inquietudini e viaggi

Il melogrande è

Utente: melogrande
Nome: Francesco
Un'anima in viaggio, un po' autocentrata, ma non arida. Un temporale di marzo, a volte.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Il Melogrande ha offerto ombra

a *loading* viandanti

PageRank Checking Icon
lunedì, 27 aprile 2009
La vita, la morte e un salmone

 
I pesci non hanno un gran cervello, questo si sa.
Fanno le cose perché le “devono” fare, nel senso che gliele impone l’ istinto, non come noi che possiamo fare o non fare e possediamo il senso del dovere, diciamo così. Hanno la coscienza pulita.
 
Ora, un salmone col suo poco cervello nasce nel suo fiumicello, facciamo che sia in Alaska, in acque basse e trasparenti, e nasce da famiglia numerosa, visto che ogni femmina di salmone depone parecchie migliaia di uova alla volta.
Nasce e cresce per un anno o due, il salmoncino, cresce sano e forte e giocherellone fino ad una dimensione da mezzo chilo, più o meno. Poi comincia a diventare irrequieto.
Per modo di dire, naturalmente, che il salmone ha poco cervello, l’ abbiamo già detto.
Ma quel poco cervello pare si metta a produrre iodio in quantità, o quel che è, insomma il salmone comincia a sentire un bisogno irrefrenabile di sale marino, e quando arriva la primavera ed il disgelo gonfia bene le acque del torrente si mette a discendere lungo la corrente fino ad arrivare al mare, anzi all’ Oceano, il Pacifico.
Ma non è che si limiti a gironzolare lì attorno, brucando le alghe nelle vicinanze della foce del fiume, no. Perché a mano a mano che cresce sente il bisogno di acque sempre più scure e profonde, dicono che diventi ipersensibile alla luce del sole, la verità è che nessuno ha ancora capito perché il salmone fa quel che fa, solo si sa che lo fa.
Si allontana di centinaia di chilometri, e non per una scorribanda di qualche giorno. Passa in aperto oceano cinque, sei, sette anni, crescendo ed irrobustendosi, diventando un bel salmone adulto da una decina di chili, diciamo.
A questo punto diventa di nuovo irrequieto.
Si mette ad annusare in giro, letteralmente. A consultare le stelle, forse. A riconoscere le correnti. Chissà. Non si sa bene quello che si mette a fare, però si sa che c’ entra l’ olfatto e c’ entra la luce.
A farla breve, ritorna sui suoi passi, per centinaia di chilometri, riconosce la baia, sente il sapore dell’ acqua natia, probabilmente, o qualcosa del genere.
Aspetta Agosto, quando sa che il fiume ha meno acqua e la corrente è meno forte, cioè, non è che lo “sa”, si capisce, ma il fatto è che aspetta Agosto, e poi si mette a risalire il fiume.
Ora, cerchiamo di immedesimarci per un attimo, non è che per un pesce adulto sia così facile passare dall’ acqua di mare all’ acqua dolce, la gran maggioranza dei pesci di mare non sopravvive in acqua dolce e viceversa, ma il salmone tiene duro e ce la fa.
Però gli tocca pagare un prezzo alto, altissimo, dal momento in cui entra nel fiume praticamente smette di mangiare, e questo non è ancora il peggio.
Risalire un torrente non è come scenderlo, naturalmente, c’è la corrente che tira contro, ci sono le rapide, bisogna destreggiarsi per trovare un percorso tortuoso dove la velocità dell’ acqua non sia eccessiva e permetta di nuotare controcorrente.
Proprio lì attorno si mettono gli orsi ad aspettare i salmoni. E pure i pescatori sportivi.
Ci sono anche le cascate, nei torrenti dell’ Alaska, e lì non c’è niente da fare, bisogna saltare.
Saltare una volta, due volte, tre volte, poi riprendere fiato un momento e riprovare ancora ed ancora, la terza la quarta volta, finchè non si riesce a non farsi ributtare giù dalla corrente e si può riprendere il viaggio.
Non tutti ce la fanno, naturalmente, molti sono morti in mare prima ancora di tentare il viaggio di ritorno, altri pescati da uomini e orsi, altri infine muoiono semplicemente di stanchezza, se la cascata è troppo alta non è che il salmone si giri all’ indietro e se ne torni in mare, questo non è previsto, lui continua a tentare ed a saltare fino alla morte. Lo deve fare.
Non tutti ce la fanno, ma ce la fanno comunque in parecchi, a raggiungere le acque basse e tranquille dove sono nati.
Ce la fanno in troppi.
E allora il salmone giunto a casa si trasforma come il dottor Jeckill o come un lupo mannaro in una notte di luna piena. Gli viene la gobba. Gli si deforma la mascella. I denti si allungano e si trasformano in zanne. Nel giro di pochi giorni diventa un mostro da combattimento. E comincia a combattere.
Le zanne sono molto affilate, feriscono, lacerano, squarciano. Ma i combattenti non se ne curano.
Un' unica cosa che gli resta da fare nella vita, quella che li ha fatti tornare fin qui.
I vincitori si accoppiano, poi mettono in salvo le uova fecondate in canali che le femmine hanno scavato nella ghiaia, canali profondi anche un metro.
Poi si lasciano finalmente morire, tutti.
Cibo per i gabbiani.
 
