Hai voglia a dire che non è l’ età.
Hai voglia a dire che può succedere in qualsiasi momento. Non è così. Succede quando gli anni passano e la prospettiva di vita si inverte, non sei più lì a guardare quanta strada hai fatto da quando eri un giovanotto presuntuoso che voleva spaccare il mondo in quattro, prima di accorgersi che il mondo non stava lì fermo a farsi spaccare in quattro da un ragazzino che pensava di sapere tanto e non sapeva niente.
Ne era derivata per lunghi anni una lotta, colluttazione, braccio di ferro che sia fra la volontà ed il mondo, un tentativo di sottomettere il secondo alla prima. Un corpo a corpo che assorbiva ogni energia. Semplicemente, quando si ha troppo da fare non c’ è tempo per sentire passare il tempo.
Anni in cui nella lotta fra il modo e la volontà l’ unica vittima sei stato tu.
La misura della forza della propria volontà è sempre il dolore autoinflitto, misura del trionfo sull’ istinto, il proprio istinto, si capisce, maturità raggiunta attraverso la cognizione del dolore, non è forse questa la vera linea d’ ombra ?
Il futuro è un peso insopportabile a vent’ anni. Per rimuoverne l’ angoscia lo si affronta come uno scultore affronta il blocco di marmo, addosso con martello scalpello e trapano, a mani nude e sanguinanti. Il futuro che non c’è ancora è tutto ciò che si ha a vent’ anni.
Dare forma. Costruire. Plasmare.
Fare il mondo a propria immagine, un po’ di mondo almeno, quel po’ che serve a creare un posto tuo, un pezzo di vita tuo, a lasciare un’ impronta sia pure non da gigante.
Una tana, forse, o magari qualcosa di più.
Spasimo di riconoscimento, l’ approvazione dei maschi dominanti, persino una cooptazione forse, l’ accettazione da simile coi simili. Inutile ironizzare, l’ animale sociale a questo sottomette da sempre cibo e riposo. Chiamiamola ambizione o spazio vitale o posto al sole o quel che sia in termini elogiativi o denigratori o derisori persino, non importa.
Solo molto più tardi ci si volta a guardare l’ altra sponda. Non ciò che si è messo insieme ma il suo complemento. Non quello che si ha ma quello che manca, o che pare che manchi. La sensazione di essere stato almeno in parte fregato. Sensazione assurda, si capisce, di molte strade non si poteva che imboccarne una sola, col suo buono ed il meno buono, momenti intensi e delusioni salate, agrodolce sulla lingua e nel cuore, lo zucchero ed sale si somigliano e a volte li scambi, e di sicuro cambiare strada non avrebbe poi di tanto cambiato la miscela o il risultato.
Nel corso della battaglia non ci si accorge delle ferite, e non si sente il male. Quello arriva dopo, a freddo, e allora di corsa a cercare il lenitivo. La consolazione ? No, il recupero impossibile. Il tempo è passato, intanto che non guardavi il calendario.
E che sia passato lo vedi, non solo allo specchio ma guardandoti intorno, i punti di riferimento titanici dell’ infanzia non ci sono più o se ci sono non sono più titanici, sono vecchi, deboli, pieni di malanni, nemmeno più tanto lucidi, a volte. Vederli desta la pena infinita di ciò che è perso per sempre e non può essere più sostituito perché semplicemente sei tu adesso ciò che erano loro nella tua infanzia, e a te non sarà risparmiato identico destino.
Ma forse non tutto è perduto. Messo al sicuro un discreto bottino, c’è ancora del tempo, non basta forse per un secondo avvento, una rinascita vera ma può essere sufficiente per ridere, scherzare e tornare un po’ ragazzo, la chiamino pure sindrome di Peter Pan, ne ridano e ci scherzino su quanto gli pare, è passato il tempo in cui te ne saresti preoccupato.
Non c’è rimasto da dimostrare nulla a nessuno, del resto, compito assurdo e debilitante di lunghi anni immemori, almeno questo l’ età lo regala..
Il tempo che resta, curato, coccolato, accarezzato, impiegato almeno in parte per raccogliere frutti, non necessariamente coltivati a regola d’ arte. Bastano anche frutti selvatici, o anche frutti trovati per caso, purché gustosi.