Vorrei darvi tutti i miei errori,
carissimi figli adorati,
come fossero esposti al museo,
reliquie di un tempo più arcano.
Vorrei li osservaste scrutando,
intuendone il senso profondo,
e vorrei ne teneste il ricordo
pur senza raccoglierne il male.
La mia vita vorrei presentarvi,
da esplorare con volo planato,
un paesaggio di boschi e rovine,
da percorrere e forse salvare.
Vorrei vi vedeste l’ amore,
la mia compassione e la cura,
celerei tra selvatiche foglie
il dolore di cui s’è imbevuta.
“Arabic Coffee, sir ?”
Il servitore indossa il tradizionale abbigliamento saudita, tunica bianca immacolata, kefiah a scacchi bianchi e rossi fermata da un doppio cordone nero.
Tiene in una mano la tipica curcuma araba dal becco lungo che sembra la lampada di Aladino e nell’ altra una pila di piccolissime tazzine senza manico.
Certo che sì.
Versa il caffè con abilità, allontanando la caffettiera dalla tazza con un gesto studiato ma elegante, così che il getto chiaro disegni un arco ampio nell’ aria, raggiungendo pur sempre con precisione la destinazione. Poi mi porge la tazzina con un accenno di inchino e si gira per rimettere la caffettiera sul braciere.
A me piace il caffè arabo, lo dico davvero.
Solo che non sono molti quelli che lo definirebbero caffè.
Ora, lo so, noi italiani giochiamo a fare i difficili col caffè degli altri, perché gli altri non hanno la mokabialetti e non capiscono niente di come si fa e non sarà mica caffè quella specie di beverone puzzolente e avanti così.
Va bene. Lo capisco.
Non piace molto neppure a me il caffè nordico, quello lungo e chiaro che si beve nella tazza da tè come se fosse tè e che ti costringe a fare pipì nel giro di pochi decimi di secondo. E meno ancora mi piace il caffè americano, tostato chiaro chiaro e servito nel mug o tazza cilindrica col manico come si vede nei telefilm.
Fortuna che ormai l’ espresso si va diffondendo un po’ dovunque e lo si trova sempre più spesso. E poi da un po’ di tempo c’è Starbucks che l’ espresso lo fa davvero buono e così si risolve la situazione pure al polo nord.
Ma tutto questo discorso riguarda per l’ appunto il caffè.
Il caffè propriamente detto, quella bevanda nera nera che a spostarsi del Sud verso il Nord diventa sempre meno nera, Starbucks esclusi come abbiamo appena detto. Il caffè, insomma.
Ma quello che ho in mano adesso che cos’ è ?
Già il colore non c’ entra nulla, è un color verde chiaro con riflessi giallastri.
E poi è torbido, come se ci fosse della polvere in sospensione.
L’ odore, poi.
È un forte odore speziato di erbe su cui prevale l’ inconfondibile e prepotente cardamomo.
Ma come si fa a chiamarlo caffè ?
Gli arabi non lo tostano affatto, lo lasciano verde e lo tengono in infusione a lungo con erbe e spezie nella curcuma poggiata sulla brace, fino ad ottenere una specie di decotto.
Vabbè, paese che vai usanze che trovi, a me questo sapore piace molto, sia chiaro, tanto che quando lo trovo mi faccio riempire la tazzina tre o quattro volte di seguito.
Solo, trovo che lo dovrebbero chiamare con un altro nome, ecco, chiamatelo infuso arabo o decotto arabo o come vi pare, ma non caffè arabo.
Non dovrebbero usurpare il nome sacro del caffè, ecco tutto.
Il vero caffè è solo il nostro, quello nero e profumato che prende l’ olfatto molto prima del gusto, quell’ aroma intenso che sveglia i sensi prima di averne bevuto una goccia, io certe volte resto col naso sopra la caffettiera ad aspettare che venga su proprio per sentirlo sul nascere, quell’ aroma. E poi il sapore, forte e amaro come la vita vera, nemmeno ci metto lo zucchero, tanto mi piace sentirne l’ eco in fondo al palato, quel senso di asciutto quasi violento come una pozione letale, che poi sarebbe proprio nelle intenzioni della pianta. È infatti curioso ed un po’ paradossale, in effetti, ma è proprio così, la pianta del caffè sviluppa tossine per difendersi dai predatori e le concentra nei semi, ed i predatori sviluppano un fegato così raffinato che quelle tossine la assumono per svegliarsi ben bene al mattino, così è la vita.
Ci siamo capiti insomma sul caffè che piace a me, nero forte e caldo fatto la mokabialetti e con una buona miscela, quelle pregiate sono quelle dove c’è scritto sulla confezione “100% arabica”.