Ora, lo so che è sbagliato umanizzare i comportamenti animali, lo so che il salmone fa quello che fa per istinto, lo fa perché “deve” farlo, ma non per senso del dovere, non è la stessa cosa di quando noi diciamo “devo farlo”, qui non c’è volizione, è destino e necessità, e del resto il salmone ha un cervello piccolissimo, non dimentichiamolo.
 
E quindi che motivo c’ era per raccontare questa storia ?
 
 
 
(cfr. David Attenborough – La vita sulla terra – Rizzoli, p. 128 – 130)

Postato da: melogrande a 16:45 | link | commenti (7)
storie, luoghi, viaggi reali, diramazioni

mercoledì, 22 aprile 2009
Kàthodos Ànodos

 
 
E un altro giorno è andato, la sua musica ha finito e non voglio fare il verso al professor Guccini ma sono qui che osservo il sole che ride calando, e non dietro al Resegone, che questo non è proprio possibile e lo sapevano tutti tranne Carducci. Insomma è il tramonto.
È un tramonto che s’ allarga e stratifica e trascolora di rosso e di blu, manca solo il raggio verde, peccato, ma lo spettacolo è davvero maestoso ed anche un po’ inquietante.
Mi ritrovo, chissà poi perché, ad immaginare di vederlo con gli occhi dell’ antichità classica, quanto potevano trovarlo più inquietante a quei tempi, senza troppa cultura scientifica e razionalismo e teoria della gravitazione universale, appena un po’ di astronomia semimagica e basta.
Va bene, lo so che antico non vuol dire stupido e nemmeno serve essere troppo secolarizzati e positivisti per intuire che anche domattina il sole rispunterà dall’ altra parte dell’ orizzonte come ha sempre fatto tutte le mattine.
D’ accordo.
Però.
Questo sole che sprofonda, insomma, verrebbe da chiedersi, con un po’ di preoccupazione, di preciso dove va.
Dove passa le notti ?
 
Sul serio, se la Terra è piatta, nessuno può davvero sapere cose c’ è sotto, dall’ altra parte del disco, insomma proprio dove il Sole sembra tuffarsi in questo preciso momento. Giusto ?
Gli Inferi, l’ Ade ? Il nulla eterno, forse. Satana, Caron dimonio ? L’ elefante che sostiene il peso del mondo ? Che diavolo c’è là sotto ?
Insomma, l’ inquietudine di vedere il Sole (il Sole !) sprofondare verso il luogo dell’ ignoto non è cosa da trascurare.
Sì, va bene, domattina il Sole spunta dall’ altra parte, lo so, lo ha sempre fatto.
È sicuro.
 
… MA SE GLI SUCCEDE QUALCOSA ? …
 
Non è uno scherzo.
Il dubbio che al Sole gli potesse succedere qualcosa doveva essergli venuto davvero agli antichi, se avevano inventato il mito di Fetonte.
Fetonte era figlio di Helios, l’ auriga che guidava il cocchio di Zeus.
In qualche modo il ragazzo riuscì ad estorcere al padre la promessa di fargli fare un giro sul cocchio, trainato dai cavalli alati, così che tutti sapessero di chi era figlio. Una cosa tipo andare al bar col Cayenne di babbo, per dire. Del resto nell’ Olimpo, si sa, non abbondava il buon senso.
Inutile dire che il ragazzo perse ben presto il controllo del potente veicolo, producendo danni irreparabili sia in Cielo che il Terra (la Via Lattea ed il deserto libico per la precisione) e seminando il panico, finchè Zeus fu costretto ad abbatterlo con un fulmine.
Per inciso, precipitò in Padania.
 
