Aveva nevicato di notte, non tanto, le strade erano pulite, i campi però si erano imbiancati, un po’ di neve era rimasta sospesa fra i rami spogli degli alberi allineati lungo il viale, oppure stava accucciata in cima ai cespugli ed alle siepi.
Sui campi, il manto era quasi uniforme.
La mattina l' aria era molto fredda, e l’ umidità della notte aveva lasciato una nebbia leggera, così che in lontananza il campo innevato sembrava che perdesse peso e si levasse in aria, senza interruzione di colore o di densità, semplicemente la stessa sostanza del campo pareva decollare, sollevandosi prima a mezz’ aria per poi proseguire ancora più in alto verso quello stesso uniforme colore lattiginoso che invadeva il cielo.
Tutto dello stesso bianco, ma non bianco innocente, era un bianco perlaceo ed iridescente, bianco decadente e perfino un po’ corrotto.
Nell’ aria gelida e calma il silenzio era pressoché assoluto, sentiva il passo ritmato della propria corsa, il respiro regolare, persino, gli pareva, il pulsare forte del sangue.
Il fruscio improvviso proveniente dai rami di un albero parve fragoroso, mentre districandosi a fatica si levò in volo all’ improvviso un uccello di colore nero, un grosso merlo oppure un piccolo corvo, non c' era stato il tempo di distinguere il colore del becco. Curiosamente, si era levato in volo tagliandogli la strada invece di allontanarsi nella direzione opposta.
Riprese il ritmo della corsa, ma quel volo radente lo aveva scosso dallo stato di gradevole torpore mentale a cui spesso conduce la corsa regolare, e non potè fare a meno di ripensare alle poche parole scambiate quella mattina.
Ma che senso ha ? la domanda lo aveva sorpreso.
Cosa ?
Tutto questo.
Nessuno, probabilmente. Tutto ciò che inizia deve finire, altrimenti non potrebbe mai nascere niente di nuovo.
Possibile che non abbia senso ?
Forse ciò che davvero non ha senso è solo il bisogno di trovare un senso a tutto.
L’ amore resta.
Per un po', qui e là. Ma non è dato per sempre. Occorre averne cura, costruirci attorno. Fare progetti. Costruire. Faticare.
Strinse le palpebre, il sudore salato bruciava gli occhi. Accelerò il passo.
Curiosamente, sentiva il cuore leggero.
Trecento bambini morti,
il diritto di difendersi.
Trecento bambini morti
per dargli una lezione.
Trecento, giovani, non forti,
morti senza lottare,
non come alle Termopili.
Trecento bambini morti,
portati via dal vento,
figli di un’ intifada,
l’ hanno voluto loro.
Trecento bambini morti,
così staremo in pace.
È andata, anche stavolta.
Non è nemmeno difficile spiegare perché dicembre mi stia storicamente antipatico, un fatto ormai cementatosi negli anni, sistematico, che si ripresenta con implacabile certezza stagionale.
Mi sta antipatico e lo temo, due fenomeni che non di rado si accompagnano.
Non è difficile spiegare, e si può forse ricondurre tutto ad una sola parola: ipocrisia.
Dicembre è il mese più ipocrita del calendario.
Fa finta di essere un mese festoso e giulivo, ma non è vero.
È un mese in cui lo stress lavorativo usuale non cala, anzi è acuito dalle scadenze di fine anno (chi non ce le ha ?), e a questo si somma lo stress delle festività.
A partire dagli auguri (A chi ? E dov’è finita la lista dell’ anno scorso ? E perché non mi sono segnato quelli ricevuti ? E stavolta di chi mi dimenticherò ?) per continuare coi regali (avevo un anno di tempo e figurati se ne ho messo da parte uno che sia uno. E ora come faccio ?), e via con le code il traffico la ressa nei negozi. Sapendo benissimo che fra meno di un mese tutto quello che sto comprando lo offriranno a metà del prezzo che sto pagando.
E via così, con le visite per scambiarsi gli auguri con gente che non vedi e non senti da un anno esatto e che non rivedrai né sentirai per un altro anno e ci sarà il suo perché, le persone che ti stanno a cuore non aspetti Natale per cercarle, ma stasera bisogna fare finta che ti siano mancati e rispondere che sì, certo, questa volta sicuramente riprenderemo i contatti, “non appena passate le feste”.
Ipocrisia pura nello sfarzo luccicante di una festa che ti obbliga allo sforzo di apparire felice perché a Natale si è tutti più buoni.
