“La sinistra ha dei valori forti: l’ uguaglianza, il rispetto per tutti gli esseri umani, l’ autonomia del pensiero, la consapevolezza che i valori sono il prodotto della nostra mente e non sono dati da sacre scritture o da Dio.
E poi il valore massimo: il dubbio in tutte le verità.
Ma forse il vero problema sta nella lingua.
La sinistra (…) è incapace di rivolgersi al cuore della gente.
È troppo sorda.”
David Grossman – Intervista su L’ Espresso, 8/1/09
È ora di smetterla, prima di arrivare all’ estinzione della specie.
Smetterla con quell’ aria di superiorità di chi sa tutto ed impartisce lezioni con aria scocciata, di chi ha letto tutti i libri e sembra soffrire la condizione di dover dialogare con interlocutori così manifestamente inferiori.
La cultura non basta, mettiamocelo in testa.
La cultura serve a capire gli altri, serve ad aumentare lo spessore di una persona, la sua capacità di adattarsi agli interlocutori più diversi, trovando di volta in volta le giuste chiavi comunicative.
Se la cultura diventa invece elitarismo, esibizione, rifiuto di interagire, complesso di superiorità, vera e propria arroganza, non può che portare, alla fine, ad un’ auto-emarginazione.
La politica necessita del potere per realizzare le proprie idee.
Il potere viene dai voti.
I voti dal consenso.
Ora, quando mai gli antipatici creano consenso ?
Ci si può sentire superiori quanto si vuole, ma un’ avanguardia senza nessuno dietro non è un’ avanguardia, e neppure un esercito. Non è niente.
Bisogna recuperare il rapporto con le masse, verrebbe da dire in tono un po’ demodé.
Bastasse uno slogan.
Ma come si fa a recuperare un rapporto se le cosiddette masse nemmeno capiscono il tuo linguaggio, volutamente infarcito di termini esoterici, di contorti ragionamenti autoreferenziali, di astrusi teoremi ideologici ?
I poveri sono sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi, questo di vede ad occhio nudo. Fino all’ immoralità ed oltre.
Ci si sta abituando all’ arroganza del potere, alle leggi su misura di chi è più uguale degli altri, alla doppia morale di chi contraddice con la sua vita i valori che pubblicamente sostiene, che dico sostiene, i valori che tenta persino di imporre con la forza agli altri.
C’è bisogno di speranza, c’è bisogno di poter credere in un futuro che non sia necessariamente in ritirata rispetto al passato, un futuro che possa essere espansione e realizzazione, creatività e colore.
C’è bisogno di sogni per chi non sogna più, per chi vive se non alla giornata quanto meno alla mesata, affondato in una precarietà senza fine.
C’è un mercato potenziale enorme per chi porti valori di solidarietà ed uguaglianza in un mondo di individualismo cattivo, nel mondo dell’ ognuno per se.
Per chi sappia semplicemente mettersi nei panni degli altri e capirne il punto di vista.
Una domanda che resta insoddisfatta e finisce per accontentarsi di un’ appartenenza qualsiasi, sia pure un’ appartenenza egoista del tipo noi contro di loro, difesa di poveri privilegi straccioni nei confronti di esseri ancora più disperati.
Ci si integra così nel meccanismo che fa di ogni evento un’ occasione di scontro, di arroganza, di sopraffazione il piccolo schiacciato dai grandi trova la sua rivincita schiacciando i piccolissimi, i disperati della terra con la benevola condiscendenza dei grandi.
È tempo di svegliarsi, di parlare, di testimoniare, di rappresentare.
Tempo di allargarsi ?
P.s.
Questo pezzo è stato generosamente pubblicato dagli amici di
Su Heathrow si volteggia.
Sembra un destino. Tale è l’ affollamento dello spazio aereo sul più grande aeroporto di Londra, nonché il più trafficato d’ Europa, che una volta arrivati più o meno sulla sua verticale, nessuno ti toglie perlomeno venti minuti di graziosi volteggi panoramici ( a meno che non sia io a sbagliare ostinatamente compagnia aerea).
Una specie di sospensione nella sospensione, visto che già il viaggio di suo io lo vivo come una sospensione dello spazio-tempo, ma questa è una sospensione al quadrato, pare veramente di trovarsi immobili e lontani da tutto.
Si vive un involontario e forzato recupero della lentezza e non è detto che la cosa faccia male.
Non importa quanta fretta e quanti impegni tu abbia laggiù, e neppure quanto tu sia importante, qui devi stare, chiuso nella scatolina con le ali volteggiando su infinite distese di casette a schiera che sembrano quelle del monopoli, tutt’ attorno ad un pigro Tamigi color pozzanghera.
Parco della Vittoria, Viale dei Giardini, Vicolo Corto e Vicolo stretto, memorie mitizzate di pigri pomeriggi estivi, e qualcuno ha mai finito una partita a monopoli ?
Ricordi di tempo lento che sgocciolava a fatica mentre adesso sembra un rubinetto spalancato anzi rotto, con l’ acqua che si disperde per terra e l’ idraulico che non arriva, e tu che cerchi di fermare il flusso con le mani o quanto meno rallentarlo un po’ e non ci riesci.
Ti obbliga a recuperare la lentezza, un tempo così, isolato dal mondo, i telefoni sono spenti da quando il viaggio è cominciato, ma in questo momento non si può usare neppure il PC, né l’ iPod, né qualsiasi altra elettronicheria. Il libro che stavo leggiucchiando l’ ho messo via quando mi hanno fatto credere che stavamo per atterrare e non ho voglia di tirarlo nuovamente fuori dalla borsa.
