via la roba che avete e compratene dell’ altra, anche se non ne avete bisogno, perché altrimenti ci tocca rallentare la produzione”, e non si può, perché l’ aumento della produzione è appunto il fine ultimo da perseguire.
A questo fine ultimo, in quanto per l’ appunto “fine ultimo” appare logico sacrificare tutto il resto, condizioni di vita comprese, per cui lavoriamo come matti per comprare cose che non abbiamo veramente bisogno di comprare, ma che è necessario comprare perché altrimenti non potremmo sostenere i ritmi produttivi esasperati di oggi, quei ritmi che ci consentono, anzi ci impongono, di lavorare appunto come matti, non so se è chiaro.
 
L’ aumento del PIL è un dogma assoluto, ma anche un dogma relativo, e questo è pure peggio perché non basta che il PIL aumenti, l’ aumento deve essere in linea con quello dei nostri concorrenti, per evitare di perdere terreno. Siamo nel campo dell’ agonismo puro, qui, una competizione, una gara a chi corre di più. Ma dove corriamo ?
 
Solo chi non vuol vedere non vede che questa corsa è incompatibile con la sopravvivenza del pianeta. Già oggi, così come siamo, la Terra non potrebbe reggere il peso della popolazione attuale, se questa popolazione si portasse al tenore di vita ed al ritmo di consumi degli Stati Uniti. Che per altro sono pressoché doppi di quelli già elevatissimi dell’ Europa, e cinquanta volte superiori alla media dei paesi cosiddetti in via di sviluppo. Che succederà quando appunto si svilupperanno ?
Dal canto loro gli Stati Uniti non stanno certo fermi, crescono mediamente del due o tre per cento ogni anno, preoccupatissimi di perdere terreno rispetto a Cina ed India che si permettono tassi annui di sviluppo a due cifre.
 
Tutto questo non è “sostenibile”, per usare una parola oggi abusata a tal punto da dare il sospetto di essere una specie di esorcismo. Sviluppo sostenibile è insomma una sorta di ossimoro, una contraddizione in termini, ed oscuramente questa è una cosa che percepiamo.
 
Il problema è che nessuno sa come venirne fuori.
“Basterebbe fermarsi” non è una risposta valida, quando si sta in equilibrio sulle onde non ci si può fermare, perché a fermarsi arriva la recessione, i consumi ristagnano, le imprese rallentano, cominciano a licenziare, e così i consumi rallentano ancora di più.
È come stare su un aereo in volo, se rallenta rischia di precipitare, nessuno ha ancora inventato in economia il concetto di atterraggio morbido. Allora si continua a volare, ma il carburante nei serbatoi sta diminuendo, e si capisce che sarebbe saggio tentarlo adesso, l’ atterraggio, mentre ci rimane carburante sufficiente a stabilire dove come e quando provarci, piuttosto che quando il serbatoio sarà vuoto del tutto, e le decisioni le prenderà per noi la forza di gravità.
Lo capiamo, lo capiamo benissimo che ci schianteremo, il petrolio viene consumato ad un ritmo molto superiore alle scoperte di nuovi giacimenti, stiamo svuotando il bicchiere, e non sappiamo con cos’ altro riempirlo, il nucleare non lascia tranquillo nessuno, il carbone è micidiale per la CO2 e l’ effetto serra, altro non c’è, le energie rinnovabili sono allo stato attuale una goccia nel mare o una pietosa bugia.
 
Allora non resta negare, mettere la testa nella sabbia, dire che tutto sommato non ci sono prove conclusive, tutto può avere una spiegazione alternativa, gli ecologisti drammatizzano sempre tutto, a loro conviene gridare al lupo.
Va bene.
 
Ma se uno ragiona su un rischio, dovrebbe farlo in modo neutro, oggettivo.
La statistica spiega che un rischio può essere quantificato moltiplicando la probabilità di accadimento per la severità delle conseguenze. Ora, le conseguenze di precipitare con l’ aereo sarebbero per chi ci sta sopra definitive, ma la probabilità è abbastanza bassa perché la gente si arrischi comunque a salire sugli aerei, sottoscritto assiduamente compreso.
Io invece non mi sono più fidato a continuare a fumare dopo avere letto le statistiche e soprattutto dopo avere visto un tumore ai polmoni portare via mio papà. Un esempio vale cento discorsi.
 
Ora.
Pascal faceva un ragionamento di questo tipo: ammettiamo pure che le probabilità dell’ esistenza di Dio siano bassissime. Le conseguenze nell’ aldilà sarebbero però eterne, e pertanto infinite. Siccome  moltiplicando un numero per quanto piccolo per infinito si ottiene sempre infinito, conviene credere.
Poco elegante, se volete, scommettere in questo modo sull’ esistenza di Dio, ma tant’è.
Lo stesso ragionamento però dovrebbe valere sulla possibile consunzione della Terra.
Ammettiamo pure che le probabilità che il mondo finisca per mano dell’ uomo siano basse, le conseguenze sarebbero però infinite. Il prodotto fa un rischio infinito. Varrebbe la pena di prenderlo sul serio.
 
Ci vorrebbe forse un nuovo modello economico, basato sui bisogni più che sui desideri, un modello in cui noi felice minoranza del Primo Mondo dovremo rassegnarci ad una fetta più piccola della torta. Ma un nuovo modello economico nel mondo d’ oggi è come una nuova religione qualche secolo fa, chiunque ne parli rischia un metaforico rogo con l’ accuso di dirigismo, statalismo o, dio non voglia, vetero-marxismo. Eresia. Anatema.
 
E allora continuiamo a farci del male, investiamo cifre enormi in pubblicità necessarie a convincerci che desideriamo cose di cui non abbiamo nessun bisogno.
L’ 80 % del costo di un orologio di marca serve a coprire le campagne pubblicitarie, l’ 80%.
Fa impressione, no ?
 
 
La superbia di tutta la specie
fa catastrofe. Noi siamo qui, con un
amore avvoltolato nel panno, e non
sappiamo dove sbatterlo giù, a chi
darlo in consegna.
 
La Terra ha davvero pascoli tanto belli
da qualche parte .
 
 
M. Gualtieri, Voci Tempestate
 
 
 
 .

 

 

 

 

 

 

 

Nota:

Tutte le foto che accompagnano questo post sono state scattate di una fotografa di sedici anni di nome MaD, frutto del Melogrande, nell' eremo di San Nicolas, uno dei tanti ostelli per i pellegrini che si trovano  lungo il cammino di Santiago.

Postato da: melogrande a 12:52 | link | commenti (14)
riflessi, luoghi, idee, pensiero



 
 
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