inquietudini e viaggi

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Utente: melogrande
Nome: Francesco
Un'anima in viaggio, un po' autocentrata, ma non arida. Un temporale di marzo, a volte.

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Il Melogrande ha offerto ombra

a *loading* viandanti

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sabato, 28 marzo 2009
Il mare in un bicchiere

 
“La poesia è indispensabile... ma vorrei sapere perché.”
Jean Cocteau
“Un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo”
Eugenio Montale
 
 
Il termine poesia deriva dal greco, e precisamente dal verbo “poieo”, che vuol dire fare, costruire, fabbricare.
Ma non nel senso di costruire ardite metafore ed associazioni liriche, macché.
Proprio nel senso di tirare su un muro una casa, un ponte. Un mattone sull’ altro. O costruire un tavolo. Un senso molto pratico e concreto, diciamo, molto materiale.
La poesia è costruzione, è qualcosa che si fa.
E l’ arte ?
Qui va ricordato che il termine greco che indica l’ arte è “techné”. La techné è l’ arte dell’ artigiano, del falegname, del carpentiere, la capacità di far bene un certo lavoro, non certo quello che noi intendiamo col termine “tecnica”.
 
La poesia nasce prima della parola scritta, e nasce come mezzo per tramandare storie, insegnamenti, persino per dare istruzioni pratiche. Un mezzo didattico.
Come fare a tramandare la conoscenza in un mondo di analfabeti ?
Esistono pochi, solidi trucchi.
Uno è quello di escogitare un rito.
Un rito è una pratica in cui ogni gesto, ogni postura, e soprattutto ogni parola assume un’ importanza assoluta, che impone rispetto. Ed è proprio questo uno scopo primario del rito: tramandare con estrema precisione.
Un altro trucco è quello di scrivere in versi.
I Greci non usavano la rima, usavano il ritmo. Ogni verso una precisa alternanza di sillabe corte e lunghe, così da dare un andamento musicale verso dopo verso, come una specie di cantilena. Anzi, non “come”. Si trattava proprio di una cantilena. Infatti un ulteriore espediente mnemonico era quello di accompagnare i versi con la musica. È più facile imparare a memoria una poesia piuttosto che un brano di prosa, ed è ancora più facile imparare a memoria il testo di una canzone piuttosto che una poesia, giusto ?
Parole e musica, dunque, ma per farne che ?
 
Performances pubbliche.
Già, perché la poesia greca non era fatta per essere letta nel chiuso della propria stanza, ma per essere declamata ( o per meglio dire cantata) davanti ad un pubblico.
 
Insomma, dovendo fare mente locale e cercare di immaginare Omero, viene in mente più Bob Dylan o Fabrizio De Andrè piuttosto che Montale. Un cantautore che si esibisce “live” in concerto, piuttosto che un solitario curatore di immagini ermetiche.
 
Una cosa così, me la immagino.
 
 
 
 
La poesia oggi ha perso ogni funzione didascalica. L’ ultimo esempio di poesia didascalica di cui abbia conoscenza è un curioso libro trovato nella biblioteca di mio padre, dal titolo “La chimica in versi” di un certo Alberto Cavaliere.
Più o meno conteneva strofe di questo tipo :
 
 
Il cloro è energico
come ossidante:
è pure un ottimo
decolorante,
e imbianca subito,
con forte azione,
le fibre tessili,
come il cotone.
L'acqua, sciogliendolo
piuttosto bene,
tutti i caratteri
del gas mantiene;
ma presto s'altera
sotto la luce,
perché l'idracido
così produce.
 
 
Persa la funzione didascalica, e persa anche la connotazione cantautorale, la poesia moderna si è fortemente asciugata, ridotta all’ essenza. Il poeta odierno è scettico e diffidente, diceva Wislawa Szymborska nel discorso del Nobel. Diceva invece Calvino che la poesia è l’ arte di far entrare il mare in un bicchiere, e questa mi sembra pur sempre la definizione più appropriata.
In una poesia ben riuscita ogni parola ha una triplice valenza, un senso letterale prima di tutto, poi un valore simbolico o metaforico per cui la poesia sembra che stia parlando di una cosa ed invece parla di un’ altra, ed infine un valore ritmico, musicale.
Ne viene fuori un concentrato di senso di tale densità che in una buona poesia nemmeno una parola può essere aggiunta, tolta o sostituita senza provocare un danno alla struttura tutta. Un addensarsi di significato così profondo ed importante da mettere l’ anima in comunicazione diretta con la realtà.
 