Non resta che canticchiare davanti alle casette del monopoli.
Compassione
Pudore
Decenza
Pietà
Silenzio
Rispetto
Rispetto
Rispetto
Rispetto
La parola “partire” contiene evidentemente la radice “pars”, parte.
Il senso primitivo è dunque quello di dividere in parti, separare e quindi separarsi, allontanarsi da un luogo.
Nuvole irrequiete,
il cielo non si schiara,
e grandine e tempesta
e vento che scompiglia.
Stormi migratori
rapide fluviali
vita che si muove
e non si fa afferrare.
L’ acqua scende al mare,
è nella sua natura,
le nuvole col vento,
e ci sarà un motivo,
poi nomadi, pastori
antiche transumanze.
È logico ci sia
bisogno di partire.
Se non avessimo speranza non soffriremmo.
L’ inferno comincia quando ci mettiamo a pensare che le cose potrebbero andare meglio.
John Berger – Una volta in Europa
Il temine “Immagine” viene dal latino Imaginem o Mimaginem, che contiene la radice greca di Mimos, imitatore. Un’ Immagine è una Rappresentazione, un Ritratto.
Immaginare vuol dire creare immagini interiori di qualcosa che esiste. Oppure di qualcosa che non esiste. O che non esiste ancora.
Immaginano i bambini che giocano a “facciamo finta che…”
Immaginano i narratori che inventano una storia.
Immaginano gli ingegneri che progettano un ponte.
Immagina il terapeuta che interpreta i sintomi, immagina l’ investigatore sulle tracce di un assassino.
Immagina anche il contadino, quando semina.
Immaginare ciò che ancora non esiste è il punto di passaggio verso l’ intelligenza, è ciò che dà la prospettiva al futuro, dà profondità rispetto al futuro stesso.
L’ intelligenza è in qualche modo legata all’ immaginazione di ciò che verrà, come se fosse una memoria del futuro, un ricordo di ciò che ancora non c’è.
Senza questa memoria del futuro si resta schiacciati sul presente, condannati alla realtà, a vivere la vita a mano a mano che accade. Senza progetti, senza fantasia. Reagendo alle circostanze come farebbe un animale, senza capacità di costruire.
L’ intelligenza intesa come memoria del futuro ci porta ad immaginarci una condizione diversa e più desiderabile di quella attuale, e questo crea uno scarto fra “dove siamo” e “dove vorremmo essere”, un desiderio di passare dal presente reale al futuro immaginato, una speranza.
In due parole, immaginare porta a non accontentarsi.
Porta anche all’ aggressività, probabilmente, perché più lo scarto è forte, più forte è anche il desiderio di colmarlo, e più forte il senso di intolleranza verso qualunque cosa o persona che si frapponga fra chi immagina ed il futuro desiderato ed immaginato.
Ciò che si immagina si desidera, costi quel che costi a chi immagina e talvolta agli incolpevoli altri. C’è un principio di dominio in questa aspirazione, c’è tutto il carattere dell’ Occidente, l’ istinto di torcere la realtà assoggettandola alla volontà.
È una cosa buona o cattiva, questa ?
C’è il principio del progresso, non solo quello del dominio, muoversi dalla situazione in cui ci si trova verso quella che si immagina. C’è soprattutto il principio della curiosità, dell’ instancabile perpetua ricerca che trova un senso in sé, non nella cosa cercata, tant’ è che quando ciò che si cerca è raggiunto subito scatta un meccanismo appetitivo che porta a cercare qualcos’ altro ancora.
Una dannazione, forse, ma forse anche una scintilla divina.
E così chi è nato in schiavitù può usare l’ immaginazione e figurarsi una situazione in cui lui non è più schiavo, o addirittura una in cui nessuno è schiavo, in cui non ci sono più padroni, in cui ciascuno può disporre del proprio destino.
La Bibbia racconta della schiavitù degli Ebrei in Egitto, durata generazioni e secoli interi. Mai però fra chi era nato in cattività si era persa la capacità di sognare la libertà possibile, la terra promessa, di immaginare un mondo libero. Come non l’ hanno mai persa i neri in Sudafrica o i popoli dell’ europa dell’ Est sotto la dominazione sovietica.
Qui non si parla di persone vinte ed assoggettate che continuano a coltivare il ricordo del tempo felice in cui erano liberi, qui si tratta di persone nate e cresciute in stato di privazione della libertà , per le quali gli stessi racconti dei padri corrispondevano a scenari mai visti ma solo immaginati.
Immaginare porta al desiderio, ma porta anche alla curiosità, porta ad esplorare, immaginando cosa potrebbe esserci dietro qualunque apparenza, quale sorpresa, quale inattesa realtà, quale magia potrebbe celarsi dietro l’ angolo.
La curiosità porta con sé frustrazione, ansia, insoddisfazione perenne, desiderio dinamico, movimento senza fine.
Ma così è anche la vita.
Un organismo vivente non è mai in equilibrio statico, non respira una volta per tutte, non si nutre una volta per tutte. Deve continure a respirare, a cibarsi. Se si ferma muore. Perché dovrebbe essere diverso per l’ anima ?
Se non cerca, se non ha curiosità, se non immagina più di ciò che vede, l’ anima muore.
Niente di più e niente di meno.