Insomma, il Sole muore tutte le sere al tramonto, o se non muore perlomeno parte per un luogo che occhi umani non hanno mai osservato, e dal quale perciò non si può avere assoluta certezza che ritorni.
Sarà anche un fondo di dubbio piccolissimo, ma c’è.
E del resto, dove va a finire di preciso chi sprofonda in un sonno pesante e privo di sogni ?
Si, certo, anche dal sonno ci si ridesta tutte le mattine, è sicuro.
Ma dove poggia questa certezza ?
E chissà poi che questa quotidiana “morte” del Sole non sia all’ origine di tanti altri miti nei quali il protagonista affronta un viaggio verso l’ ignoto, scomparendo alla vista degli uomini, e si addentra in un qualche luogo misterioso e pieno di prodigi.
C’è l’ Odissea, il viaggio di Giasone, Orfeo, Dante e chissà quanti altri.
L’ eroe parte superando una soglia all’ apparenza inviolabile, come fa il Sole quando scompare nel mare, o sotto la terra. E sparisce alla vista degli uomini, affrontando pericoli e nemici, schivando trappole micidiali, trovando alleati insperati. Riemerge poi con un tesoro, o un amuleto, o un dono soprannaturale. Trasformato, rigenerato. È stata dura ma ce l’ ha fatta, come Indiana Jones.
Eccolo qui di ritorno, per sempre felice e contento.
Per sempre ?
Eh, no, non prendiamoci in giro.
Perché il viaggio vero è in realtà tutto il contrario.
Si viene al mondo sbucando da un grembo,  una porta misteriosa e magica, la sorgente e l’ Origine del Mondo, che se avete visto il quadro di Courbet non c’ è molto da aggiungere.
 Si attraversa dunque questa porta dell’ Origine del Mondo e si entra in una realtà piena di pericoli, trappole, nemici e poche figure protettrici.
Si lotta, si ama, si matura, si costruisce a poco a poco la propria anima e con quella, presto o tardi, serenamente o traumaticamente si riattraversa la soglia dell’ ignoto (non la stessa di prima, eh ...) per tornare di là, nel luogo di cui nessuno può dire, il luogo indicibile, la Notte Eterna, il buio perenne.
 
Forse non è la notte, il viaggio pericoloso. Forse la Notte è il luogo natale, quello a cui ritornare.
E se fosse invece il giorno, il viaggio pericoloso, di qua dal paradiso ?
 
 
 

Postato da: melogrande a 06:22 | link | commenti (5)
riflessi, ellenismi, idee

lunedì, 13 aprile 2009
Marzo di un altr' anno

 goccia
 
Primavera di pioggia e rugiada,
umida fredda aria mattutina.
Aghi di ghiaccio gocciolano lenti,
acuti stridi corrono fra i rami,
sfrecciano, frusciano piccole creature.
Un raggio di sole abbaglia;                
        in una goccia
riflette un mondo intero capovolto.
 

Postato da: melogrande a 09:43 | link | commenti (7)
riflessi, momenti, anima

venerdì, 03 aprile 2009
Scogli scelti

 
 
 
E così sto un’ altra volta qui, precariamente seduto su uno scoglio davanti al mare a guardarlo muovere come se fosse la mia stessa vita agitata e passata ad aver molto da fare così occupata ed intensa e sempre in movimento da non aver avuto il tempo e forse la voglia di guardarla mentre passava.
Dove sono stato, che cosa ho fatto in tutto questo tempo ?
Faccio persino fatica a mettere a fuoco.
Dov’ ero, che facevo mentre tutta questa vita mi passava addosso come l’ acqua di una doccia ?
 