Insomma, se dovessi dire a cosa più si avvicina una bella poesia, ecco, io penso che non avrei dubbi nel rispondere.
Lo dico ?
 
Ad una preghiera.
 
Forse perché della fatal quiete
tu sei l'immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all'universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch'entro mi rugge
 
 
 
 

Postato da: melogrande a 13:31 | link | commenti (10)
idee, umanesimo, anima, etimi

sabato, 21 marzo 2009
Considera le stelle

La parola “considerare” è di evidente derivazione latina, viene da “cum”, cioè con,  e da “siderare”, che vuol dire “fissare attentamente le stelle (sidera)” .
Considerare ha qualcosa a che vedere con l’ osservazione delle stelle.
Sì, perché anticamente quando uno non sapeva più che pesci pigliare, si metteva ad osservare il cielo per trarne qualche auspicio o leggervi il destino.
Con/siderava, insomma, come oggi farebbe Branko o la redazione di Astra, per quanto la cosa oggi possa  piuttosto apparire a qualcuno s/con/siderata…
A volte,  invece di interrogare le stelle in cerca di consigli il nostro eroe si limitava a chiedere loro di esaudire un desiderio, cercava di ottenere qualcosa dalle stelle. Qualcosa di cui sentiva la mancanza.
Allora non considerava più.
De/siderava.

Postato da: melogrande a 12:18 | link | commenti (6)
parole, idee, etimi

venerdì, 20 marzo 2009
Sabbia nera

Per entrare nella zona dei campi petroliferi serve un permesso speciale, un “Pass”, il cui rilascio è normalmente soggetto ad una complessa serie di adempimenti burocratici nonché al grado di benevolenza del funzionario addetto al rilascio. Niente di nuovo sotto il sole, intendiamoci.
Come che sia, il pass ce l’ ho.
 
La strada corre dritta nel deserto come tracciata col righello, e del resto perché mai uno su dovrebbe inventare curve dove non c’ è nulla, non si percorre neppure una gran distanza, sono quaranta minuti da Kuwait City, non di più, d’ altra parte il Kuwait è grande come il Lazio , ci sono paesi dove devi percorrere centinaia di chilometri prima di arrivare ai campi petroliferi.
Ma fa ugualmente uno strano effetto giungere ad un posto di controllo in mezzo al niente, con tanto di reticolati, fili spinati, sbarre automatiche, autoblindo e poliziotti accigliati.
Sembra un confine di Stato, un posto di frontiera di quelli di una volta.
 
Tutto attorno appunto il nulla, distesa biancastra di sabbia, roccia e sassi, tagliata a metà da questa strada che prosegue dopo il posto di controllo rettilinea e monotona come prima del controllo. E su questa strada proseguiamo anche noi.
Dieci o quindici chilometri più avanti il panorama comincia a movimentarsi, compaiono i derrik dei pozzi petroliferi, le flowlines che raccolgono il prezioso liquido e come fossero vasi capillari lo convogliano verso i centri di raccolta. Compaiono impianti di trattamento, centrali elettriche.
Industrializzazione nel mezzo del nulla, cattedrali nel deserto, ma almeno qui ha un senso. Il petrolio che viene fuori dai pozzi ha tanto di quel gas da fare le bollicine, occorre stabilizzarlo separando il gas, anche solo per renderlo trasportabile.
 
I lavori sono appena iniziati, dobbiamo realizzare una grossa centrale di compressione ed un gasdotto. La prima cosa che si fa sono i movimenti di terra, il terreno sul quale si dovrà costruire deve essere livellato, non si fa un impianto in saliscendi.
Qui si tratta di lavori impegnativi, fra un punto e l’ altro del terreno prescelto le differenze di quota sono di sei o sette metri, e allora sbanca di qua, porta il terreno di là, taglia le colline e riempi le valli, gran lavoro di escavatori tutto attorno, migliaia e migliaia di metri cubi di terreno spostato.
“E poi c’ è il terreno contaminato da rimuovere” dice il capocantiere, un ragusano tagliato con la scure che deve averne viste tante. “E al posto di quello contaminato dobbiamo portare terreno buono”.
 