Claustrofobia di pranzi che esondano fino a metà pomeriggio in sale da pranzo piene di fumo (non vorrai fare il rompiscatole salutista a Natale, vero ?).
Claustrofobia di cene che non hai ancora fatto in tempo a digerire il pranzo e non puoi non pensare alla fatica che ti costerà smaltire questi chili.
Problemi con la bilancia, e problemi coi bilanci, personali e non che pare sia obbligatorio fare proprio adesso.
Ma poi che storia è che uno debba divertirsi alla data prefissata e non quando ne ha la voglia e l’ occasione ? E’ come la pretesa dei luna park, o parchi divertimento, che già nel nome stesso adombrano l’ obbligo, imposizione e fastidiosa aspettativa. Se non ti diverti è colpa tua, non nostra, sembrano dire, e così io quasi facevo apposta a non divertirmi mai.
Ecco, per me dicembre è un po’ così.
Neppure presso l’ amata montagna trovo redenzione dal malumore, tra settimanabianchisti assatanati di visibilità coi 4x4 formato (e color) carrofunebre napoleonico, e folle di tute fluorescenti ammassate davanti allo skilift come il giorno prima alla mensa aziendale.
Né c’è salvezza nelle case, dove i televisori petulano a tutto volume programmi di cosiddetto intrattenimento.
Finite le feste, torna la vita vera, e meglio così.
Troppo negativo, vero ?
Un’ altra volta, daccapo. Ormai va avanti da un po’.
Non mi piace parlare di attualità sul blog, ma stavolta è proprio grossa.
Uno scandalo finanziario dopo l’ altro, e sempre nato in America, sconvolge i mercati, facendo perdere soldi e lavoro a povericristi di tutto il pianeta.
Non è la prima volta, si capisce, e chi non si ricorda, non molti anni fa, del caso Enron, e come si fa a dimenticarsene se si lavora in grandi aziende visto che proprio a seguito di quello scandalo furono inaugurati strumenti nuovi e messe a punto regole nuove.
Faremo pulizia a Wall Street non è una frase nuova.
In quella occasione vennero alla luce tante e così macroscopiche “leggerezze” contabili da far sorgere la domanda se Enron avesse un qualche sistema di controllo aziendale, e se qualcuno si preoccupasse di farlo funzionare.
Come che sia, il male va curato alla radice, si disse, e la cura fu il cosiddetto “Sarbanes-Oxley Act” o SOA, che impone a tutte le società quotate in Borsa negli Stati Uniti una terrificante serie di adempimenti. Questi adempimenti dovrebbero dimostrare che ogni Società quotata in Borsa dispone di un valido sistema di controlli interni, e che questo sistema funziona bene.
Certo
E come no.
Poi arriva la storia dei mutui subprime.
È semplice.
Approfittando del costo bassissimo del denaro, voluto per sostenere l’ economia americana dopo l’ 11 settembre, diventa possibile concedere mutui anche a chi non se li può permettere, i cosiddetti Ninja Mortgage, dove Ninja sta per No Income, No Job or Asset. Senza reddito, senza lavoro, senza proprietà. Nullatenenti. Completi spiantati. Subprime, appunto.
Tanto a garanzia del mutuo c’è pur sempre la casa, no ? E quella non fa che aumentare di valore nel tempo, e quindi dov’è il problema ?
E allora si concedono mutui per l’ intero valore dell’ immobile a gente che altrimenti non si sognerebbe di comprare la casa perché i soldi per la caparra proprio non saprebbe dove andarli a prendere.
Una faccenda rischiosa, dare denaro in prestito a chi non ha denaro.
Però il rischio lo si paga, e questi poveracci accettano di pagare tassi più alti del normale, e qui sta il business, naturalmente. È così che si mettono a frutto i quattrini.
Il giochetto funziona per un po’, almeno fino a quando il dollaro si deprezza talmente tanto rispetto all’ euro che diventa giocoforza alzare un po’ i tassi anche in America. E qui cominciano i guai.
I mutui dei poveracci sono indicizzati, naturalmente, ci mancherebbe altro, non siamo mica babbinatale, e quindi i suddetti poveracci morti di fame si trovano da un giorno all’ altro a dover pagare una rata più alta, e naturalmente non ci riescono.
Tutto previsto, e naturalmente scatta il piano B e la banca gli porta via la casa, magari pensando di ripiazzarla ad un altro poverocristo, ricominciando così il giochetto.