Gli scogli di Sferracavallo erano aguzzi e taglienti e bisognava stare attenti quando ci si sedeva ed anche quando si camminava, ma per quanto attenti sempre ci scappava un dito sanguinante da disinfettare con l’ acqua di mare. Ci andavo con l’ autobus che passava davanti casa mia, spesso appena salito a bordo ci trovavo già i miei compagni di classe, altrimenti ci si aspettava al capolinea. E poi si andava insieme a prendere il sole e fare il bagno, a metà mattina uno di noi a turno andava fino alla friggitoria in piazzetta e comprava pane e panelle per tutti. Una volta mentre facevamo il bagno tutti insieme vedemmo un ragazzo correre verso i nostri vestiti, svuotare le tasche e scappare via di corsa prima che noi potessimo tornare a riva. Da allora uno di noi rimase sempre a fare la guardia mentre gli altri erano in acqua.
 
Ero davanti al mare d’ inverno pure ai tempi dell’ Università e del primo grande e riluttante amore.
Si arrivava in macchina davanti alla scogliera e si rimaneva a parlare, carezzare, baciare, discutere, litigare. Quando il litigio era forte si scendeva dalla macchina e si camminava avanti e indietro col vento forte che s’ infilava fra i vestiti e spettinava i capelli, poco male per i miei corti e ricci, ma i suoi erano lunghissimi e lisci e dopo ci metteva un sacco di tempo a spazzolarli prima di tornare a casa. Si camminava avanti e indietro agitati abbracciando ciascuno se stesso, un po’ per il vento che sollevava i vestiti e un po’ no. Su quella scogliera ci tornavo persino da solo qualche volta, quando avevo litigato pure con me stesso.
 
Ero su un altro scoglio, anni dopo in Liguria, lavoravo da un po’ a Milano ma ancora non avevo perduto la speranza di frequentare il mare e mi imponevo sveglie militari e chilometri forzati per arrivare di buon ora, a me il mare è sempre piaciuto di mattina presto ed andare in albergo la sera prima non me lo potevo permettere, con quello che spendevo già d’ affitto. Quella volta c’ ero andato coi colleghi e qualche amico recuperato nel residence che salassandomi mi ospitava. Salimmo sul traghetto a Camogli per andare a fare il bagno a San Fruttuoso, poi nel pomeriggio la più classica e scontata delle gite, a Portofino, ma quella passeggiata fianco a fianco con la più bella dell’ ufficio è rimasta nel ricordo. Non se ne fece nulla, comunque, né allora né poi.
 
Gli scogli di Cala Rossa sono invece, per l’ appunto, rossi, o meglio si tratta di rocce a strati orizzontali bianchi e rossi, è un gioco della natura questa piccola insenatura vicino a Terrasini e lì bisognava lasciare la macchina nel parcheggio e superare un giardinetto con le panchine scrostate dove generazioni di Salvo avevano inciso amore eterno alle loro Cettine. Chissà.
Quella volta ero con il mio amico A., le nostre fidanzate e colleghi dell’ Università, e c’ era una roccia proprio a picco sul mare, era alta cinque o sei metri e sotto l’ acqua era verde e profonda abbastanza da potersi tuffare in sicurezza, e con simulata sicurezza anch’ io ci andai, però vista da lassù l’ acqua sembrava davvero lontana e minacciosa. Ma indietro non si torna in certi casi, ci guardammo in faccia ed A. mi disse “Come finisce si conta” e si lanciò nel vuoto ed io dietro, che altro potevo fare, e per lunghi secondi mi si fermò il respiro e per quello che ne potevo sapere anche il cuore, lunghi secondi di vita interrotta prima dell’ impatto freddo, feroce e liberatorio con l’ acqua che fa rinascere.
 
A Camogli di scogli non ce n’ è tanti, ma c’è un ristorante sospeso nel vuoto come una mensola che era destinazione fissa invernale e non è che si mangiasse un gran che bene ma sembrava di volare sul mare e sopra e sotto sfrecciavano i gabbiani. Arrivarci attraversando la pianura nebbiosa ti faceva sbucare fuori all’ improvviso nel bagliore del sole d’ inverno che era come un sorriso del mondo ed una promessa di vita nuova. Sembrava tutto così bello e sembrava che non dovesse mai finire ed invece finì.
Non Camogli, la promessa.
 
 
 

Postato da: melogrande a 14:34 | link | commenti (7)
luoghi, momenti, anima



 
 
Add to Technorati Favorites