Ops.
Arabica ?
Eh, già.
Questa non ci voleva.
Perché il fatto è che la pianta del caffè è originaria proprio della penisola arabica, e proprio qui è stata utilizzata per la prima volta come bevanda.
Il caffè lo hanno inventato loro. Loro gli hanno dato questo nome.
E loro lo fanno così, l’ arabic coffee.
Mannaggia, ma allora ?
Non sarà che…?
No, non è possibile.
Non mi dite adesso che dovremmo noi cambiare nome al nostro amato caffè.
Non me lo dite, per favore. Non vale.
La parola araba "qahwa" (قهوة), in origine, identificava una bevanda prodotta dal succo estratto da alcuni semi che veniva consumata come liquido rosso scuro, il quale, bevuto, provocava effetti eccitanti e stimolanti, tanto da essere utilizzato anche in qualità di medicinale. -W ikipedia
Oggi questa parola indica, in arabo, precisamente il caffè. - Wikipedia
Vito Mancuso è un teologo, e questo di per sé non dovrebbe rendermelo particolarmente simpatico.
È però anche persona particolarmente intelligente, di quella intelligenza capace di esprimersi in ragionamenti compatti e lucidissimi, un’ intelligenza tagliente, si suole dire.
Ed è anche persona di assoluta onestà intellettuale, disposta a seguire il proprio ragionamento fino alla fine, qualunque sia la conclusione a cui il ragionamento perviene, rinunciando alla tentazione di piegarlo ad una tesi precostituita. Non è poco, di questi tempi.
Vale dunque la pena leggerlo, se non altro per mettere alla prova le proprie convinzioni di fronte ad un interlocutore particolarmente forte.
Ho parlato tempo fa del suo libro “L’ anima e il suo destino”, che mi aveva lasciato ammirato ma non convinto. Con piacere ritrovo il suo limpido discorso in un saggio dal titolo “Dall’ etica a Dio” , contenuto nell' Almanacco di Filosofia N. 6 di Micromega, dedicato ai temi della religione, della democrazia e dei non sempre facili rapporti fra le due.
Molti laici tendono oggi ad interessarsi molto di Dio e della religione, oltre a Flores d’ Arcais mi viene in mente Scalari. Nel mio piccolo, capita anche a me, come i pochi frequentatori di questo luogo hanno ormai a loro spese imparato.
Il punto di partenza è la constatazione che non esiste fondamento teoretico all’idea di Dio, quanto meno non ne esiste nessuno compatibile coi tempi moderni. Non mi è chiaro se la bellissima prova ontologica di Sant’ Anselmo (Dio è l’ essere perfetto, dunque deve esistere altrimenti non sarebbe perfetto) abbia mai davvero convinto nessuno dell’ esistenza di Dio, oggi di sicuro non convince nessuno, come non convince nessuno la prova cosmologica o qualsiasi altra prova variamente argomentata nel corso dei secoli.
Non c’è fondamento teoretico, però l’ idea di Dio non solo sopravvive ma continua ad affermarsi in tutto il mondo. Come mai ?
E’ chiaro che credere in Dio rende un po’ più facile affrontare i problemi della vita e della morte, c’è qualcuno lassù che pensa a noi, ci consola l’ idea dell’ aldilà, la vita eterna e quant’ altro. D’ accordo.
Ma il punto che solleva Mancuso è più stuzzicante. Da dove viene l’ idea stessa di Dio ? Qual’ è il fenomeno fisico che l’ ha fatta nascere ? Perché a qualcuno viene in mente che Dio (forse) esiste ?
Mancuso identifica questo fenomeno con la coscienza del bene.
L’ uomo è l’ unico essere liberi (fino ad un certo punto…) dalla dittatura degli istinti. Può fare ciò che vuole, può fare il male e può fare il bene.
L’ uomo non è buono. Legno storto, lo definiva Kant. Eppure, da questo legno storto può venire l’ idea di bene, di giustizia, la coscienza morale. Una specie di miracolo.
Ma da dove viene questa aspirazione ad elevarsi ? E’ un’ aspirazione di origine divina, rispondeva Kant.
Mancuso invece dice: osservate la natura, pensate a come siamo fatti: particelle che fanno atomi che fanno molecole che fanno cellule che fanno organi…
La nostra fisiologia è un inno all’ organizzazione, all’ ordine, alla collaborazione, all’ armonia della parti.
L’ istinto del bene, della giustizia altro non è che il riflesso di come siamo fatti, affiora in noi dalla struttura stessa dell’ essere,. È questo principio, che ci viene dalla nostra stessa natura profonda, ciò che noi chiamiamo Dio (o Logos o Dharma, o Tao…).