Ma se i mutui subprime sono tanti, anche le case ritirate dalle banche agli insolventi sono tante, e se non le si rivende non si può recuperare il capitale. E l’ unico modo per vendere subito tante case è abbassare i prezzi, ma così non si recupera più il valore del mutuo, e si perdono soldi.
Alle banche non piace perdere soldi, nuoce al loro rating.
Ma si erano premunite.
Perché quei mutui non erano erogati con soldi loro, delle banche stesse, ma erano finanziate con obbligazioni ad alto rendimento.
Mica dicevano agli investitori “Guardate che i vostri soldi li investo in mutui ninja ai nullatenenti”, chiaro che no, non le avrebbe comprate nessuno delle obbligazioni così. Però infilandole dentro un paniere insieme a tante altre cose, qualcuna persino “buona”, e destinandole ad investitori dal profilo “dinamico” in cerca di una buona remunerazione del capitale…
Ecco qui cosa è successo.
Queste cose noi italiani le abbiamo sempre fatte, intendiamoci, però su scala nazionale, che vuol dire provinciale. Giusto la Parmalat si era allargata un pochetto.
Ma questi sono americani, è nella loro natura fare le cose in grande.
Ed ecco appunto il più grande crollo finanziario dei tempi moderni.
Ed ecco il paese santuario del liberismo, governato da liberisti radicali, correre ai ripari, intervenire per salvare Banche, Assicurazioni e grandi imprese coi soldi dei contribuenti, manco fosse l’ Alitalia.
Tanto a loro il Fondo Monetario di osservazioni critiche non gliene fa manco mezza.
Finita la razzia, coloro che la razzia hanno reso possibile invocano regole nuove. Occorre fare pulizia a Wall Street. Come l’ altra volta.
E come l’ altra volta questo vuol dire che NOI dobbiamo prepararci a compilare nuove montagne di documenti allo scopo di dimostrare che NOI un sistema di controllo ce l’ abbiamo e che funziona, e che qualcuno controlla i controllori.
Manco fossimo stati noi a generare questo casino.
Ed intanto che questi decidono la terapia, ne salta fuori un altro, di mago della finanza, uno che ha sempre guadagnato anche quando tutti perdevano, e guadagnava con un sistema semplice, quello di stabilire a tavolino il profitto che voleva, e pagarlo usando i soldi dei nuovi investitori che ovviamente accorrevano a frotte (il mago non sbaglia mai…).
Cinquanta miliardi di dollari di buco, fatti con un sistema noto da noi col nome tecnico di “Catena di Sant’ Antonio…Da non crederci.
Nei momenti di ottimismo mi viene da pensare che forse questa è la volta buona.
Un po’ perché dopo l’ infinita serie di crisi (io mi ricordo il Brasile, l’ Argentina, la Russia, oltre alla Enron), questa volta la botta è stata veramente globale, e si è propagata a tutte le economie del mondo. Un po’ anche perché persino il governo Bush, cioè l’ amministrazione più ferocemente liberista che mente umana potesse concepire, è stata costretta ad una serie di interventi che non saprei definire se non statalisti. Piani di salvataggio senza precedenti finanziati dai contribuenti, per tappare i buchi dei raiders di Wall Street. È proprio questo che mi sembra segnare il punto di non ritorno.
Bisogna ricordare che gli americani normali, quelli del ventre molle d’ America, quelli del Midwest e della Bible Belt, tutti quelli che non vivono sull’ una o sull’ altra costa, per intenderci, quelli sono fatti a modo loro.
Sono brava gente, all’ antica, Dio, Patria e famiglia, più la torta di mele ed il tacchino del Ringraziamento. Ma se li tocchi sui quattrini diventano cattivi assai.
Questo americano medio (un po’ l’ equivalente della casalinga di Voghera) non è per niente contento di mettere mano al portafoglio per tappare le falle o per meglio dire le voragini aperte dai finanzieri fighetti di New York.
Questo vuol dire che, se si riuscirà a raddrizzare la baracca, questa crisi dovrà davvero segnare una discontinuità fra passato e futuro. Una discontinuità vera, che di parole se ne sono sentite fin troppe.
Questo è forse il momento in cui il pendolo si ferma e poi riprende a pendolare in direzione opposta, verso le idee in voga nell’ ultimo dopoguerra, la teoria che l’ economia dovesse avere delle regole, addirittura, e che queste regole fossero i governi a doverle fissare. Eresia, dopo il passaggio della micidiale accoppiata Reagan – Tatcher, quelli del liberismo assoluto, quelli del ritiro dello stato, quelli della mano santa del mercato.
Sarebbe persino ora.