Terreno contaminato. Può succedere, in una zona percorsa da così tanti tubi, una perdita da qualche parte, ma in genere è roba da poco, mentre lui sembra preoccupato e non è tipo da preoccuparsi per niente.
“Nardo, che vuol dire terreno contaminato ?”
“Ora glielo faccio vedere”.
Il Pajero si arrampica a fatica su strade a malapena tracciate dal Caterpillar, “trazzere” la definisce lui, e mi strappa un sorriso l’ uso di questo termine dialettale che non sentivo da decenni, ma intanto il Pajero va, e per una volta usiamo un SUV per quello che il SUV dovrebbe fare, andare dove una macchina normale non può andare.
Arriviamo su un’ altura non ancora spianata, il lavoro sta andando avanti gli escavatori lavorano.
Il terreno non ancora attaccato però non è biancastro come quello attraversato per arrivare fin qui, no.
È nerastro. O per meglio dire, è punteggiato di nero, come se fosse spruzzato d’ inchiostro.
I puntini neri sono grumi di catrame, grossi come meloni.
“Da quella parte”
Guardo.
Da quella parte c’è una depressione del terreno, in teoria lì si dovrebbe aggiungere terra, invece stanno scavando ancora di più, scavando un terreno che non è più soltanto punteggiato di nero, è proprio tutto nero, uno strato compatto di catrame alto più di un metro che si allunga per decine di metri.
“Un lago di petrolio, abbiamo trovato”.
“E quella zona, perché è recintata ?”
“Lì ci abbiamo trovato una camionetta militare tutta sventrata, qua attorno pure tanti ordigni c’ erano, fortuna che quelli li ha fatti rimuovere il cliente.”
 
Mi torna tutto in mente.
La Guerra del Golfo, la prima, quella di Bush padre, l’ Operazione Desert Storm. Gli irakeni in ritirata che incendiavano i pozzi.
 
“A questo non sono riusciti a dare fuoco, però hanno fatto saltare la valvola di testa ed il petrolio si è messo ad uscire fino a quando i kuwaitiani non sono riusciti a riparare il danno. Un lago abbiamo trovato, lo vede lei stesso.”
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 

Postato da: melogrande a 19:02 | link | commenti (5)
ricordi, luoghi, viaggi reali

sabato, 14 marzo 2009
Il peso delle cose

zaino

"Explain the change, the difference between
What you want and what you need, there's the key."
R.E.M. - I believe

 

“Con lo zaino pieno a Santiago non ci arrivi”.
Lo dice con l’ aria calma di chi enuncia una legge di natura, con la confidenza di chi il cammino di Santiago l’ ha percorso più di una volta,e sa di cosa parla.
“Fanno tutti lo stesso errore, l’ ho fatto anch’ io. Riempiono lo zaino come se si trattasse di una gita in montagna. Ma la gita in montagna dura una giornata e non c’è da preoccuparsi se arrivati a sera fanno male i piedi, le gambe, le spalle, l’ indomani o al massimo il giorno dopo il male passerà. Ma il cammino di Santiago non è la stessa cosa, l’ indomani ti devi alzare e rimetterti a camminare, per tutto il giorno, tutti i giorni per settimane. Il dolore si accumula e cresce e ben presto ti rendi conto che in questo modo non arriverai alla fine, e che c’è solo una cosa che puoi fare. Alleggerirti.”
 
Difficile sfuggire alla tentazione di vederci una metafora, in questa osservazione che un vero viaggio ti consente di arrivare fino in fondo solo lasciando indietro i pesi.
Eppure sembra che l’ interpretazione sia nelle cose, e nulla si debba aggiungere o forzare.
 
“Il cammino di Santiago ti cambia. Qualunque sia il motivo che ti spinge a metterti in marcia, fede, sfida, noia, curiosità, comunque quando arrivi, se arrivi, sei una persona diversa.”
E come ci arrivi ?
Alleggerito.
Scarico.
Avendo imparato a fare a meno di quasi tutto.
Avendo capito di quanto poco hai bisogno in realtà.
 
Il fatto è che possedere le cose è un istinto. Una cosa piace, e la si vuole.
A volte persino soltanto per toglierla agli altri, magari.
Mettere da parte, cumulare, accatastare, riempire borse e zaini.
Possesso.
Ma le cose possedute si vendicano in modo sottile.
Possedendo a loro volta.
 
Perché tutto ciò che entra nella vita, persone, cose, animali reclama attenzione e cura.
Una casa va in rovina. Una pianta inaridisce. Un animale si ammala. Una macchina si rompe. Occorre nutrire, tenere pulito, concimare, innaffiare, restaurare, cercare.
Serve “manutenzione”, serve “tenere in mano” tutto. Serve tempo, per tutto.
E più sono le cose ficcate nello zaino, maggiore è la quantità di tempo necessaria alla loro manutenzione.
Tempo da sottrarre ad altre cose.
Tempo da sottrarre alla vita.
 