È dunque l’ idea di Dio che affiora da quella di bene, e non viceversa..
Mancuso è il primo a rendersi conto che ciò di cui parla è un principio divino impersonale, lontanissimo dal Dio che le storie della Bibbia descrivono, e che questo costituisce un problema teologico non indifferente. Ma non è di questo che vorrei parlare.
Né vorre sollevare il problema del male, che immagino Mancuso attribuirebbe alla tendenza dell’ universo al disordine ed all’ aumento dell’ entropia.
Vorrei piuttosto tornare al cuore del problema, se sia l’ idea di Dio a generare quella di bene o piuttosto il contrario.
La questione non è nuova, e mi ha fatto tornare in mente il famoso dilemma di Eutifrone. In questo primo (e contorsionistico) dialogo platonica Socrate affronta per l’ appunto questo problema: una cosa è buona perché piace a Dio o piace a Dio perché è buona ?
La prima alternativa, cioè che il bene sia ciò che piace a Dio, comporta, come è facile vedere, un elevato grado di arbitrio, tanto più che non abbiamo la possibilità di chiedere direttamente a Dio se una cosa gli piace veramente, e dobbiamo accontentarci di ciò che altri uomini ci assicurano essere l’ opinione divina.
E se a Dio dovesse piacere l’ omicidio, questo diventerebbe una cosa buona ?
La domanda non è affatto surreale, è esattamente ciò che pensano oggi i terroristi islamici e pensavano ieri crociati, inquisitori ed uomini di chiesa dediti alla persecuzione di streghe ed eretici. “Dio lo vuole” è sempre stato un meraviglioso alibi per fare ciò che si vuole, sempre.
La seconda alternativa, che Dio ami ciò che è buono, parte dal principio che l’ idea di bene preceda quella di Dio. È la via percorsa per l’ appunto da Mancuso, per il quale l’ etica precede, e non segue, la religione. Ma se l’ etica precede Dio, in qualche modo se ne svincola, e non è possibile eludere la domanda se sia veramente necessaria l’ idea di Dio, una volta che si sia dato un fondamento autonomo all’ etica.
L’ aspirazione al bene io credo possa essere derivata in modo del tutto indipendente su base naturale ed evoluzionistica, benchè non ci sia ancora una teoria universalmente accettata.
L’ uomo è un animale sociale. Fu cacciato dalle foreste che costituivano l’ ambiente naturale dei primati a seguito dei cambiamenti climatici fu costretto ad avventurarsi nelle savane, pericoloso terreno di caccia dei grandi carnivori. Un uomo non ha grandi armi naturali, né di offesa né di difesa, non ha zanne né artigli né corazza, non può difendersi da un leone e non gli è neppure facile uccidere una gazzella. Può solo contare sulla sua intelligenza, e sulla collaborazione. Una squadra che si muove in modo coordinato può catturare qualsiasi preda, e difendersi efficacemente da qualsiasi predatore. Questo è ciò che ha innescato lo sviluppo tumultuoso del cervello dell’ uomo, l’ invenzione del linguaggio, la società, i riti.
L’ idea di comunità comporta quella di collaborazione. Necessita di armonia, di giustizia, di altruismo, di bene. La sopravvivenza della comunità impone la condivisione del principio di giustizia reciproca, di solidarietà, di quel principio variamente espresso da massime quali “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”, “comportati sempre come se il tuo comportamento dovesse divenire modello universale”, o nella forma più estrema di tutte “Ama il prossimo tuo come te stesso”, comandamento che rende superflui tutti gli altri.
L’ idea di bene è insita nell’ evoluzione della specie umana.
Ma non del tutto. I geni sono egoisti, si sa, ed in una comunità di individui perfettamente giusti ed altruisti un individuino egoista avrebbe un successo strepitoso prendendo da tutti senza dare niente in cambio. Gli egoisti si diffonderebbero rapidamente, ma non del tutto. Perché, al contrario, una società di soli egoisti si dissolverebbe in una guerra di tutti contro tutti, ed i suoi membri perirebbero indifesi.
Esiste un punto di equilibrio, una miscela di altruisti ed egoisti, di buoni e cattivi, di giusti ed ingiusti. Un punto di equilibrio che dipende dalle contingenze storiche, dalla severità delle sfide che la comunità affronta, dalle idee dominanti in quella comunità, ma che comunque si raggiunge sempre.
Quella miscela curiosa di bene e male che vediamo intorno a noi e, talvolta, dentro di noi.