È un paradosso: per vivere intensamente uno si circonda di cose, che possiede, o almeno così si illude che sia. Nella realtà non è vero niente, sono semmai le cose che possiedono, e pretendono, e annaffia le piante e porta fuori il cane e aggiusta la porta del box e la macchina deve fare la revisione.
 
Al servizio delle cose possedute, in schiavitù, a non vivere più per volere troppo vivere, in mezzo a mille cose desiderate senza averne davvero bisogno.
Grandi pesi sulle spalle come zaini di pietra cumulati in una vita di collezionismo insano.
Pezzi pregiati e pezzi inutili, tenuti però tutti, con la indimostrabile pretesa che un giorno, chissà, vedrai.
Pezzi da curare crescere accudire, pezzi che prendono senza dare.
 
Trascinando pesi non si arriva a Santiago.
 
 

Postato da: melogrande a 18:37 | link | commenti (6)
anima, maturità, diramazioni

mercoledì, 11 marzo 2009
Volo basso

 
La vita è l’ eventuale,
possibile accidente,
la volontà inespressa,
pensiero che si tende,
gli dei che favoriscono
oppure che contrastano,
il caso, la fortuna,
non solo volizione.
Un po’ precipitoso
il volo immaginato,
s’ arresta fra le spine
d’ un piccolo roveto.
 

Postato da: melogrande a 14:55 | link | commenti (6)
parole, anima, autopoesie

domenica, 01 marzo 2009
Rumore umano

“Sentivo il cuore che mi batteva. Sentivo il battito del cuore di ognuno.
Sentivo il rumore umano che facevamo tutti”
 
Raymond Carver -  Di cosa parliamo quando parliamo d’amore
 
 
 
Grigna 2
Ho spento la radio mentre venivo qui in macchina, stamattina presto.
Non avevo voglia di ascoltare musica. O perlomeno di ascoltare musica dalla radio. Oggi voglio ascoltare semmai quella che viene da dentro, musica è forse un termine esagerato, lo so, ma c’è dentro una vibrazione di fondo, un’ armonia, come di un meccanismo che funziona a dovere.
Un battito, un rombo, un suono, come se gli "organi" dell’ organismo diventassero per un momento anche "organi" musicali in grado di emettere chissà quali misteriose vibrazioni. Rumore umano. Eco interna di ciò che sta fuori.
Per sentirlo è meglio camminare, e camminare nel silenzio.
Ci vuole la montagna, insomma.
 
D’ inverno non è che riesci ad arrivare chissà dove. A strapiombo sul lago il rumore del traffico sulla litoranea non cessa del tutto, sopravvive, però arriva attutito, come ovattato, lontano e solo leggermente inquietante, come un sommesso “memento mori” o ricordati che quaggiù devi tornare.. Curiosamente assomiglia ad un infrangersi di onde, se non fosse che la superficie del lago è così calma è piatta da rendere incongrua questa illusione. Eppure, a tenere gli occhi chiusi sembra proprio il rumore del mare, non è fastidioso, è solo uno dei suoni che costituiscono questo apparente silenzio, come il fruscio dei rami ancora spogli ed i versi dei pochi uccelli ed il crepitare di una lucertola tra le foglie secche. Cercando di scorgerla lo sguardo incrocia gli ultimi ellebori mezzo appassiti dell’ inverno ed accanto le primule che cominciano a sbocciare, scontate metafore, lo so, il ciclo perenne della vita, sai che scoperta, ma non è per questo che sono venuto quassù.
 
Suoni dal di fuori e suoni dal di dentro si mischiano e si riflettono e si accordano fra di loro e sembra quasi che così debba necessariamente essere e che sia proprio questo lo stato di natura sempre favoleggiato ma invece si sa che non è vero ed è solo l’ illusione di un momento e vivere non è abbandonarsi ma resistere e laggiù si deve tornare, per l’ appunto.
 
Lo so, lo so,  eppure adesso sono qui, il sole mi scalda il viso nell’ aria ancora fredda del mattino e me ne resto ancora un po’ in ascolto, rumore umano ed anima del mondo, per una volta.
 
 

Postato da: melogrande a 10:15 | link | commenti (8)
luoghi, momenti, anima, diramazioni



 
 
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